ragazze che dovresti conoscere

Julie Burchill contro tutti, o del perche’ Almodovar deve girare subito un film a Londra

Mi sono sentita un po’ come quando Germaine Greer disse che la premier australiana Julia Gillard aveva “un grosso culo”. Cosa succede quando una femminista storica si esprime come un Berlusconi qualunque davanti ad una donna di potere? E’ liberta’ di espressione o sessismo puro? Cosa le ha detto la testa, a Germaine? In quel caso ho pensato che se il femminismo aveva fatto il suo lavoro, la Gillard avrebbe dovuto scacciare via i commenti della Greer come una briciola sul bavero. Il caso di questi giorni e’ leggermente diverso, ma anche qui vanno in scena una donna il cui progressismo politico e’ stato fino ad ora un dato di fatto, un commento assai rude nei confronti di un bersaglio vulnerabile, e una polemica che vede affrontarsi una vecchio e un nuovo modo di concepire l’apertura mentale.

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I fatti sono questi: Julie Burchill, storica firma del Guardian, commentatrice arguta e capofila di un genere che continua con Caitlin Moran e la piu’ buonista Lucy Mangan, ha usato parole molto pesanti per definire i travestiti che hanno crocifisso su Twitter la sua amica Suzanne Moore, altra matura firma di punta del Regno Unito, la quale aveva scritto sul New Statesman, in un classico articolo da femminista vecchia scuola che se la prende con la societa’ e con i maschi, una cosa che a me sempliciotta, onestamente, suona come un complimento. “Siamo arrabbiate con noi stesse per non essere piu’ felici, per non essere amate bene e per non avere la forma fisica ideale, quella di un transessuale brasiliano”, dice Moore. I transessuali pero’ se la sono presa, molto, moltissimo, tanto che, sommersa dalle critiche, Moore ha scelto di lasciare Twitter.

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Anche su questo la vivace Germaine era arrivata prima, definendo le donne trans delle “agghiaccianti parodie” di donna addirittura sul Guardian, e pure li’ era venuto giu’ il cielo. La frittata pero’ qui l’ha fatta piu’ grossa Burchill in un pezzo grondante risentimento ma anche, va detto, autentica sorellanza nei confronti della sua amica Moore, vittima a suo avviso degli attacchi di un gruppo di “dicks in chicks’s clothing”, letteralmente “cazzi in abiti da squinzia”, “screaming mimis”, ossia “checche urlanti”, e “bed wetters in bad whigs”, “piscialletto con brutte parrucche” (traduzioni mie, orrende ma fedeli, avesse voluto offendere in italiano avrebbe scelto altre parole). L’articolo, pubblicato da The Observer, testata domenicale sorella del Guardian, era intitolato “I transessuali dovrebbero tagliar corto” (il doppiosenso resiste alla traduzione) ed e’ stato tolto oggi pomeriggio, in seguito alle polemiche e alle numerose richieste di non far scrivere piu’ Burchill, ma non solo. Anche John Mulholland, il direttore della testata, nonostante le scuse pubbliche, dovrebbe dimettersi secondo molti, tra cui il membro del governo Lynne Featherstone, per aver pubblicato quel “vomito bigotto” (alla faccia dei toni misurati).

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Sul fronte dei transessuali, gli argomenti sono questi: con tutti i crimini di cui sono vittime, non c’e’ bisogno che anche sui giornali di sinistra ci si metta a discriminarli, a darne un’immagine caricaturale. Tra le poche misurate nelle parole c’e’ una trans, Paris Lees, che in una lettera aperta a Suzanne Moore le rivolge parole di stima e amicizia piu’ affettuose e toccanti di quelle della stessa Burchill: “Non voglio essere arrabbiata. Solo che non voglio che tu sia solo un’altra persona che fa commenti sui trans. Voglio solo che tu sia Suzanne Moore, la mia eroina. Sei cosi’ tanto migliore dell’articolo che Julie Burchill ha scritto in tua difesa. Ma voglio che la gente la smetta di prendere in giro le persone come me, e voglio che oggi sia il giorno in cui succedera’”.

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Paris si e’ comportata “da gran signora”, come direbbe mia madre. Ci sono invece due cose che mi preoccupano in questa storia: la prima riguarda una societa’ come quella britannica in cui la tolleranza esiste in misura ben maggiore che da noi, ma e’ un concetto molto spesso meramente formale che si gioca tutto sul non dirsi le cose sbagliate, invece che sul cercare di superare le differenze. Non discriminare una categoria non significa conoscerla, o capirla, o andare verso una vera integrazione, visto che Londra e’ una citta’ talmente grande da permettere poche sovrapposizioni. Non discriminare significa stare alla larga, e questo non mi piace. La seconda e’ che le femministe come Burchill e Moore mi sembrano ormai vecchie guerriere stanche, incapaci di guardarsi intorno e applicare strumenti nuovi a realta’ nuove. Non riesco a non amarle ancora un po’, perche’ comunque le ho sempre lette con piacere ed e’ un bene che ci siano state. Pero’ ormai ogni volta che tornano alla ribalta tremo, perche’ so che quasi sempre restero’ delusa, delusissima. Soprattutto da un fatto: davanti a quello che non si capisce si puo’ anche accettare di essere meno intelligenti, per una volta, e un po’ piu’ umane.

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