ragazze che dovresti conoscere

Sarah, Carrie, Saga e le altre ragazze del mucchio (un post che è tutto uno spoiler)

Era dai tempi delle celebri leçons du mardi di Jean-Martin Charcot che non si vedevano tante donne pazze in giro. Ieri sera ho finito con colpevole ritardo la prima serie di Homeland, andando a completare, con la protagonista Carrie Mathison, il trittico di eroine monomaniache, bipolari, autistiche e depresse iniziato con Sarah Lund, detective danese in The Killing I e II, e con la svedese Saga Noren nella produzione svedese-danese The Bridge. Difficile dire chi delle tre stia peggio: le due scandinave, come da tradizione, tendono ad isolarsi quando soffrono, mentre l’americana Carrie lotta urla e strepita, telefona a mezzo mondo, fa stupidaggini e chiede alla sorella un po’ maestrina le pillole che le servono a tenere a bada la sindrome bipolare di cui sa di soffrire da quando, al liceo, andò dal professore con uno scritto di 45 pagine su come avrebbe cambiato la storia della musica. E alla fine, pur di recuperare se stessa e di portare avanti la sua battaglia contro il terrorismo, si affida anche ad un elettrochoc di quelli moderni, “non come quelli di ‘Qualcuno volò sul nido del cuculo’”. E infatti nella seconda serie, a quanto pare, sta un po’ meglio.

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Carrie, Sarah e Saga conducono indagini complesse guidate dall’istinto e hanno sempre ragione. Niente di sovrumano e nessuna infallibilità in stile ispettore Derrick, tutt’altro: in mano a loro la scoperta della verità procede ad un ritmo realistico, talvolta lento, ma la realtà nella quale si muovono è sempre fatta di molti piani diversi che solo loro, tra tutti, sembrano saper gestire. L’interpretazione che danno degli eventi è complessa e, seppur caparbie, sono capaci di rinunciare ad una loro tesi davanti all’evidenza, diversamente dai colleghi maschi che vanno avanti come treni pur di produrre un risultato coerente e levigato. Oltre ad essere intuitive, ispirano fiducia, tanto che con loro fonti e testimoni chiacchierano che è una bellezza. Solo che in un mondo dominato dagli uomini la voce di donne così difficili risulta spesso disturbante, e lo scopo stesso di Homeland, The Bridge e The Killing sembra essere proprio quello di avvincere lo spettatore portandolo a far proprio il punto di vista non conforme della donna folle. Niente eroine positive alla Charlie’s Angels, né guerriere alla Kill Bill o punk geniette alla Lisbeth Salander, ma donne non giovanissimissime, piuttosto normali anche fisicamente – tranne Saga che è splendida pure con le cicatrici – ma con una grande fiducia nel proprio istinto, molto metodo nel procedere e una disarmante onestà intellettuale.

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E questo è il lato positivo di queste serie, che hanno un grande successo anche tra gli uomini. Il modo in cui influenzano la percezione della donna facendone un’eroina a tutto tondo e non un’eroina ‘rosa’ come era la pur guerrierissima Uma Thurman vale più di mille manifestazioni di ‘se non ora quando’. C’è però un espediente narrativo che esiste in tutte e tre i casi e che un po’ mi irrita. Sia Saga e Carrie hanno un ‘mentore’, un collega molto più anziano, saggio, rispettato, che difende il loro punto di vista e lo rende accettabile al mondo esterno. Nel caso di Sarah questo mentore è un coetaneo, un superiore al quale è servito molto tempo prima di riuscire a fidarsi di lei ma che è disposto a coprirle le spalle mentre cerca la verità con i suoi metodi poco ortodossi. Perché tre eroine femminili così complesse devono cadere tutte e tre in un rapporto pigmalionico che fa da interfaccia tra la loro intelligenza e la realtà esterna? Non è solo un maestro di vita, ma una sorta di traduttore simultaneo nella lingua accettabile e conformista della razionalità. Mi vengono in mente certi esami femministissimi di antopologia filosofica all’università, quando leggevo libri sul ‘fallologocentrismo’: non solo siamo in una società fallocentrica, ma del maschile accettiamo la logica, che risulta dominante rispetto al tipo di pensiero intuitivo di cui sono portatrici estreme le tre fanciulle. La messa in discussione di questo tipo di pensiero dominante mi sembra essere la ragione del successo di queste serie. Pensano di star dando la caccia ai cattivi, ma in realtà Sarah, Saga e Carrie stanno lottando contro il fallologocentrismo. Pensateci.

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Un altro punto comune sta nel fatto che Sarah, Saga e Carrie non sono affatto tre maliardone e non usano troppo il loro fascino, ma sono donne promiscue e sentimentalmente imprevedibili. Sia Carrie che Saga vanno nei bar a rimorchiare quando si sentono sole, mentre Sarah, che ha già un figlio da un primo matrimonio, compromette il rapporto con il fidanzato belloccio e col ciuffo per dedicarsi al lavoro, è una madre assente e rischia, proprio come Carrie, di innamorarsi di colui che con la ragione sta cercando di incastrare per i crimini al centro della sua indagine. Ma Carrie ha un po’ paura della solitudine, e l’amore la rende ancora più irrazionale, mentre Sarah ha un autocontrollo perfetto e un po’ rassegnato, indice di una certa depressione. Saga, da parte sua, è autistica e non crede troppo alla possibilità di vivere in coppia, anche perché è quella più estranea a qualunque schema sociale (alla fine però richiama un corteggiatore carino). In tutte e tre le serie c’è una figura femminile classica per le rispettive culture di riferimento che mette in risalto le stranezze delle tre eroine. In Homeland, in particolare, è nettissima la distinzione la la furia distruttrice di Carrie e i rassicuranti valori domestici di cui è portatrice la signora Brody, una convincente sosia di Mara Carfagna pronta a tutto pur di avere una famiglia sana. Nel caso di The Killing è la madre stessa di Sarah a spiegare alla figlia come si dovrebbe comportare una donna normale, mentre Saga, così fredda e antisociale, si confronta con la moglie del suo collega, femminile e materna.

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Sia Carrie che Sarah, poi, si trovano a lavorare su temi legati agli interventi militari delle forze internazionali in Iraq e in Afghanistan: un disastro messo su dagli uomini in cui solo loro, donne, riescono a vederci chiaro. “Io non cerco di capire in cosa sono dei terroristi, ma in cosa sono degli esseri umani”, spiega Carrie mentre riflette su quale sarà la prossima mossa di al-Qaeda mentre il resto del suo ufficio CIA è tutto impegnato in una violenta caccia all’uomo. Il problema del veterano di guerra, vittima per eccellenza della logica maschile guerrafondaia, è presente in entrambi i casi, e tutte e due le donne ci cascano e si innamorano, quasi ipnotizzate. Carrie davanti all’uomo che ama si comporta con la stessa vulnerabilità della sua omonima Bradshaw, ma non potrebbero essere più diverse. Saga, che ha a che fare con il ‘Truth Terrorist’, un pazzo che commette crimini efferati seguendo una logica di vendetta per i reati contro la verità, è un personaggio un po’ pre-adamitico in cui solo la menzogna è peccato. Grazie a questo, solo lei riesce a capire quale sia la logica dell’assassino.

E’ emerso già da un po’, e chiaramente, un filone di personaggi femminili ‘difettati’ eppure, proprio per questo, fortissimi. Homeland I, con mio grande sconforto, finisce con Carrie alle prese con le convulsioni dell’elettrochoc, che decide di farsi fare nonostante Saul, il suo mentore, le dica: “Sei la persona più forte che conosco”. Noi spettatori, non solo le donne, sappiamo che Saul ha ragione e che lei è forte, ma lei vuole liberarsi dalle torture che le infligge la sua testa, e che sono seconde solo a quelle che sono state perpetrate a Brody in Iraq. La consapevolezza dei propri limiti è una grande prova di eroismo, a mio avviso, ed è segno dei tempi che nel 2012 ‘forte’ non significhi più ‘tutto d’un pezzo’, che le eroine-donne non siano più rappresentate solo nei termini caricaturali delle sexy-guerriere, ma in quelli, molto avvincenti, dell’intelligenza e dell’anticonformismo non di maniera. Queste trenta-quarantenni fanno le cose a modo loro, e a me tutto questo mette un gran buonumore (oltre a tenermi incollata allo schermo).

2 thoughts on “Sarah, Carrie, Saga e le altre ragazze del mucchio (un post che è tutto uno spoiler)

  1. Ho letto il tuo articolo con molto piacere. E’ interessante il fatto che tutte e tre ricoprano ruoli di alto profilo che conducono con abilita’ e professionalita’ pur soffrendo una condizione patologica. Questo in un certo senso e’ una svolta direi epocale perche’ finalmente si guarda a questo genere di eroine (e probabilmente ci saranno eroi in futuro) come veri esseri umani con i loro punti di luce e tenebra.

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  2. sì, sentivo l’altra mattina su BBC4 un servizio su quanto sia difficile per le persone che soffrono di un problema psicologico portare avanti una carriera normale. e l’estate scorsa in un’intervista l’attrice che interpreta Saga raccontava di ricevere moltissime email e lettere da persone affette da sindrome di Asperger che la ringraziavano di aver ‘sdoganato’ il loro problema in televisione e di aver saputo creare un’eroina positiva autistica, la prima credo. in nessuno dei tre casi, peraltro, la malattia è resa caricaturale. Per me si tratta di un passo avanti importantissimo.

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