An education

London School of Economics, ritratto di un’università globale

Il rullo dei tamburi va avanti indisturbato da più di mezz’ora, così come lo slogan ‘LSE vergogna!’, urlato al megafono da un vigoroso sindacalista sudamericano davanti ad un andirivieni di studenti e docenti in pausa pranzo, più divertiti che infastiditi dal fracasso e dalla confusione di bandiere rosse, trombe, maracas, tamburelli. Decisi a protestare contro il taglio ai compensi e il presunto razzismo da parte della società che li gestisce, gli addetti alle pulizie della London School of Economics non hanno dovuto faticare troppo per guadagnarsi il sostegno a braccia aperte dell’Unione degli studenti. Un volantino di questi ultimi spiega amaro che “LSE continua, in maniera insensata, a pretendere di ‘migliorare la società’” e per questo è giusto che un’istituzione che solo a nominarla evoca progressismo e attenzione ai problemi sociali sia messa con le spalle al muro dai suoi alunni, quando si mette a razzolare male. Quando Mario Monti venne in visita nel gennaio scorso fu accolto a braccia aperte dalla maggioranza, ma non mancò neppure lì uno sparuto e chiassosissmo gruppo di manifestanti ad urlare contro ‘i governi delle banche’. Al banchetto dell’organizzazione anticapitalista che distribuisce i volantini per il festival ‘Marxismo 2012 – Idee per cambiare il mondo’ (con previsto intervento di Toni Negri)  spiegano che “molti ragazzi sono interessati e si fermano a leggere il nostro materiale, ma qualcuno appena vede scritto ‘Marx’ scappa via inorridito”.

Una vocazione alla protesta e alla riflessione che LSE non ci tiene a reprimere, anzi. “L’idea di fondo è che per la nostra istituzione è auspicabile, salutare che ci sia un dibattito e che le cose vengano discusse apertamente”, spiega Warwick Smith, portavoce dell’ateneo. Non sorprende che nel 1992, quando LSE cercò di acquistare per 65 milioni di sterline la County Hall, grande edificio edoardiano a sud del Tamigi e proprio davanti a Westminster, il governo di John Major, con lo zampino di Margaret Thatcher, preferì cedere il complesso ad una placida catena alberghiera giapponese. Tutto voleva, l’ex primo ministro, tranne che sottoporre i deputati all’assalto quotidiano degli slogan studenteschi su un edificio che, vista la posizione strategica, era definito ‘la lavagna di Westminster’.

Un tipo di cautela che con Cambridge e Oxford sarebbe stata forse superflua, e non perché le altre due università siano meno vivaci politicamente o perché LSE sia meno prestigiosa. Insieme ai due antichi atenei, la London School of Economics forma il ‘triangolo d’oro’ delle università inglesi, ma rispetto alle prime due sembra fatta di un materiale completamente diverso. Tra LSE e Oxbridge la differenza è una, e se può sembrare dettaglio agli occhi di un staniero, per un britannico conta eccome: la campagna. Gli studenti di Oxbridge, così come quelli della scozzese St Andrews, vanno via di casa per vivere immersi nel verde, sono organizzati in campus, abitano insieme nei grandi edifici medievali o negli appartamenti delle pittoresche cittadine, fanno canottaggio e altri sport, hanno una serie di riti condivisi che li uniscono negli anni e che assicurano un senso di appartenenza incrollabile. L’immaginario delle classi alte inglesi è indissolubilmente legato allo scenario bucolico, dove passano tutto il tempo possibile e che per loro rappresenta un punto d’arrivo, e non una provincia dalla quale fuggire come per francesi e italiani.

LSE, con i suoi edifici grigi e moderni nel centro di Londra, in una trafficatissima zona a due passi da Covent Garden e da Trafalgar Square, la sua mancanza di verde e la sua prossimità alla City, non risponde alla stessa esigenza di far andare via i figli di casa in giovane età, magari dopo un ‘gap year’ passato in viaggio tra l’India e il Sudamerica. E infatti a Clare Market, sede della London School of Economics, i britannici sono circa un terzo del totale dei laureandi. Per loro LSE rappresenta piuttosto un luogo di transizione e perfezionamento, dove completare gli studi, ma non dove trascorrere gli anni della formazione da ‘undergrad’. In un sistema di classi sociali così forte come quello britannico, quello che vale per l’aristocrazia tende ad essere imitato da tutti, perché è sul suo terreno che si gioca buona parte della partita del potere. Non che a LSE manchino i riti sociali o che sia frequentata peggio delle concorrenti, tutt’altro. E’ solo che invece di formare da 600 anni la spina dorsale del paese, rappresenta l’altra faccia dell’identica medaglia, educando da 117 anni l’élite globale e garantendo a Londra quel ruolo di centro del mondo a cui, da ex impero coloniale, non ha alcuna intenzione di distaccarsi.

In un paese come l’Italia studiare lettere classiche e sperare di trovare un lavoro remunerativo sono due esigenze in quasi perfetta contraddizione l’una con l’altra. Non è così a Oxbridge, dove spesso chi ha studiato storia greca finisce col lavorare nella City o, con pochi anni di studio in più, decide di entrare in uno studio legale, arrivando rapidamente a stipendi stellari. L’approccio di LSE è più mirato e riconoscibile agli occhi di un europeo continentale. Lì speculazione e teoria cedono il passo ad un taglio pratico e ad una vicinanza anche fisica alle istituzioni e al vivo dell’azione, come dimostra il fatto che l’ex direttore Howard Davies prima era alla Bank of England e che l’attuale governatore, Mervyn King, prima era professore di LSE. Oxbridge e la London School risultano quindi più complementari che rivali. La concorrenza diretta è quella con il King’s College, che sta a poche centinaia di metri, è più grande e leggermente meno prestigioso ma vanta anch’esso la sua schiera di premi Nobel, di personaggi famosi, di studenti svegli. Su un punto però LSE è imbattibile: è la scuola più internazionale del Regno Unito e forse del mondo, con 140 paesi attualmente rappresentati (ma tra passato e presente ci sono stati studenti di 190 nazionalità), e il 45% del personale non britannico. Oggi ci sono circa 9.000 ragazzi che studiano lì e la metà di loro è alle prese con un corso post-laurea. La selezione è stringente e solo uno studente su 14 riesce ad entrare, sempre e solo sulla base del suo curriculum, di un parere dei suoi professori di liceo e di una lettera di motivazione personale che, garantiscono, è la vera chiave d’accesso. Come l’intero sistema educativo britannico, LSE è alle prese con il dilemma dell’integrazione e della ricerca di un modo di diventare inclusivo pur rimanendo elitario. Le borse di studio ci sono e i costi sono simili a quelli delle altre università dopo l’aumento delle tasse: 8.500 sterline all’anno per i laureandi a tempo pieno, con alloggio pagante nelle residenze universitarie garantito a tutte le matricole. Ed è una lobby considerevole, con i 97.500 ex alunni organizzati in 70 gruppi in 190 paesi. I premi Nobel tra studenti e professori sono 16, tra cui Friedrich von Hayek, non certo uno di quelli che sarebbe rimasto incantato davanti al banchetto di propaganda marxista. E poi i 34 capi di stato passati e presenti, da Yomo Kenyatta a John Fitzgerald Kennedy, i 31 deputati britannici di oggi e i 42 membri della Camera dei Lord.

Un’università che tra gli anni ‘60 e gli anni ’70 ha visto passare sia Mick Jagger che Anna Maria Tarantola merita di certo tutta la nostra attenzione. Nel 1968 nell’aula magna troneggiava una grossa scritta ‘anarchia’ ma, forse per colpa di tutti quegli studenti stranieri, a detta di qualcuno “l’ortografia era sbagliata”. Così come senz’altro sbagliata è l’immagine di un’università dominata dal radicalismo e dall’ideologia di sinistra, secondo Rodney Barker, professore emerito approdato a Clare Market nel ’71. “La stampa in quegli anni andava cercando storie di protesta, e non vedeva che nella realtà dei fatti la maggioranza del corpo docente e molti degli studenti erano liberali tendenti a destra”, ricorda il docente, osservando come nelle altre università del paese ci fosse stupore per la fama che si andava guadagnando LSE. “Era pur sempre l’università di Karl Popper, suvvia”, nota Barker, secondo cui “i rivoluzionari facevano notizia”, ma non avevano necessariamente la meglio, perché “la London School non sarebbe mai diventata quello che è se fosse stata ideologicamente monolitica”. Era un posto “vivace”, dove il dibattito era “incessante” e non sfociava mai nello scontro interno, perché tutti, secondo Barker, erano consapevoli che la ricchezza della scuola era proprio quella di raccogliere differenze profonde.

In un bell’articolo di qualche anno fa, Enzo Bettiza diceva che gli studenti di LSE sono destinati a dedicarsi alla “diagnosi e alla riparazione clinica dei guasti sociali”. Questa definizione è stata più che mai vera nei secondi anni ’90, quando sotto la direzione di Anthony Giddens la London School of Economics era il laboratorio della ‘terza via’, nonché l’indiscusso centro di produzione dei ‘Tonycrats’, i luogotenenti di Blair. Negli anni della Cool Britannia, il suo bel logo rosso smagliante era il marchio di fabbrica del riformismo, della capacità della sinistra di scrollarsi dalle spalle decenni di polvere e guardare al futuro con il vento in poppa e formule innovative, promuovendo una mobilità sociale che, a ben guardare, il Regno Unito non ha mai più conosciuto in quella misura. Anthny Giddens voleva che LSE diventasse il laboratorio del ripensamento di ciò che lo stato e la politica avrebbero dovuto essere in un mondo globalizzato. Forte dei suoi 26 anni a Cambridge e del rifiuto per un certo tipo di cultura classista, aveva aperto la via ad un socialismo benestante e responsabile, che ha vissuto un decennio straordinario e che ora sembra essersi esaurito. In un certo senso, i fratelli Miliband sono due classici prodotti britannici di LSE. Figli di Ralph, pensatore marxista che insegnò per anni alla School, entrambi hanno però studiato nel secolare college di Corpus Christi a Oxford. Solo Ed, in un secondo momento, completò i suoi studi a Clare Market. Per ora la sinistra le elezioni le perde, ma LSE continua a rinnovarsi ed è certo che se qualche novità dovesse emergere, sarà probabilmente da lì, anche grazie alla linfa apportata dai paesi emergenti. Bella soddisfazione per un’istituzione creata a colazione la mattina del 4 ottobre del 1895 dai coniugi Sidney e Beatrice Webb, da George Bernard Shaw come braccio educativo del progetto fabiano.

E’ cosa vera che la missione della London School of Economics è quella di sfornare classe dirigente globalizzata a ritmi industriali. Altrettanto vero però è che questa missione è resa più facile dal fatto che molti dei ragazzi vengono già da famiglie potenti, magari di paesi non proprio democratici. Figli di sceicchi, di miliardari vari e di politici di terre lontane – tra cui Evgenia Tymoshenko, ma anche George Papandreou per fare qualche esempio – si mescolano ai rampolli dell’antica aristocrazia europea nelle caffetterie, nella mensa dal menù sempre diverso e sempre esotico, nella biblioteca fornitissima e nelle serate danzanti del venerdì sera nell’apposita discoteca. La macchia più vistosa nella storia dell’istituto viene proprio da un certo debole per i rampolli. Saif al-Islam Gheddafi nel 2008 discusse una tesi di PhD, forse copiata, sullo scivolosissimo tema ‘Il ruolo della società civile nella democratizzazione delle istituzioni della governance globale: dal ‘soft power’ alla decisione collettiva?’ e, grazie alla zelante opera di un professore, David Held, fece una pingue donazione di un milione e mezzo di sterline tramite la Fondazione Gheddafi per la beneficienza e lo sviluppo. Peggio ancora, Saif al-Islam fu chiamato a tenere la ‘Ralph Miliband Memorial Lecture’ su ‘passato, presente e futuro della Libia’, il 25 maggio del 2010, con un’introduzione più che lusinghiera da parte dello stesso Held. Una decisione che David Miliband definì “orribile” e che, nel 2011, portò alla creazione di una commissione d’inchiesta, all’allontanamento di Held e alle dimissioni dell’allora rettore Howard Davies, sostituito da Judith Rees, tra le critiche (un po’ tardive) degli organi di stampa e dell’opinione pubblica.

Ma la London School of Economics, istituzione dalle anime numerose quasi quanti i passaporti dei suoi studenti e docenti, continua ad avvalersi di un livello eccezionale di insegnamento che le permette di andare dritta sulla sua strada. La presenza italiana, in particolare, è fortissima e lo è sempre stata, da Piero Sraffa in poi, come dimostra la LSE Italian Society con i suoi 700 membri e la presenza di cinque docenti solo nel dipartimento di economia. Alcuni degli eventi organizzati dalla Italian Society riflettono gusti un po’ paradossali per gente che in molti casi finisce per lavorare nel mondo della finanza: da Beppe Grillo a Marco Travaglio, sono molti quelli che sono stati invitati a parlare negli ultimi anni. Ma come ci insegna Rodney Barker, non bisogna fermarsi alle apparenze e seguire “i gusti di una stampa spesso pigra e alla ricerca di storie forti”. Quando nel gennaio scorso Mario Monti andò a tenere una lezione, dimostrando una inaspettata verve, la sala era gremita di italiani che si rispecchiano nel suo profilo internazionale e nella sua formazione. I tecnocrati, alla LSE, sono senz’altro di casa, ma sarebbe limitativo cercare di dare una definizione univoca di un posto del genere. Tanto più quando si tratta di un’istituzione del Regno Unito, paese tutto fondato sulla capacità di mantenere ferma una tradizione pur cambiando in continuazione. Le figure rappresentative di questo gigantesco think tank nel cuore vibrante di Londra non si contano, ma Ralf Dahrendorf, che ne è stato rettore, merita senz’altro una menzione a parte. Quando Elisabetta II nel 1993 lo fece baronetto, il pensatore d’origine tedesca non ebbe dubbi e scelse, per il suo titolo, quello di “Baron Dahrendorf di Clare Market nella City di Westminster”.

(pubblicato su ‘Il Foglio’, sabato 16 giugno 2012)

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