le mani sulla città

Cercare casa a Londra – Ein Bildungsroman

Domani, per dire, ne visitiamo otto. La settimana scorsa, tra una cosa e l’altra, tra me e lui, una decina. Prima dell’estate così tante che non ce lo ricordiamo più. E non si vede la fine di quest’impresa che ci ha visti arrivare fiduciosi e candidi e che ci trova, pochi mesi dopo, diffidenti e scaltri come due contrabbandieri. La ricerca di una casa a Londra infrange ogni stereotipo sui britannici imperturbabili, ma ricorda tanto, per dinamiche, accanimento e dimensioni della preda, la caccia alla volpe. Come nell’aristocratica disciplina che sopravvive solo nell’immaginario di qualche corrispondente Rai, il divertimento e la soddisfazione si trovano nel rituale stesso, nelle chiacchiere con i compagni di avventura e nella scoperta di anfratti inesplorati di un luogo frondoso e inconoscibile. La volpe/casa è comunque più veloce di chi la insegue e per acchiapparla ci vogliono un metodo e una spietatezza che non sono alla portata di tutti. Alla nostra, allo stato delle cose, sì.

Ciascuno dei borough di Londra ha grossomodo le dimensioni di Trieste, quindi il primo passo da fare è assottigliare un po’ la mira. La selezione del quartiere da battere deve essere quasi chirurgica, perché è caratteristica nota della città quella di avere strade tranquille ed eleganti che diventano sciatte e inospitali dopo pochi metri. Poi si può passare ai siti – Zoopla o Rightmove – che sono come un catalogo di quello che c’è di interessante sul mercato. Scorrendo senza impegno le foto dei vari appartamenti è difficile non figurarsi a leggere Middlemarch davanti al caminetto di una Victorian conversion, oppure a vivere un’esistenza contemporanea e minimalista in qualche loft con vista sulla città. Anche quando della Victorian conversion si può puntare ad avere il sottoscala e il loft in questione avrebbe la cucina accanto al letto e l’armadio sul pianerottolo. Meglio essere realisti, perché l’unico richiamo letterario alla portata di tutti è quello dell’orfanello dickensiano.

I peggiori errori che ho fatto fino ad ora sono stati dovuti all’esperienza, e in particolare alla fuorviante esperienza di Bruxelles e dei suoi appartamenti ariosi ed eleganti. Ma ora le cose sono cambiate, e quando vedo un soffitto alto, una parete chiara ben levigata, una cucina proporzionata e funzionale, un salotto luminoso, senza chiazze di umidità, e un bagno con sanitari normodimensionati mi tengo alla larga, io. Innanzi tutto perché per come è strutturato il mercato immobiliare di Londra, so di non essere io a dover scegliere la casa. E neanche il mio fidanzato. Sono le banche e i 62 milioni e mezzo di britannici a cui dovrò rivenderla se e quando vorrò passare a qualcosa di più grande. E poi perché gli immobili validi in questa città vanno via come saette anche quando hanno la moquette macchiata, i divani a scarafaggione viola e il water circondato di led azzurri che sembra che debba decollare, dietro un eccesso di cura dei dettagli e di attenzione all’estetica può nascondersi davvero di tutto.

Quando vai a vedere una casa a Londra, quello che conta è l’invisibile. Il visibile (scarso) è lì davanti a te e non ci vuole molto ad immaginarti la partita di Tetris che dovrai giocare con i mobili e le tue cose. Chiariamo: è una città splendida e ha delle case bellissime, solo che rispetto a qualunque altra capitale europea le dimensioni sono molto ridotte e l’uso degli spazi non è altrettanto efficiente. A Parigi ho condiviso appartamenti che ho poi scoperto essere di 44 metri quadrati, ma nelle quali non mi sono mai sentita stretta perché avevano tutto, anche se in piccolo. A Londra una casa di 44 metri quadrati rischia di avere un corridoio di 8 metri quadrati e una cucina di 12. Ma non voglio tediarvi con i numeri. La cosa importante è che una settimana fa nella mia zona preferita ho visto un appartamento con gli stucchi, le scale e un grande salotto, due camere da letto con i caminetti, le sash windows e una cucina perfetta, e ho creduto di sognare. Solo che non piaceva agli altri 62 milioni di possibili acquirenti perché stava sopra ad un bar. E quindi non se n’è fatto niente.

A dire il vero c’era anche un altro problema: l’agente immobiliare, una sorta di Manuel Fantoni locale. Ci ha raccontato una lacrimosa storia sui padroni di casa, due anziani giornalisti africani a cui la banca non rinnovava il mutuo vista l’età avanzata (balla n.1) e che avevano quindi bisogno di vendere subito (balla n.2). Lui, pensate, era il doppiatore dei Teletubbies (balla n.3), mentre lei era così affezionata alla casa che stava scegliendo i lampadari da mettere prima di venderla (a me pare una balla). “Old people are like that, you know… Un leasehold di 105 anni, no anzi di 113 (balla). Abbiamo avuto un’altra offerta, molto più alta e tutta in cash (balla), ma abbiamo preferito la vostra (se non è una balla sono matti). No quella casa identica che avete visto in un’altra agenzia che sostiene che i proprietari siano scappati non c’entra niente (ballissima)…”. Ah, e aggiungo io: l’agenzia aveva un sito internet finto, non aveva mai venduto una casa ed era registrata con due nomi diversi.

Con il cuore spezzato, abbiamo guardato avanti. Ma evidentemente la lezione ancora non l’avevamo imparata, visto che ci siamo rivolti all’equivalente senza bar del nostro ideale di casa. Agenzia immobiliare seria, casetta vittoriana leccatissima in una stradina verde, prezzo perfetto per noi, due stanze da letto, un livello di restauro quasi maniacale del bagno di marmo color caramello e della cucina-astronave con ripiano scintillante come una discoteca e con una fila di led azzurri (rieccoli) lungo il pavimento. Il ‘sendero luminoso’ continuava anche in bagno, ma io, accecata dalla prospettiva della casa, cominciavo a trovarlo di gusto, divertente, già immaginavo quando l’avrei mostrato agli amici e alla famiglia e avremmo lanciato magari una moda pure in Italia… Ancora non lo sapevo, ma il mio sguardo si era soffermato su una cosa che stava iniziando lentamente a tormentarmi: le tende del vicino del piano terra. Leziose, ricamate, maniacali, antiquate. “You don’t want a neighbour with curtains like that” non è una considerazione fatta da mia madre, ma da Gary, un rude tassista che mi aveva accompagnata a vedere una casa sull’orlo del crollo strutturale qualche settimana fa, enunciandomi durante il viaggio alcune regole d’oro per scegliere la proprietà da comprare. E infatti per via del vicino, personaggio a metà tra Norman Bates e l’inquilino di Polanski, abbiamo perso la nostra seconda casa ideale.

L’agenzia immobiliare ha fatto di tutto per nasconderlo, ma quando mi sono affacciata alla finestra della camera da letto e ho visto due grandi mazzi di fiori finti e un grosso bassotto di ceramica appoggiato su una sedia nel giardino del vicino, i pezzi del puzzle si sono ricomposti. Ecco perché tutte le volte che sono entrata nell’appartamento l’agente è corso a farmi strada e ha strappato via un foglio dalla porta, ecco perché tutta quella reticenza a parlare dei vicini, ecco perché la casa era sul mercato da quattro mesi e il prezzo era stato abbassato di quarantacinquemila sterline. Sulla porta c’era un foglio che avvertiva di pendenze legali sull’appartamento e il mio fidanzato, applicando la tigna giornalistica alle sue aspirazioni abitative, non solo ha chiamato gli avvocati e l’agente immobiliare e si è fatto spiegare tutta la faccenda (di quelle che ci metteranno secoli a risolversi). Ma si è anche spinto a bussare alla porta del vicino stesso, in una sera di pioggia. Ritrovandosi in una stanza tutta ninnoli, piena di ritratti di bassotti, con quest’uomo tedesco di mezza età che con fare languido lo invitava a mettersi comodo mentre gli mostrava le montagne di faldoni legali e si lamentava di ‘qvesti pazzi che accendono lafatrice alle oto di sera’.

Anche da questo ci siamo rialzati e siamo pronti a ricominciare. Domani. Mentre fissavo gli appuntamenti con le agenzie immobiliari, oggi un ragazzo gentile al telefono mi ha chiesto dove abitassi esattamente.

“E’ necessario che io le dia tutte queste informazioni?”

“Sì, da noi è prassi, per ragioni di sicurezza.”

“Che c’entra la sicurezza, mi scusi?”

“Sa, noi entriamo da soli nelle case con la gente, semmai mi dovesse succedere qualcosa di brutto…”

“Tipo essere picchiato da un cliente?”

“Tipo essere picchiato da un cliente, esatto”.

7 thoughts on “Cercare casa a Londra – Ein Bildungsroman

  1. Belli i led azzurri! Ora li suggerisco al supervisor del palazzo, magari in cambio della dritta evita di alzarmi l’affitto, secondo me a NY spaccano!

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  2. Mi aspetto di leggere il necrologio del tedesco di mezz’eta’ sull’Evening Standard. Non glielo auguro, ma il developer, figura leggendaria della Londra degli ultimi trent’anni, me lo immagino pronto ad assoldare Graziano Mesina per sequestrare il bassotto di ceramica. “And he died of heart attack.”

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  3. Sono spaventata e insieme attratta dall’idea dei led azzurri…E comunque ogni tanto ci vuole impudenza, incoscienza e coraggio nella scelta di una casa. E a volte è semplicemente lei a scegliere te. In bocca al lupo per la ricerca! Alla fine è un po’ come con gli uomini, quando trovi quella giusta, lo capisci subito…

    Giada

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