Io la conoscevo bene

Pizia hut – Il tour europeo di Marco Travaglio

“Vai pure tu a sentire Travaglio?” A salire insieme a me le scale del grande edificio vittoriano di Soas ci sono tre ragazzine, allegre e con la faccia pulita, tutte eccitate da quanto le aspetta. Entriamo insieme in una grande aula con circa 150 ventenni a braccia conserte sui banchi e il vicedirettore del Fatto Quotidiano in cattedra, seduto mollemente sotto il titolo della sua conferenza: “Should I stay or should I go now?” Un tema che sta a cuore a tutti, da chi ormai è un cervello bello che fuggito a chi, invece, si è trasferito da poche settimane a Londra per studiare alla Soas, School of Oriental and African Studies, o in qualche altra università londinese. La sensazione è che tutti, me compresa, sarebbero felici se Travaglio usasse tutta la saccenteria di cui è capace per dare una risposta chiara e netta ad una domanda sulla quale in molti perdono il sonno: “Yes, tornate subito” o “No, che tornate a fare”. Un bel taglio, un po’ di chiarezza e non se ne parla più. Gli perdonerei  delle cose, se lo facesse. Ma non è questo che ha in mente Travaglio, anzi. Lui non ha proprio nulla in mente, ma si offre gentilmente di rispondere alle domande dei presenti. “Così almeno una persona sarà interessata alla risposta”, dice sornione. Seguono risate.

La prima ad interpellare l’oracolo è tale Emilia, una bionda che non le manda a dire. “Perché ha deciso di venire qui?”, chiede una volta e poi un’altra, non essendo soddisfatta della prima risposta. “Il livello di attenzione di chi è all’estero è più alto, perché non c’è l’assuefazione al peggio che c’è in Italia”, spiega Travaglio, ribadendo l’attenzione che il suo giornale ha per i lettori all’estero. Agli studenti di Soas dispensa anche un po’ di ottimismo, spiegando che “in Italia c’è un momento di alta imprevedibilità” e che il paese, tra un anno, “sarà sicuramente molto diverso da quello che è stato negli ultimi 20 anni”. Magari sarà addirittura un paese in cui tornare. Un punto, questo, su cui molti non sembrano convinti, tanto che la maggior parte delle domande serve a capire in cosa, esattamente, l’Italia migliorerà. “Chi meglio dei professori sa cosa serve per cambiare le cose in Italia? Se non l’hanno fatto in questi nove mesi è che c’erano altre priorità”, assicura, alludendo alle “strane creature” che governavano prima. Un classico, con cui strappa un po’ di risate.

Ad una ragazza italiana con un’incredibile borsa di studio del governo greco spiega che “i nostri leader hanno solo massacrato i diritti dei lavoratori, senza destinare risorse al futuro del paese”; ad uno studente che gli chiede come mai, a suo avviso, la sala sia piena di gente venuta a vederlo racconta che il Fatto aveva 30mila abbonamenti ancora prima di uscire e che molti erano di italiani all’estero, “per via delle caratteristiche del giornale”, perché “chi sta a Londra soffre di più per certi contrasti”. Il futuro però è diverso: Berlusconi e Fini hanno dimezzato i voti, il PD ne ha persi un terzo per strada, Grillo è tra il 15 e il 18% e Renzi è un’incognita, “che vuole mandare a casa la vecchia guardia del PD per fare esattamente la stessa cosa, ma con i suoi uomini”. Comunque vada, “avere 100 grillini in Parlamento sarà un cambiamento epocale, non ci sarà più bisogno della guardia di finanza per far saltare fuori gli inciuci”, osserva sfruttando il fatto che magari in pochi in sala hanno ben presente il casino che può fare uno sparuto manipolo di Radicali in un’aula parlamentare.

Un’ora e mezza al limite un po’ noiosa, e per questo molto meno irritante del previsto, quella passata con Travaglio. Al loro oracolo i ragazzi chiedono le cose più disparate, dal perché non ci sia una strategia più aggressiva per vendere i prodotti alimentari italiani all’estero al futuro che aspetta chi decide di studiare giornalismo. E la Pizia risponde, sicura e sorridente, senza dilungarsi troppo e senza tagliare la parola alle numerose domande-comizio. Tutti, in sala, hanno bisogno di certezze, di sentire che stanno facendo qualcosa per il loro paese, che non stanno voltando le spalle a nulla e, chissà perché, stare a sentire Travaglio dà loro questa sensazione. Alla fine una ragazza tira le fila e chiede: “Marco, ma ad una persona a cui tieni e vuoi bene, cosa diresti: should I stay or should I go?” La speranza di una risposta tranchant che faccia tornare a casa a cuor leggero torna ad accendersi, si sente. Ma il responso è paterno, sfumato e un po’ sibillino: “Gli direi di andare, senza chiudersi la porta alle spalle”. Mi sa che il problema è troppo complicato anche per l’oracolo.

6 thoughts on “Pizia hut – Il tour europeo di Marco Travaglio

  1. Travaglio era il giornalista meno bravo della scuderia del Giornale vecchio. E si è detto tutto. Quanto ai grillini in Parlamento, sfrutterò la tua battuta dicendo che hanno già fatto abbastanza danni i radicali (pur non sognandomi di metterli, almeno storicamente, sullo stesso piano). Forse il problema è proprio nominalistico? Marco = Pizia in un nuovo, strano, tipo di equazione?!

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  2. però i radicali, che hanno tutto il mio esasperato affetto, ci hanno anche regalato delle belle cose. legalisti senza essere forcaioli, con una capacità di raccogliere informazioni da far paura. chi sta attaccando Formigoni da tre secoli? chi ha rotto le scatole per decenni su tutte le irregolarità a spasso per il paese? e senza mai sventolare manette. ma forse le nuove malattie hanno bisogno di nuovi anticorpi, ed ecco i grillini, il ché la dice lunga sul tipo di malattia che abbiamo.

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  3. Assolutamente d’accordo, in realtà, lo sai. E proprio per i motivi che tu dici e perché quell’affetto è anche il mio penso che ultimamente il nome di “Marco” si sia sostituito al principio liberale un po’ troppo, in certe battaglie. Con tutto quel che segue una mistica del capo (se pure morente e un tempo grande leader). Ma sono critiche dettate da quella stessa stima per anni di consapevolezze loro, che mi dispiace vedere ogni tanto gettate al vento nell’autoreferenzialità recente della tribù.

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    • un esempio lampante di quello che descrivi è la campagna per il Lazio del 2010, quando potevamo avere la Bonino e ci siamo trovati la Polverini. Secondo me quello è stato un tripudio di tipica paura di vincere radicale. Io non l’ho più perdonata…

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  4. Il titolo della conferenza, a mio avviso, era già molto eloquente: proprio come nella famigerata canzone dei The Clash non si ha una risposta alla domanda delle domande, cosi Travaglio, per non sconfessare la linea del gruppo rock, non si permette minimamente di utilizzare la nettezza che lo contraddistingue nel rispondere alle sollecitazioni dei presenti: “Che dobbiamo fare?”. Beh se una ragazza italiana riceve una borsa di studio dalla Grecia per studiare a Londra, magari perchè ha doppia cittadinanza (questo non lo so), è tutto dire. Per quanto riguarda il vento nuovo dei grillini, non lo so fino a che punto possa costituire quel “wind of change”, che ha fatto crollare muri e divisioni culturali. La mentalità degli italiani resta la stessa, e anzicchè indignarci restiamo inermi. Le persone non si rendono conto che pagheremo tasse utilizzate per permettere una pensione da 4 mila euro al mese a chi ha fatto la dolce vita sempre con quelle stesse tasse, mentre noi giovani non sappiamo neanche se ci andremo mai in pensione. Non voglio entrare nel merito delle scelte politiche, perchè queste sono state adottate da tutti, anche dagli amati radicali che si sono “fatti assoggettare” per la salvezza della radio, che sicuramente ascolteranno anche a Palazzo Grazioli. E’ vero sono molto simpatici, la Bonino è cosi graziosa, ma costituisce un piccolo ingranaggio di un meccanismo da costruire ex novo. Non basta un buon bullone, se ne servirebbero molti altri e fino ad oggi non mi sembra che gli italiani ne vogliano di nuovi: basta guardare agli indecisi, a cui servirebbe solo la parola “meno tasse” per voltar gabbana al professore.

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  5. Il problema è che dietro al ‘meno tasse’, come accenno anche nel post sul chief whip, c’è tutto un mondo di responsabilità del politico verso il cittadino e del cittadino verso il politico, di poche e chiare regole da cui non si transige e che tutti devono essere in grado di capire e di rispettare. Le tasse sono la linfa del rapporto tra cittadino e stato, e il fatto che siano così alte, usate così male, senza rispetto verso nessuno è la prova di come il rapporto stato-cittadino sia completamente corrotto. Sono d’accordo con te che il fatto di affidarsi ad un irruento pseudo-capopopolo sia molto immaturo da parte nostra. Molto disperato, anche.

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