le mani sulla città

Not sure I like London, but Waterloo sunsets fine

A Londra c’è tutto, dicono. Ma tutto cosa? Ammetto che all’inizio non riuscivo a capire cosa ci fosse di bello in una città dove tutto, per l’appunto, è giudicato in base al suo valore commerciale e dove uno stesso identico schema – casetta a due piani con verde davanti e dietro, pub all’angolo e via principale con una batteria invariabile di Starbucks, Jigsaw, Accessorize, Boots e McDonald’s – si ripete all’infinito, con diverse gradazioni di povertà o lusso. Dopo anni passati a struggermi su ogni muffa di Parigi, la levigata perfezione di Londra mi stordiva e mi respingeva. Non trovavo nulla a cui aggrapparmi, nulla di morbido in cui costruirmi una nicchia o di autentico su cui illanguidirmi. Nel mio quartiere l’unico locale rimasto intatto da almeno un secolo è un ristorante che serve solo anguille, alimento che mi fa orrore, mentre tutto il resto è stato ormai ampiamente restaurato, sistemato, reso scintillante. Come la città stessa. I parchi, certo, quelli sono belli. E quei grandi musei gratis, ovvio, una gioia. Ma il resto? Ammetto che per molto tempo la mia lista dei punti positivi di Londra si è fermata a questi due elementi.

Non è una gran premessa, per un blog che parla di Londra, dilungarsi sui difetti della città e sulla presunta incompatibilità culturale di chi scrive con il tema di cui scriverà. Ma per mettere giù qualcosa che non sia un opuscolo pubblicitario bisogna essere sinceri, e io ho deciso di esserlo fin dall’inizio: ho sempre trovato vagamente disturbante e limitativa l’idea di Londra come posto ‘cool’, però a Londra sono andata una prima volta e ho deciso di tornare dieci anni dopo, sicura che avrei ritrovato quel non-so-che che me l’aveva fatta amare, non senza qualche conflitto, al primo giro. E tutte e due le volte ho avuto la stessa identica reazione: una fortissima resistenza culturale seguita dopo un po’ da un grande abbandono, avvenuto in entrambe le circostanze in maniera molto improvvisa, alle caratteristiche della città e a tutto quello che poteva darmi. Più che cambiare idea, è stato necessario lasciarsi andare. Perché anche se la cultura britannica è qualcosa che tutti pensiamo di conoscere bene, vederla applicata in patria fa tutt’altro effetto. Col risultato che Londra, matrice di tante cose che ci sono familiari, sembra casa, ma in realtà è Marte. Basta saperlo.

6 thoughts on “Not sure I like London, but Waterloo sunsets fine

  1. Non sono mai vissuta a Londra (la mia UK è cantabrigense, quando ci sono vissuta, e io sotto sotto credo ancora nelle recinzioni): però ho presente quel che dici. E anche quell’abbandonarsi, che non la rende immediata, no. Ma comunque additting. Ed è qualcosa, direi.

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  2. è che Londra non ti regala nessun personaggio facile nel quale calarti, mentre a Parigi puoi sentirti parte di qualcosa con tre semplici mosse. Le mie inglesi di riferimento – Dorothea Brooke, Maggie Tulliver, Bathsheba Everdene, le sorelle Bennet, quella scema di Gwendolen Harleth e tutte le altre – stanno tutte in campagna…

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  3. Che il segreto per la sopravvivenza a Londra sia tra le pieghe della sua perfezione?
    Intendo: più la vivo e più mi rendo conto che non tutto è perfetto in questa città, e questo in qualche modo la rende più simpatica o almeno più approcciabile; soprattutto ti fa sentire meno “inadeguato” a te, italiano, assuefatto al raffazonamento patrio.
    L’imperfezione, la mancanza, l’errore, è sempre in agguato, a volte basta fare la domanda o il passo in più per smentire anche la più rigida affermazione Made in London. La differenza secondo me tra i due paesi, la Gran Bretagna e l’Italia intendo, credo sia che il primo vuole a tutti i costi sembrare impeccabile (fino a prova contraria, ma anche dopo), mentre il secondo non ci prova neanche. C’è da capire quale sia il male peggiore.
    Che ne pensi?

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  4. a me sembra che sia proprio come dici tu e che sia probabilmente proprio l’idea di efficienza e di incrollabile consapevolezza del loro posto nel mondo che gli inglesi vogliono trasmettere che mette in difficoltà all’inizio. dici che in fondo in fondo è un paese complessivamente timido?

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