An education

Please don’t let me go to rehab, no no no

Scrivo questo post dal sapore un po’ pubblicitario per suggerire agli amici giornalisti un modo per staccarsi per qualche tempo da quella valle di lacrime che sono le redazioni italiane: il Reuters Institute for the Study of Journalism. Io ho iniziato il mio trimestre di fellowship poco più di un anno fa e ora, a vedere le foglie che cadono e i colori autunnali che avvolgono il Regno Unito, ho gravi fitte di nostalgia per quel periodo trascorso tra gli spifferi della Bodleian library e i giri in bici per i pratoni di Oxford. Il RISJ è un’istituzione finanziata dalla Fondazione Reuters e da altri e serve ad offrire uno spazio di riflessione, di confronto e di ricerca sul disastrato mondo del giornalismo mondiale. Come tutte le iniziative di matrice anglosassone – beate loro – serve sopratutto a cercare di trovare delle vie d’uscita e delle soluzioni ai problemi posti.

L’istituto esiste da circa 30 anni e ogni anno accoglie una ventina di giornalisti selezionati in base ad un progetto di ricerca che va presentato entro la fine di gennaio. Molti paesi, tra cui la Finlandia, l’Austria e l’Egitto, hanno delle borse dedicate ai loro giornalisti e co-finanziate da qualche altra istituzione, da una fondazione o da un gruppo editoriale. Gli italiani che si candidano possono contare solo sulle borse della Fondazione Reuters e questo riduce le chances di essere presi, visto che si deve competere con gente proveniente da ogni parte del mondo. Tuttavia da qualche anno a questa parte i fellows italiani si sono dimostrati così determinati, intraprendenti e svegli che il panel di selezione ormai guarda sempre con attenzione e curiosità ai progetti di ricerca provenienti dall’Italia, a condizione che non propongano temi troppo scontati e provinciali.

La fellowship può durare tre, sei o nove mesi ed è pagata abbastanza da permettere di vivere dignitosamente ad Oxford, città bellissima ma non tanto più economica di Londra. Di tempo per spendere soldi non ce ne sarebbe comunque, perché gli impegni sono tanti e vista la quantità di informazioni e idee che circolano per le stanze di Norham Gardens, sede del RISJ, a fine giornata è già tanto se si ha la forza per andarsi a riversare in un pub oppure inforcare la bici e farsi un giro per i meadows.

Ogni fellow ha due compiti da svolgere, durante il suo periodo da borsista. Il primo è quello di tenere un seminario su un aspetto interessante dei media del suo paese di provenienza, con somma gioia degli italiani che di solito tentano di raccontare l’irraccontabile in 20 minuti. Il secondo è il completamento e la presentazione del proprio progetto di ricerca, quello grazie al quale è stata vinta la borsa. Si tratta di scrivere tanto e di produrre un lavoro che abbia un valore accademico, che sia accurato, scritto in un inglese chiaro e leggibile (ma per questo basta avere la modestia di affidarsi ad un correttore di bozze) e che vada dimostrare in maniera puntuale una piccola inoppugnabile verità. Sia per il seminario che per il progetto di ricerca è necessario usare PowerPoint ed essere articolati, precisi, sintetici e chiari. Tutte cose che, in un modo o nell’altro, si imparano una volta lì.

Questo per quanto riguarda il lato della produzione. Poi ci sono i seminari da seguire, ogni mercoledì e ogni venerdì. Il patto non scritto con i vertici del RISJ è che a ciascuna di queste conferenze, tenute da personalità di livello stellare come il director general della BBC o qualche corrispondente di guerra della CNN, si interverrà con domande e osservazioni, anche quando non si conosce troppo bene il tema. Il giornalismo, d’altra parte, è un metodo più che un sapere ed è proprio questo che l’istituzione di Oxford cerca di affinare nel manipolo di giornalisti a metà carriera che accoglie. Una terapia che fa benissimo e che produce grandi risultati in termini di entusiasmo, motivazione e felicità personale, ma che non è sempre priva di controindicazioni: troppo stimolati, troppo incuriositi da tutto, troppo appassionati, tanti fellows dopo essere stati ad Oxford si licenziano e iniziano a scrivere libri, a cercare altre fellowship analoghe in giro per il mondo o a fare qualcosa di completamente diverso. Difficile, dopo tutto questo, tornare zitti zitti alla propria scrivania.

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