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La bellezza dell’aspirapolvere – Design e quotidianità a Londra (da ‘Il Messaggero’ del 26 gennaio)

Cosa c’è di più straordinario che vivere circondati da oggetti splendidi come l’aspirapolvere, i cartelli stradali, le cabine telefoniche? Nella vita quotidiana la bellezza non è privilegio del collezionista d’arte, tutt’altro: soprattutto dal secondo dopoguerra anche le persone comuni hanno avuto facile accesso all’incanto di un oggetto ben pensato, ben disegnato, ed è questo che il Design Museum di Londra ha deciso di celebrare con la mostra ‘Extraord!nary Stor!es about Ord!nary Th!ings’ che aprirà le porte il 30 gennaio prossimo. La brillante istituzione con sede sulle rive del Tamigi si riconferma così una delle realtà più dinamiche e interessanti della capitale britannica, grazie alle sue mostre sempre ben curate, come quella in corso fino al 5 marzo prossimo sui ‘piaceri inattesi’ della gioielleria meno convenzionale. “Il design è importante a tutti i livelli ed è ciò che rende la vita di tutti i giorni un po’ migliore”, osserva Deyan Sudjic, direttore del Museum, dove c’è ha tra le altre cose un bellissimo negozio di oggetti.

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La prima impressione che si ha osservando molti dei circa 120 oggetti esposti è quella di una grande familiarità, come se si ritrovassero vecchi amici di sempre: la lampada Anglepoise alla luce della quale molti hanno preparato esami o lavorato fino a tardi la sera, magari battendo forte sui tasti della leggendaria macchina da scrivere Valentina di Ettore Sottsass, oppure, più recentemente – ma neanche tanto, visto che era il 1998 – sulla tastiera di un sgargiante iMac la cui pubblicità, giustamente, metteva in evidenza ‘il tormento di scegliere un colore’ tra il blu, il viola, il rosa, il verde e l’arancio. Una seconda occhiata alla mostra serve capire quanto avere a che fare con un oggetto bello sia non solo una gioia, ma anche una fonte di arricchimento personale.

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Se dire di un aspirapolvere che è un bell’oggetto pare un’affermazione avventata, basta guardare il G-Force Cyclonic di Dyson del 1986 per ricredersi. E poi, chi ha mai veramente ragionato su quanto la segnaletica stradale incida sulla nostra identità nazionale a livello inconscio? Il senso di appartenenza ad una cultura, a quella britannica ad esempio, passa attraverso i cartelli verdi disegnati da Jock Kinneir e Margaret Calvert nel 1964, ma anche dalle riconoscibilissime cabine telefoniche rosse, dalle buche della posta, dal logo delle Olimpiadi di Londra 2012 che, per la prima volta nella storia, è stato lo stesso delle Paraolimpiadi. Come a dire che tutti gli atleti sono uguali: un messaggio così semplice eppure forte.

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Il tema dell’identità nazionale espressa attraverso il design è uno dei sei concetti intorno ai quali ruota la mostra ed è illustrato anche dall’esempio dell’euro, la moneta unica europea, che almeno da un punto di vista estetico è stato messo a punto con tutta l’attenzione necessaria. La diffusione del design negli oggetti di consumo si è ovviamente avvalsa di un materiale come la plastica, che ha influenzato gli ultimi 75 anni e di cui la mostra ripercorre la storia, dai piccoli oggetti domestici ai primi esempi di mobili negli anni ’60 fino agli usi più innovativi che vengono fatti adesso, ad esempio da Issey Miyake, che si è servito di tessuti in plastica riciclata per i suoi vestiti.

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Il modernismo è naturalmente un periodo cruciale e molto dinamico per il design in Gran Bretagna, e questo viene spiegato attraverso una serie di pezzi d’arredamento, di prodotti di ogni tipo, anche tessili e architettonici. In questa sezione ci sono lavori di Marcel Breuer, Laszlo Moholy-Nagy e Erno Goldfinger, il cui nome è stato usato da Ian Fleming per battezzare uno dei cattivi piu’ leggendari della serie di James Bond. Poi c’e’ il settore ‘collezionismo’, con alcuni oggetti più stravaganti, come la ‘tavola manubrio’ di Jasper Morrison. La Anglepoise, creata da un ingegnere meccanico con l’ossessione delle molle, è così leggendaria da essersi meritata una sezione tutta sua. Infine c’è la moda, parente stretta del design come bene illustrano sei capi del periodo compreso tra il 1970 e gli anni ’90 tratti dalla sterminata collezione della mecenate Lady Jill Ritblat, fatta di più di 400 vestiti, molti dei quali esposti al Victoria&Albert. Ma qui la storia si fa decisamente straordinaria, e di ordinario non c’è più nulla.

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