the glorious land

‘Chavs’/’Burini’, o del perché Albione è perfida soprattutto con i ceti più bassi

Qualcuno sul Daily Telegraph l’ha chiamato il ‘Justin Bieber della sinistra inglese’, a riprova che il pregiudizio anti-giovani non è solo cosa italiana. Resta il fatto che a 28 anni Owen Jones il suo libro l’ha pubblicato e da più di un anno ‘Chavs – The demonization of the working class’ è in cima alle classifiche dei titoli più venduti e la sua tesi principale, ossia che l’odio di classe sia l’ultimo pregiudizio socialmente accettabile per i britannici, lo ha fatto diventare uno degli intellettuali più influenti a sinistra. Il titolo del libro di Jones contiene due parole poco traducibili. ‘Chav’ vuol dire grossomodo ‘tamarro’, ma ha una connotazione più sociale che estetica rispetto alla versione italiana, mentre ‘working class’ in questo caso si può rendere con un desueto ‘proletariato’, visto che il libro tratta proprio della scomparsa della classe operaia per mano di Margaret Thatcher. Secondo Jones – nato nell’operaio Nord da una famiglia ‘middle class’ e laureato a Oxford – la mobilità sociale in Gran Bretagna è scarsa, se non inesistente, ma migliorarla è un’illusione che porterebbe comunque benefici solo ad una minoranza. Quello che bisogna fare innanzi tutto è invece conferire una nuova dignità ai ceti più bassi, costantemente rappresentati dai media e dalla pubblica opinione in termini talmente negativi da apparire quasi caricaturali.

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Difficile, quasi impossibile durante una cena di intellettuali di sinistra a Londra, sentire discorsi razzisti, omofobi o sessisti, ormai censurati da decenni. Più facile che qualcuno si lasci invece sfuggire qualche commento offensivo nei confronti dei ‘chavs’, dei ‘cafoni’, senza che questo susciti imbarazzo alcuno. E non è niente rispetto a quello che succede altrove. Ci sono lussuose palestre della capitale britannica che cercano di incoraggiare nuovi facoltosi iscritti promettendo allenamenti ‘anti-tamarro’, o agenzie di viaggi online che negano le prenotazioni a tutti i Wayne, Chantelle, Britney e simili in modo che i clienti middle-class come gli Alice, Charles e Joseph non siano costretti a condividere le vacanze con persone troppo diverse da loro. La stampa, da parte sua, fa di tutto per rimandare l’immagine più negativa possibile dei ceti bassi, descrivendone principalmente i lati delinquenziali, quando non si limita ad ignorarli del tutto. Secondo Jones la ragione di questo atteggiamento è semplice: i giornalisti sono tutti di estrazione medio o alto-borghese, come capita in tutti i mestieri in cui ci sono stages non pagati e stipendi molto bassi all’inizio, e non hanno idea di come sia in realtà il mondo dei ‘chavs’. Non c’è immedesimazione possibile, non c’è comprensione, e alla fine quello che resta è solo ignoranza e odio.

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Insieme a Margaret Thatcher e ai suoi tentativi di negare il sistema delle classi sociali con dichiarazioni come ‘non esiste la società, esistono solo gli individui e le famiglie’, al centro delle critiche di Jones c’è il New Labour, che ha cercato di dare al problema degli ex operai rimasti senza fabbriche e senza identità una risposta ‘aspirazionale’. Il punto più controverso del libro è forse proprio questo: l’autore pensa che promuovere la mobilità sociale non sia la soluzione, o almeno non l’unica, poiché quello della working class è un problema di identità, persa al momento della chiusura delle grandi industrie del Nord del Regno Unito, e di rappresentanza, dovuta al fatto che i sindacati sono deboli e che la stragrande maggioranza, se non addirittura la totalità, dei politici e dei giornalisti non è in grado di esprimerne le istanze, di dar voce a delle persone che vengono costantemente descritte come avide sanguisughe del sistema di welfare, ancor più dopo episodi come i riots dell’estate del 2011. Che un figlio di ex-operai possa fare una carriera brillante non cambia la situazione complessiva della classe ex-operaia, che passata dalle fabbriche alle casse di un supermercato non ha più trovato una propria direzione. E questo, secondo Jones, è un problema eminentemente politico, e non individuale come direbbe la Thatcher. Per questo la demonizzazione dei ‘chavs’ è solo un tentativo di rimuovere e negare una questione a cui non si è saputo dare una risposta valida.

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Il sistema britannico di classi sociali è più netto e definito di quello che c’è in Italia e per certi versi le due situazioni sono poco paragonabili, anche perché in Italia le classi operaie sono sempre state trattate con un certo rispetto dalla stampa (per certi aspetti quello che vale per i chavs nel Regno Unito è molto più simile al modo in cui vengono rappresentati gli immigrati). Ma in una stagione in cui molte grandi realtà industriali sono in crisi e il loro futuro è incerto, il libro pone alcuni problemi sui quali riflettere attentamente: una crisi economica è una crisi d’identità, e se la prima si può risolvere, la seconda rischia di trascinarsi per molto tempo e portare a risultati disastrosi nel lungo termine. Come soluzione, Jones vagheggia però un ritorno ad un passato industriale con una classe operaia ipersindacalizzata in grado di far ascoltare le proprie istanze. L’istruzione non può essere una soluzione unica, a suo avviso, perché crea disuguaglianze e ripropone il problema di cosa succede a chi rimane escluso dal sistema meritocratico. Ma si possono ricomporre comunità intorno a fabbriche che non ci sono più? E cosa avviene con la underclass urbana emersa prepotentemente durante i riots? A voler ragionare secondo i termini classici delle ‘classi sociali’ e nella ricerca di una soluzione univoca, Jones ci regala pagine avvincenti e un’analisi lucidissima, in cui qualche sfumatura, per amor di coerenza, rischia però di perdersi.

4 thoughts on “‘Chavs’/’Burini’, o del perché Albione è perfida soprattutto con i ceti più bassi

  1. Brava Cristina, lettura interessante. E la questione e’ tanto piu’ paradossale quanto la Gran Bretagna e’ la patria del pop, inteso come espressione culturale popolare (“Only fool and horses”, le Spice Girls, il pantomime, George Best, le sottoculture, i mods e i punk in testa).

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  2. E’ un dilemma, Belguglielmo, al quale non so dare risposta. Sicuramente e’ un paese che coltiva una cultura popolare a livelli che noi immaginiamo appena. Pero’ ci sono dei compartimenti stagni, e c’e’ una sottoclasse che e’ rimasta al di fuori di tutto, senza visibilita’, senza nulla a rappresentarla. Questo pezzo, che era stato scritto originariamente per Pubblico e che non e’ mai uscito, verra’ pubblicato credo in settimana da Le parole e le cose http://www.leparoleelecose.it dove, giustamente, ci saranno delle foto di Sweet Sixteen ad accompagnarlo.

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