Politiche marziane

Nel paese della responsabilità politica, un insulto basta a rischiare la poltrona

Ha passato un fine settimana molto simile a quello di Renata Polverini, il britannico Andrew Mitchell. Alle prese con l’analogo dilemma – mi dimetto o non mi dimetto – il ‘chief whip’, letteralmente ‘il capofrusta’ dei conservatori a Westminster, ossia colui che tiene i rapporti tra il leader e i suoi deputati, ha scelto di respingere l’accusa principale che gli è stata mossa, ma di scusarsi comunque per come sono andati i fatti. Che sono i seguenti: mentre rientrava nella sua residenza d’ufficio al 12 di Downing Street, mercoledì scorso, si è rivolto in termini molto offensivi ai poliziotti che gli chiedevano di scendere dalla bicicletta. Secondo le ricostruzioni degli agenti, Mitchell innervosito li avrebbe chiamati ‘fucking plebs’, ossia ‘fottuti plebei’, dove ad inchiodarlo non è il pur volgare ‘fucking’, ma il classista e oltraggioso ‘plebs’, tanto più pesante in quanto a pronunciarlo è stato un politico conservatore, figlio di un politico conservatore e pure ex banchiere.

Mitchell si è scusato davanti a giornali e televisioni per non aver mostrato il dovuto rispetto nei confronti della polizia, che proprio nei giorni precedenti aveva subito una grave perdita a Manchester con l’uccisione di due agenti donna. Ma questo potrebbe non bastare a salvargli la poltrona e la storia potrebbe andare avanti a lungo. Non che questo sia lo scandalo più grave ad abbattersi sul Regno Unito, tutt’altro: tra spese folli, amanti segreti e gaffes accuratamente passate al setaccio dalla stampa scandalistica e non, la vita politica va avanti da secoli tra grandi peccati e grandi redenzioni. Ma la differenza cruciale è che il rapporto causa-effetto tra colpa politica e dimissioni è rimasto pressoché intatto più o meno da quando, nel 1963, ci fu lo scandalo Profumo, con un segretario di Stato per gli affari militari costretto a lasciare per una relazione con una prostituta che nel frattempo si vedeva anche con una spia russa.

Il caso più recente è quello del liberaldemocratico Chris Huhne che nel febbraio del 2012 ha dovuto dire addio al portafoglio dell’energia per una storia di eccesso di velocità e punti addebitati sulla patente della moglie risalente al 2003. Una violazione di proporzioni lillipuziane, secondo la sensibilità italiana, ma che in Gran Bretagna è stata classificata con piglio solenne come ‘intralcio al corso della giustizia’. Prima di Huhne ci fu Liam Fox che dovette dimettersi da ministro della Difesa per aver fatto partecipare il suo amico, ex compagno di appartamento nonché testimone di nozze a 18 viaggi ufficiali e a incontri con militari e ministri senza che il suo ruolo fosse chiaro. Una storia a modo suo classica, così come classici sono i casi di spese gonfiate, sui quali la scure della richiesta di dimissioni si abbatte però con certezza matematica, come ben sa l’ex sottosegretario al Tesoro David Laws, dimissionario dopo appena 18 giorni, oppure ‘the sinister minister’ Peter Mandelson che ha dovuto lasciare due volte il governo Blair.

Dal principio del ‘no taxation without representation’ deriva anche, e questo i politici lo devono tenere ben presente, che chi gestisce i soldi dei contribuenti non può sgarrare sulle spese, ma non può neanche venire meno al principio fondamentale del rispetto. (da ‘Pubblico’ del 25 settembre)

One thought on “Nel paese della responsabilità politica, un insulto basta a rischiare la poltrona

  1. Vivendo in UK, ascoltando i loro dibattiti, ci si rende conto della differenza abissale tra la nostra democrazia illuministica, e la loro, fondata sul celebre “no taxation without representation”. Solo riconoscendo il diverso approccio alla democrazia tra i paesi di cultura “napoleonica” e anglo-sassone si possono comprendere e spiegare le differenze tra il discorso politico italiano e quello britannico. Peculato, anche qui, è una parola all’ordine del giorno su tutti i quotidiani. Ma la sanzione dell’opinione pubblica è inequivocabile e non lascia scampo. Se rubi sei finito, perché non esiste colpa più grande dell’aver messo -illegalmente- le mani nelle tasche dei cittadini. Pragmatico, forse troppo, ma funziona.

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