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Hollywood Costume parte II: Meryl Streep e il mantello da donna innamorata (Da ‘Il Messaggero’, domenica 21 Ottobre 2012)

Non capita spesso di entrare in una stanza e di ritrovare tanti elementi dell’immaginario collettivo esposti l’uno accanto all’altro. L’abito bianco di Marilyn inQuando la moglie è in vacanza, le scarpette rosse di Dorothy ne Il Mago di Oz, ma anche il costume di Dark Fenner, il cappello di Indiana Jones e la tuta dell’Uomo Ragno non sono solo vestiti o costumi di scena. Negli anni, ciascuno di loro è andato a plasmare la nostra idea di femminilità o di magia, di male, di avventura o di eroismo. E’ questa sensazione, oltre alla pura gioia di vedere oggetti così belli e sofisticati, che rende la mostra ‘Hollywood costume’ al Victoria&Albert Museum di Londra, sponsorizzata anche dal re dei diamanti Harry Winston, un’esperienza straordinaria. Aperta dal 20 ottobre al 27 gennaio, è la più grande esposizione che sia mai stata allestita sul tema dei costumi per il cinema e, per dirlo con le parole della curatrice Deborah Nadoolman Landis, autrice tra le altre cose dei costumi dei Blues Brothers, “non è una mostra sui vestiti, ma su come si crea un personaggio”.

E infatti tutti gli oggetti esposti continuano ad evocare innanzi tutto, talvolta a distanza di decenni o quasi di un secolo, una personalità fortissima. Fa una certa impressione imbattersi nel sontuoso vestito verde fatto con le tende e la passamaneria che Rossella O’Hara si fa cucire durante la guerra senza trovarci Vivien Leigh dentro: perché quel vestito è parte essenziale della leggendaria protagonista di Via col vento quasi quanto l’attrice che l’ha interpretata e la frase ‘dopotutto domani è un altro giorno’. L’abito verde, che ha dovuto affrontare un accurato restauro per recuperare lo smalto del 1939, è quello che nel film meglio rappresenta la forza di volontà e lo spirito ribelle di Miss Rossella, così come il tubino nero lungo di raso con le perle di Colazione da Tiffany cattura l’anima eccentrica e raffinata di Holly Golightly più di qualunque altra cosa.

Vedere il (bellissimo) vestito esposto accanto al cappottino color malva indossato da Audrey Hapburn in My Fair Lady, girato appena tre anni dopo, aiuta a capire quanto la prova di ciascun attore sia indissolubilmente legata a quella del costumista – in questo caso Hubert de Givenchy – chiamato a vestirlo. A quest’ultimo spetta descrivere il personaggio con dettagli minimi: tutte cose che una sceneggiatura non può raccontare da sola e che servono a dare spessore alla storia. “Per ciascun film, i vestiti sono la metà della battaglia nella creazione di un personaggio”, ha ammesso Meryl Streep, che si è avvalsa di creazioni splendide durante la sua carriera: il vestito bianco de La mia Africa e la splendida cappa e il vestito in cui si avvolge, intensa e innamorata, ne La donna del tenente francese sono esposti.

Guardando la mostra ci si rende conto che i costumi di scena migliori non sono sempre i più spettacolari, che pure non mancano. Un film come Closer difficilmente entrerà nella storia del cinema, però il montone usurato che indossa Natalie Portman è un esempio perfetto di come il costume faccia il personaggio: è corto e abbastanza sexy con le sue fibbie di metallo e la sua forma attillata, ma è vecchio e sporco, e sa di nottate passate fuori di casa e di innocenza perduta. Poi ci sono i vestiti scintillanti di Ginger Rogers, il tubino bianco di Basic Instinct, la tuta gialla di Kill Bill, le tuniche di Cleopatra, i copricapo a caravella di Maria Antonietta: tra i 130 vestiti esposti al V&A è difficile non ritrovare anche qualcosa di se stessi.

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