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Hobsbawm, l’accorciasecoli troppo indulgente

La morte di Eric Hobsbawm non è di quelle a cui si reagisce pensando “perché, era ancora vivo?”. A 95 anni, il celebre storico inglese non è neppure morto di morte naturale, bensì di polmonite, al termine di una silenziosa lotta con la leucemia. Non si è spento progressivamente, al contrario: la fine lo ha colto nel bel mezzo di una convinta battaglia per riportare Karl Marx al centro del dibattito politico ed economico occidentale. E negli ultimi tempi non solo la crisi economica aveva dato nuovo smalto ai suoi argomenti, ma il professore della Birbeck University era anche riuscito a non fare sembrare il suo revival marxista la polverosa iniziativa di un attempato nostalgico, bensì qualcosa di vigoroso e schiettamente progressista. La collezione di saggi ‘Come cambiare il mondo: Marx e il Marxismo 1840-2011’ era stata pubblicata poco più di un anno fa e nel maggio del 2011 al Festival letterario di Hay, in Galles, Hobsbawm ne aveva presentato i contenuti con pacata convinzione davanti ad una platea adorante di un paio di migliaia di persone. Non poteva apparire più evanescente e fragile accanto ad un intervistatore aitante come il deputato laburista e docente di storia Tristram Hunt, ma Hobsbawm era comunque riuscito a non far la parte del relitto del secolo scorso: sembrava, ed è stato fino alla fine, un contemporaneo con la memoria lunga, le cui conoscenze, secondo un collega, “potevano competere solo con quelle dei grandi archivi con molto personale”.

Il segreto, probabilmente, era quello di essere visceralmente affezionato ad un’ideologia senza porsi il problema dell’ortodossia e di aver continuato, in ben otto decenni da comunista impenitente, a vagheggiare la fine del capitalismo senza però affidarsi a formule rigide per raggiungere l’obiettivo. Niall Ferguson, storico di un’altra generazione e di tutt’altra fazione politica, ha scritto che “niente di quanto prodotto dagli storici marxisti britannici sopravviverà quanto i libri” di Hobsbawm, e sì che Hobsbawm ha espresso opinioni di quelle che possono stroncare carriere. Ogni personalità britannica che si rispetti prima o poi è stata intervistata da Desert Island Discs, trasmissione radiofonica in cui, tra una chiacchiera (seria) e l’altra, l’ospite sceglie la musica che preferisce. Alla presentatrice di BBC che gli chiedeva se la sua dedizione alla causa fosse tale da non fargli condannare i crimini compiuti nell’ex Unione Sovetica, Hobsbawm ha risposto: “Credo di sì”. Anche la perdita di milioni di vite? “Era quello che pensavamo quando avevamo combattuto la seconda guerra mondiale, no?” Ma non è diverso uccidere in guerra? “La morte è morte, e noi non sapevamo”. Era il 1995 e l’autore del ‘Secolo breve’ non stava facendo altro che ribadire delle opinioni che non ha mai rinnegato e che sono sorte “come quando ci si innamora, come quando si ascolta la musica”.

Iscritto al Partito Comunista britannico da quando aveva 14 anni, l’intellettuale di famiglia ebrea nato ad Alessandria d’Egitto nel 1917, cresciuto a Vienna e e a Berlino e trasferitosi a Londra nel 1933 ha conservato la sua tessera fino al 1991, anno di scioglimento del partito stesso. In seguito ha dichiarato più volte, mai con particolare enfasi, di aver cessato di considerarsi un membro del partito nel 1956, dopo la rivolta ungherese, quando buona parte degli intellettuali britannici marxisti della sua generazione aprì gli occhi sulle atrocità commesse dai sovietici. Un pensatore di sinistra come il compianto Tony Judt non gli ha mai perdonato la mancanza di una presa di distanza dal totalitarismo e così molti altri. Tutti attacchi olimpicamente ignorati da Hobsbawm, che non si è mai avventurato a dibattere sul tema, verso il quale ha dimostrato sempre un attaccamente emotivo. In sua difesa lo storico Paul Lay ha scritto di recente che Hobsbawm è come Wagner: il fatto che quest’ultimo abbia espresso opinioni odiose non toglie niente alla bellezza del Parsifal.

Sulla Desert Island della BBC, Hobsbawm ha scelto come primo brano ‘Parker’s mood’, di Charlie Parker, svelando un po’ della sua seconda vita da cultore del jazz, come critico musicale del New Statesman con lo pseudonimo di Francis Newton, in omaggio al trombettista comunista di Billie Holiday, e autore del saggio ‘The Jazz Scene’. Con il suo splendido italiano senza accento è finito a parlare di Marx con Lucio Colletti in un salotto televisivo arredato con una pelle d’orso nel 1983, sei anni dopo aver intervistato Giorgio Napolitano in un libro intitolato ‘La via italiana al socialismo’. Dopo aver contribuito in una prima fase, il New Labour non l’ha mai sedotto, tanto che chiamava Blair ‘la Thatcher in pantaloni’. In una delle sue ultime apparizioni in televisione, davanti all’implacabile intervistatore Jeremy Paxman, ha spiegato come i riots di Londra siano stati l’espressione di “una società demoralizzata”, in cui anche i capitalisti sono depressi perché il sistema “non sta producendo quello che dovrebbe”. In futuro, ha spiegato in un’altra occasione, “bisognerà mettere a punto un misto diverso di azione dello Stato e di libertà. Potrebbe non essere più il capitalismo”. Eccola, la chiave di lettura: se la storia è stata impietosa con i marxisti, Hobsbawm si è salvato perché in fondo non è mai stato un nostalgico del comunismo. A lui quello che interessava era la crisi del capitalismo. E dopo avergli dato torto per decenni, la storia stava iniziando a dargli ragione proprio quando è morto. (da ‘Pubblico’ del 2 ottobre)

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