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Cameron, eretico o tigre vegetariana?

Se il discorso pronunciato questa settimana da David Cameron ha un senso, è quello di essere una riparazione, un tentativo di riportare uno a uno i buoi nella stalla dopo averli fatti scappare in maniera progressiva, inesorabile e, quel che è peggio, involontaria. Dopo aver ascoltato le rampogne di Washington e quelle della grande industria nazionale, e soprattutto dopo essersi reso conto di quello che significa realmente uscire dalla UE, il primo ministro britannico sta cercando, se non proprio di dettare l’agenda, quantomeno di delimitare i confini di un dibattito che gli è sfuggito di mano già da un po’ per via degli euroscettici, certo, ma anche di una stampa intossicata da anni di dominio di Murdoch – eurofobo vero, lui – e, almeno un po’, da un Labour che, al contrario di quanto si creda, non ha una posizione compatta sull’Europa ed non esita ad usare l’argomento in maniera molto opportunistica.

Alle 8 del mattino e nella sede di Bloomberg – contesto più da business breakfast che da discorso storico – Cameron ha detto sostanzialmente che se verrà rieletto nel 2015 farà di tutto per rendere l’UE meno indigesta ai britannici in modo tale da assicurare la vittoria del ‘sì’ in un referendum ‘in/out’ da tenere entro il 2018. Ha parlato di una rinegoziazione dei Trattati e di un’Unione europea forte, ma praticamente ridotta al mercato unico, tema sul quale Cameron vuole più integrazione rispetto ai suoi partner europei. Ma che cosa voglia rinegoziare esattamente non è chiaro, a riprova che quello di mercoledì è un discorso fatto per guadagnare tempo ed evitare che la “deriva” del Regno Unito fuori dall’Europa prosegua indisturbata.

David+Cameron

Il resto l’ho detto in un pezzo scritto a quattro mani e uscito su ‘Il Foglio’ del 24 gennaio.

David Cameron ha infine parlato sull’Europa, dopo tanti rimandi e persino un megasequestro internazionale in Algeria a mettersi in mezzo. Cameron ha parlato e ha detto quel che già s’intuiva, ma ieri l’ha detto con chiarezza: voglio rinegoziare con l’Unione europea i diritti e i poteri del Regno Unito, e poi entro il 2017 organizzare un referendum “in-out”, con una domanda secca agli inglesi, dentro o fuori? Non si può andare avanti a colpi di “more of the same” e soprattutto basta con l’eterno battibecco tra Londra e Bruxelles, frutto di un rapporto concepito male fin dalle origini che da solo non si raddrizza, dice il primo ministro con retorica incolore, azzeccando però un’immagine, quella giusta, per descrivere (e abbellire) il suo ruolo: “Nella sua lunga storia l’Europa ha una certa esperienza di eretici che poi si in realtà erano dalla parte della ragione”.
Il premier non vuole fare subito il referendum perché non vorrebbe uscire dall’Ue, anzi, vuole convincere i britannici che restare in Europa ha senso per l’interesse nazionale (vasto programma) e vuole cercare di rimpolpare un consenso democratico ormai “sottile come una cialda” negoziando con Bruxelles – nuove condizioni più consone a un paese che non ha solo “la storia di un’isola, ma anche una storia continentale”. La retorica dell’integrazione politica come nirvana comunitario, formula con la quale le cancellerie europee si nascondono e spesso intendono cose molto diverse, è respinta in blocco dall’eretico Cameron. Per lui si tratta di rivedere la struttura europea, modernizzarla, rifondarla, mentre Londra si riprende quel che le spetta, essendo il secondo contribuente netto dell’Unione ma non vedendoci più alcun guadagno (i guadagni, come si sa, vanno ai francesi, capi degli intascatori netti dell’Ue): così restare in Europa avrebbe davvero senso. E se la rinegoziazione va male?, gli ha chiesto senza cerimonie Nick Robinson della Bbc, che cosa fa, signor premier, vota “no” al referendum? Cameron ha schivato la trappola, che poi è anche la fine di questo romanzo europeo, rispondendo con finta franchezza: “Vado a negoziare sperando, credendo e aspettandomi di avere successo, e per tutte le ragioni che ho dato oggi penso che ci siano tutte le condizioni per riuscire”. Messaggio per i colleghi a Bruxelles: avete capito che o mi venite incontro oppure potete iniziare ad apparecchiare per 26 a uno dei vostri cento vertici?

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Tra la giornata di ieri e il giorno entro il 2017 in cui il cittadino David Cameron metterà il suo voto nell’urna c’è una lunga serie di se, forse e ma. In cima alla lista delle incertezze, c’è quella più elementare: questo premier che ogni settimana deve vedersela con fronde interne al partito e spaccature varie sarà infine rieletto nel 2015? E riuscirà a portare a termine una riforma dei Trattati europei? Basterà dire di essere “d’accordo con il presidente Barroso e altri” sul fatto che a un certo punto i testi fondanti della Ue andranno rivisti per ottenere la complicità delle altre capitali? E soprattutto, siamo sicuri che nessun euroscettico, magari Tory, si metterà di traverso anche questa volta, accusando Cameron di non avere la ledarship che serve? Ieri dal partito si è levato un coro angelico di lodi e apprezzamenti, ma non è detto che questo idillio durerà. In una successione febbrile di comunicati, il re degli euroscettici dell’Ukip, Nigel Farage, ha dichiarato con soddisfazione che “il genio è uscito dalla lampada” e che il ruolo del Regno Unito nell’Ue non è più un dibattito marginale, anche se ha chiarito di non prendere sul serio Cameron, il quale, se solo volesse, potrebbe uscire dall’Ue in un batter d’occhio. L’opzione può apparire seducente per un ‘backbencher’, per un eurodeputato o per qualche ruvido editorialista, ma diviene impensabile una volta ascoltati i briefing degli attori della partita Londra-Bruxelles, ossia Stati Uniti e industria britannica. E Cameron l’eretico, con il suo discorso nella sala di Bloomberg alle otto della mattina, qualche punto l’ha già segnato da una parte e dall’altra: i conservatori non possono che stare buoni, c’è il negoziato e c’è il referendum, e più di così era difficile ottenere, viste le premesse.

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I laburisti e i liberaldemocratici sono incastrati: se gli altri dovessero vincere le elezioni del 2015 (cosa che ovviamente Cameron esclude, ci mancherebbe), si troverebbero a gestire la questione referendaria, e con tutta probabilità dovrebbero assecondarla. Non puoi annunciare agli inglesi che finalmente possono dire la loro sull’Europa e poi dire no, scusate, ci eravamo sbagliati. Il premier spera di poter ripetere quel che accadde negli anni Settanta, cioè creare un consenso dei media attorno a una posizione di cautela rispetto alla fuoriuscita dall’Ue, in modo da riuscire non soltanto a rinegoziare ma a restare anche infine in Europa: l’ipotesi di diventare come la Norvegia, senza peso e senza potere, non è affatto allettante, in effetti.

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Per arrivare in fondo a questa eresia, ci vuole leadership, e si sa che questo è il punto debole di Cameron. Non a caso la critica più dura è arrivata da chi leader lo è stato a lungo, anche in Europa, l’ex premier laburista Tony Blair: “Sembra un po’ quel film di Mel Brooks in cui lo sceriffo punta la pistola contro la sua stessa testa e dice a un certo punto: ‘Se non fate quello che vi dico mi faccio saltare in aria’”, ha sghignazzato, risultando come sempre ben più efficace del pallido Ed Miliband, attuale capo del Labour, secondo cui Cameron “sta per far attraversare al paese anni e anni di incertezza” ed è “guidato non dall’interesse nazionale, ma dal suo partito” che non vede l’ora di votare “no” al referendum (dai banchi dei conservatori, ai Comuni, più di qualcuno ha annuito). E dolorosamente più efficace di Cameron suona anche Boris Johnson, il sindaco di Londra: ha approvato le parole del premier, è stato “bang on”, esatto, ha detto il sindaco di Londra, secondo cui “i britannici non sono stati consultati dal 1975 ed è giunto il momento che lo siano. Con la data del referendum che si avvicina, sarà ancora più chiaro che Ed Miliband ha fatto una cavolata micidiale a escluderlo”. Il vicepremier, il liberaldemocratico Nick Clegg, ha criticato Cameron, dicendo che l’uscita dalla recessione sarà rallentata da “una rinegoziazione protratta e maldefinita” dei rapporti con l’Ue. Lui la fa un po’ facile, e non dovrebbe, visto che proprio il suo europeismo spinto è una delle ragioni che l’hanno fatto sparire dai radar dopo una breve stagione da Wunderkind dei Lib-Dem. Proprio lui dovrebbe capire che Cameron ha detto qualcosa di britannico, ma nel non cercare lo scontro diretto ha anche detto la cosa più europeista che potesse dire.

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