the glorious land

Downton Abbey, ossia come ti concilio Beautiful e un congresso di partito

Downton Abbey, all’inizio, mi piaceva tanto. Mi sembrava portasse il period drama al suo massimo splendore, con gli attori impeccabili, gli abiti sontuosi, le vite parallele dei signori e dei loro servitori, la trama quasi troppo avvincente. Una garanzia il fatto che fosse scritto da Julian Fellowes, autore di Snob e Past Imperfect, due romanzi di satira sociale divertentissimi, e che fosse interpretato da Elizabeth McGovern, che da bambina consideravo la donna più’ bella del mondo. Mi piaceva tanto anche Hugh Bonneville nella parte di Lord Grantham. Siccome lui era il perfidissimo Grandcourt in un adattamento BBC di ‘Daniel Deronda’, uno dei miei romanzi preferiti di sempre, il cerchio si chiudeva e tutto diventava chiaro: Downton Abbey era stato fatto apposta per me.

Finita l’emozione della prima serie e la suspense per chi sarebbe uscito vivo dalla prima guerra mondiale, la trama ha avuto un curioso cambiamento: si e’ messa a correre. Con un ritmo da vaudeville, sono apparsi e scomparsi cugini ereditieri usciti sfigurati dalla guerra, una carrellata di fanciulle con le trecce sparse sul petto reso affannoso dalla spagnola, alcune delle quali provvidenzialmente morte per lasciare spazio all’eroina più’ avida della storia della TV, Lady Mary, una storia d’amore fulminea tra Lord Grantham e una cameriera che sembrava nascondesse qualcosa e invece e’ sparita nel nulla in poche ore. Tutto questo elegante pastrocchio finiva in un appassionante puntatone di Natale che, obiettivamente, dava molta soddisfazione. Più il tipo di soddisfazione legato a ‘Beautiful’, che a ‘Casa Howard’, ammetto.

Con la (penosa) scusa di allenare l’orecchio ad ascoltare un inglese distinto, ho continuato a vedere la serie, sghignazzando sempre più spesso davanti alle incongruenze della trama e alla sfacciata celebrazione dei solidi valori britannici, soprattutto nell’inutile e stucchevole sottotrama dell’accusa di omicidio nei confronti del povero Bates, una sorta di fratello bello di Antonio Di Pietro protagonista della storia d’amore dei piani bassi con la dolce cameriera Anna, modello di virtù e di fiducia nei solidi valori britannici (l’ho già’ detto?). Una noia infernale. Quando hanno iniziato a trasmettere Homeland alla stessa ora di Downton, il primo ha ovviamente avuto la meglio, perché non ne potevo più di passare la domenica sera a sentire elogiato lo spirito del paese, la spina dorsale del paese, il coraggio degli uomini che hanno fatto il paese ecc ecc. Il tutto mentre ai piani di sotto i poveri camerieri vivono una vita faticosissima, tutti stipati in una cucina a farsi dispetti, e ai piani alti non fanno, letteralmente, niente dalla mattina alla sera (tranne i dispetti, trait d’union tra le varie classi sociali britanniche evidentemente).

Pero’ c’e’ qualcosa che mi ha trattenuto dal tagliare i ponti con Downton Abbey, ed e’ stata la curiosita’ verso la sorte riservata dagli sceneggiatori, e quindi da Fellowes, al povero Lord Grantham, il capofamiglia e, in qualche modo, protagonista della serie. Che fosse uno degli uomini meno brillanti della sua generazione si era già capito dall’inizio, ma nella terza serie le sue debolezze sono oggetto di vero e proprio accanimento: dopo aver impedito alla figlia bruttarella di sposarsi con un uomo più anziano, esponendola ad ogni umiliazione, si dimostra più ottuso del previsto impedendo al medico di salvare la figlia bella e buona da morte certa per dare ascolto ad un medico incompetente ma con prestigioso studio in centro. A quel punto la sua augusta madre, Maggie Smith, per risparmiargli il rancore eterno della moglie, chiede al medico buono di mentire e affermare che la figlia non si poteva salvare. Oltre a dover piegare la scienza per andare incontro alle sue convinzioni un po’ retro, i famigliari di Lord Grantham devono anche usare le pinze per spiegargli che amministratore pessimo sia stato e come i suoi possedimenti siano a rischio di bancarotta se non si cambia passo.

Le ultime tre puntate sono state impreziosite da esilaranti gaffes del povero Lord.
La moglie non lo puo’ più vedere, la figlia e la madre lo trattano con protettiva compassione, il genero ormai non può far altro che litigarci visto che e’ un pericolo pubblico. Speculari ai suoi errori sono quelli di Carson, il maggiordomo, ottuso quando il padrone ma meno suscettibile di fare danni. Strano che un conservatore dichiarato come Fellowes stia riservando una sorte così amara al suo personaggio principale (visti i ritmi della serie tutto quello che sto scrivendo potrebbe cambiare in mezza puntata). La sceneggiatura sembra scritta di getto, visto che molte storie vengono lasciate morire senza seguito, ma questo non e’ grave, perche’ quello che conta, in Downton, sono i personaggi, la loro staticità bidimensionale, le caratteristiche di cui sono portatori, le palpitazioni che suscitano nel pubblico. La trama, tutto sommato, e’ secondaria.

Non e’ un mistero che la serie sia la rappresentazione televisiva dei Tories al potere. Non solo perche’ racconta e celebra l’aristocrazia del paese, rendendola piu’ simpatica agli elettori tanto da influenzare anche i dibattiti sulla tassazione dei patrimoni. Downton Abbey va ben oltre: guardando le dinamiche dei personaggi, ci si accorge di assistere ad un congresso dei conservatori. C’e’ la vecchia guardia che sopravvive sempre, incarnata dalla Dowager Maggie Smith, c’e’ un leader incapace di rinnovarsi e destinato alla sconfitta per mano di una generazione giovane e riformista, guidata da Matthew. Chi non e’ nato posh, come il povero chauffeur Branson, va incoraggiato ad imitare i posh, cosa che prima o poi avviene se ci sono le condizioni, oppure a rispettare ossequiosamente i posh, come Carson il maggiordomo e tutti gli abitanti della cucina. Il personaggio più’ negativo e’ casualmente anche gay e l’unica figura fieramente progressista, ossia la mamma di Matthew, e’ costantemente messa in minoranza e appare un po’ ridicola, con le sue battaglie sociali che fanno spesso più’ male che bene.

Insomma, con Downton Abbey i 10 milioni di spettatori assistono ogni domenica alla lotta tra le diverse correnti del partito principale della coalizione che li governa. Il messaggio subliminale che la serie trasmette e’ che quel partito e’ vivo, che i problemi si risolvono tutti insieme con pragmatismo e che non c’e’ spazio per posizioni rigide e univoche come quelle di Lord Grantham, parodia del conservatore ottuso destinato alla sconfitta per mano di un rivale piu’ moderno e scaltro. Un maligno potrebbe quasi quasi pensare che il personaggio di Hugh Bonneville ricordi vagamente David Cameron.

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