Fleet street

Open space o lonely space? Il lavoratore indipendente e il dilemma della stanza tutta per se’


Lavorare a casa da sola e’ una cosa che non faro’ mai piu’. Fa malissimo, ne sono convinta. Un anno di solitudine davanti ad una scrivania, finalmente concluso, ha fatto di me una persona piu’ chiusa, piu’ ansiosa e, soprattutto, molto piu’ ignorante. I primi a fare le spese della mia condizione di lavoratrice flessibile solitaria sono stati i libri, per i quali non ho quasi mai trovato il tempo ne’ la serenita’, sempre preoccupata com’ero da quello che dovevo scrivere, dalla lettura dei giornali di mezzo mondo e dall’affannosa compilazione di liste di cose da fare per dare una forma a tutta quella liberta’. Oltre a leggere pochissimo e prevalentemente romanzi cretini (sul sublime romanzo inglese cretino mi dilunghero’ presto), ho fatto il triplo della fatica a lavorare, a trovare idee, a scrivere. Ma i danni non sono stati solo di natura intellettuale: sono ingrassata, ho fumato molto e non ho trovato neanche un minuto per darmi lo smalto sulle unghie.

Quand’e’ che la solitudine necessaria per avere un po’ di calma e concentrazione si trasforma in un magma informe di liberta’, vuoto, incapacita’ di darsi delle priorita’? La risposta e’ molto vicina a quella che darebbe chi, all’universita’, invece di studiare da casa, andava in biblioteca anche quando non aveva niente da cercare: ci si concentra meglio se si hanno degli stimoli esterni. Questo vale in molte circostanze, ma ha un’importanza particolare per chi fa il giornalista, un mestiere che per definizione non puo’ e non deve essere svolto in solitudine. Per anni sono stata in uffici grandi, grandissimi o grandicelli in cui non c’era quasi alcuna possibilita’ di starsene per conto proprio e di questo mi lamentavo (c’e’ sempre qualcosa di cui mi lamento). Di fatto, durante gli anni a Bruxelles ho fatto quasi tutte le mie telefonate di lavoro importanti dai bagni delle donne del sesto piano del Residence Palace, un imponente palazzone pieno di redazioni giornalistiche. Il problema era quando ad essere occupato non era il bagno, bensi’ il davanzale della finestra, su cui era comodo appoggiarsi per prendere appunti. Di solito eravamo io e una collega spagnola a litigarci la scrivania informale e la mia vita e’ molto migliorata quando lei e’ stata trasferita in un’altra sede. Le auguro di aver trovato un bagno più grande.

Uno studio molto citato dai freelance lamentosi del dipartimento di Psicologia dell’universita’ americana di Brigham sostiene che la solitudine sia equiparabile agli altri fattori di rischio per la salute, come fumo, pressione alta, alimentazione, e al pari di quelli puo’ portare ad una morte precoce. Mi sembra un po’ eccessivo mettere sullo stesso piano chi ha una vita molto isolata e solitaria a chi sta solo 8 ore al giorno davanti ad un computer. Piu’ che morire precocemente, quest’ultimo a mio avviso rischia di perdere un po’ di equilibrio mentale e soprattutto, piano piano, di limitare gli stimoli provenienti dal mondo esterno a quello che si legge su internet o si guarda in TV. I freelance che conosco io non hanno problemi di solitudine in generale, anzi: per fare un lavoro del genere devi essere piuttosto socievole, visto che per scrivere sui giornali bisogna conoscere ed essere conosciuti (succede in tutti i paesi). Il loro problema e’ che passano troppo tempo da soli durante la giornata e questo non solo e’ destabilizzante, ma ha un effetto potenzialmente negativo per il lavoro che fanno, restringendo il loro punto di vista invece di allargarlo. Per quanto riguarda la produttivita’ non mi pronuncio: io ho lavorato meno e peggio, ma per piu’ ore, quindi alla fine credo che non ci siano differenze rilevanti, ma magari altri hanno esperienze diverse da raccontare.

Immagino che per uno scrittore o per un compositore o per un pittore la solitudine sia qualcosa di desiderabile e necessario. Solo che essere giornalisti e’ cosa totalmente diversa dall’essere scrittori e se c’e’ un male che sta compromettendo ulteriormente il gia’ fragile stato di salute della professione e’ la tendenza a fare un giornalismo d’opinione e non d’inchiesta, sempre piu’ slegato dalla realta’ delle cose e piu’ interessato a commentare le cose che ad andarle a scoprire. Anche fare due chiacchiere con un altro essere umano, o avere il parere di un collega straniero o di qualcuno che non c’entra niente e’ fondamentale per confrontare le proprie opinioni e rappresenta un primo passo verso l’esterno. Per non parlare dell’andare a curiosare in giro, attivita’ che dovrebbe essere l’essenza stessa della professione. Questo, certo, si puo’ fare anche lavorando da casa. Pero’ c’e’ qualcosa di intimamente legato al lavoro di giornalista nell’uscire di casa il piu’ possibile, ogni giorno, con gli occhi molto aperti, e io sono molto contenta di aver ricominciato a farlo, al di la’ degli eventuali benefici per la salute.

4 thoughts on “Open space o lonely space? Il lavoratore indipendente e il dilemma della stanza tutta per se’

  1. Cara Cri, dopo anni di solitudine, come scrivi tu, lavoro da un semestre in un openspace con altre 6 persone.
    Certo, ora ho degli orari da rispettare (non vado più in piscina prima di affrontare le mail e il pc), conosco perfettamente il calendario biologico delle mie colleghe e non manco le liti con le fidanzate dei miei colleghi. Sto quasi diventando esperta di calcio. Non posso più cazzeggiare su internet e non ho più il tempo di organizzarmi una spendida vacanza dopo aver vagliato tutti i siti e i blog. Infine, le novità della collezione dei miei vestiti preferiti sono ormai vecchi ricordi.
    Eppure,
    Eppure sto imparando alla grande, respiro le telefonate altrui, leggo i giornali con gli occhi e la voce degli altri, facendo spesso commenti ad alta voce. Mi impossesso di tecniche e conoscenze che ignoravo. Rubo i segreti e le strategie. Mi scontro e mi confronto. Insomma, divento “più grande”. E mi diverto.
    Inoltre, ci metto qualche secondo in più a vestirmi, a volte temporeggio su un mascara messo male. Tolgo il pigiama alle 7.30. E questo mi sembra un sintomo di salute e benessere.
    Tutto questo per dire che: sì, è comoda la vita da freelance, ma è molto meglio essere costretti ad uscire di casa e avere un posto dove andare. A lavorare intendo. E un posto dove tornare, per fare tutto tranne che lavorare.

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  2. “leggo i giornali con gli occhi e con la voce degli altri”. parole che dicono tutto quello che c’e’ da dire. fa benissimo, anche quando il mascara e’ messo male e uno vorrebbe rimanere a dormire e la piscina e’ un ricordo lontano. io spero che la cultura degli uffici condivisi si diffonda sempre di piu’, perche’ serve a rispettare se stessi e il proprio lavoro (non sto parlando di chi lavora talvolta da casa o si chiude per qualche giorno, ma dei rischi che corre chi sta sempre a casa) e a farsi valere quando qualcosa non va (cosa che nel caso dei freelance avviene spesso).

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  3. Minchia Cristina, mi hai toccato un tema scottantissimo!
    Come sai io lavoro da casa da quattro anni. Quattro. Secondo lo studio sulla solitudine come fattore di rischio per la salute mi sono rimasti sei mesi di vita. Ho praticato ogni genere di perversione casalinga, dai crackers a letto col portatile a mezzogiorno alla chiamata in redazione seduto sulla tazza, dalla pizza a domicilio, ordinata online per minimizzare il contatto umano, al record di giorni senza mai uscire. Una volta il soffitto mi ha parlato, giuro. Mi ha detto: “che cazzo te guardi?”. Mi sono esaltato leggendo “Walden, ovvero vita nei boschi” di Henry David Thoreau, seduto nel wilderness dei giardinetti sotto casa, e mi sono commosso quando nel finale del film Into The Wild il protagonista scrive sul diario che la felicità autentica è condivisa. Insomma, posso confermare, la solitudine non fa proprio benissimo. Se la solitudine fosse venduta in scatola ci sarebbe l’avvertenza che nuoce gravemente alla salute, o almeno ci sarebbe un foglietto con le dosi massime consigliate. Però se se ne vendono così tante scatole un motivo c’è. La verità è che la non solitudine non è una passeggiata, e la non solitudine lavorativa, organizzata e istituzionalizzata, spesso è un disastro. Si inizia fin da piccoli a scuola, almeno in quella italiana, dove ti insegnano l’abbrutimento di gruppo attraverso la passività e l’alienazione, e si continua nel mondo del lavoro, almeno in quello italiano, dove si passano le ore inchiodato alla scrivania a schiumare di noia e di rabbia. Le dinamiche di gruppo possono essere molto utili o molto nocive. Io ho avuto diverse esperienze dadaiste, tu conosci bene l’ultima prima di darmi alla macchia. Forse nella cultura anglosassone la questione della soddisfazione sul posto di lavoro è un po’ più sviluppata (http://www.greatplacetowork.com/). Resta il fatto che il mondo del lavoro e la società stanno cambiando e bisogna trovare delle formule di collaborazione che vadano al di là dell’ufficio tradizionale, troppo rigido, e anche dell’ufficio condiviso, troppo poco strutturato. Io intanto domenica me ne vado nei boschi delle Ardenne a fare una giornata di meditazione intensiva, dove grazie alle altre persone la mia forza di volontà è magicamente moltiplicata e riesco a meditare un’intera giornata, quando a casa non supero mai la mezz’ora. Mi dovesse venire un’idea vi faccio sapere.

    p.s. complimenti per il blog. E’ già un punto di riferimento, soprattutto per un anarco-fancazzista senza facebook come me

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  4. Caro Snaporaz, grazie per la tua toccante testimonianza. Io ho sempre cercato di essere rigorosa e organizzata, ma dopo 9 mesi (da gennaio a settembre, con qualche pausa: tanto e’ durata la mia reclusione) ho provato a parlarci io, con il soffitto. Io credo che stare da soli, soprattutto per chi e’ freelance, faccia male anche perche’ ti fa perdere di vista i diritti, non consente di sviluppare uno spirito di corpo e delle rivendicazioni collettive. Il lavoro di giornalista freelance e’ in generale, salvo rare eccezioni, poco rispettato. In teoria e’ il mestiere piu’ bello del mondo, nella pratica hai spesso a che fare con arrabbiature e inconvenienti vari che e’ meglio affrontare con altre persone in condizioni simili, oppure condividere. Io sono per gli uffici condivisi, per le sale stampa (qui a Londra ne ho trovata una dopo molto tempo, faticosamente) e per gli scambi. Lo sforzo di uscire di casa e’ minimo rispetto allo sforzo di cercare ogni giorno un equilibrio da soli.

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