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Cipria e rossetto non bastano (ma aiutano) a trasformare Sylvia Plath nella regina della chick-lit.

E’ talmente stupida da non meritare neanche di essere discussa la copertina pensata da FaberBooks per i cinquant’anni di ‘The Bell Jar’, unico romanzo della poetessa americana Sylvia Plath: rappresenta una donna che si guarda in uno specchietto con l’aria vagamente preoccupata mentre si incipria il mento. Lo stile è anni ’60, la figura di profilo è tutta truccata e l’immagine è nei toni accattivanti del rosso ciliegia e del lilla, fatta eccezione per il titolo e il vestito di lei, entrambi verdi. Un po’ casalinga disperata, un po’ ‘Lontano dal paradiso’ o ‘Revolutionary Road’, a voler essere gentili. Di fatto, molto più simile ad un scatola di bambole, a un cupcake, alla pubblicità di una lavatrice o alla copertina di un libro tipo ‘I love shopping’ che ad un romanzo sulla depressione il cui primo titolo era ‘Diario di un suicidio’ e la cui pubblicazione nel Regno Unito verrà seguita a stretto giro dalla decisione dell’autrice di infilare la testa nel forno e uccidersi.

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Quando ho visto per la prima volta la copertina, qualche settimana fa, più che rabbia ho provato imbarazzo per la pochezza di chi l’ha pensata e di chi l’ha scelta. A me lei piace molto e vedere assimilate le mie tormentate letture adolescenziali a questa paccotiglia editoriale mi ha dato fastidio, anche se meno, ad esempio, che vedermi la scucchietta inespressiva di Keira Knightley sulla copertina di ‘Anna Karenina’ oppure sentire ‘The Group’ di Mary McCarthy, tra i miei libri più cari di sempre, descritto come l’antesignano di ‘Sex and the City’. Gli anglosassoni, d’altra parte, hanno un’ossessione mercantile che noi continentali non sempre capiamo. Mi sono sentita molto spesso snob per questo e sono tutto sommato contenta di essere sovraesposta a questo tipo di atmosfera. La capacità britannica di guardare al valore commerciale dei prodotti culturali – attori superstar che recitano testi classici in teatri scintillanti, tutto così lontano dalla sofferta idea di cultura che abbiamo talvolta noi – a me continua a dare ogni volta il capogiro tipico dei tabú infranti. Non oso immaginare per un francese cosa debba essere.

plath

Nella copertina zuccherosa di ‘The Bell Jar’ ci sono una cosa buona e una cosa cattiva. La cosa buona è il tentativo di tenere vivo l’interesse per Sylvia Plath e renderla accessibile, invitante addirittura presso un pubblico di donne alla ricerca di una letteratura che le rappresenti, cercando di strapparle dalle braccia di ‘Eat, Pray, Love’ o di altri monumenti della chick-lit, genere che ha un successo incredibile. Molte lettrici di Sophie Kinsella magari non sanno che Doris Lessing e Sylvia Plath sono scrittrici raffinate e ‘alte’, certo, ma abbastanza straordinarie e sincere da offrire spunti universali, seppur su un livello diverso. Superato il ghigno iniziale, sono poi felice di cedere Mary McCarthy alle appassionate di Sex and the City se questo permette di non rendere ‘The Group’ introvabile come lo è stato per anni in Italia prima che Einaudi lo ripubblicasse sei o sette anni fa.

E poi c’è un fatto. Ogni volta che entro da Waterstones e trovo il negozio semideserto mi intristisco talmente tanto che penso che non ci sia nulla di male a cercare di invogliare la gente a leggere togliendo quella barriera tra un lettore medio e un grande libro che può essere una copertina ‘snob’. Tutti i classici ultimamente stanno avendo, almeno qui nel Regno Unito, una loro rispolverata grafica, tra arabeschi, illustrazioni di copertina, colori intensi. Le librerie non devono fare la fine di HMV (CD e musica), Blockbuster e Jessops (macchine fotografiche), tre catene che nell’ultimo mese hanno più o meno chiuso una dopo l’altra. Questo, però, non vuol dire che si possa fare impunemente una copertina brutta e ridurre ancora una volta l’universo femminile, anche il più tortuoso, sofferto e tragico, ad una boccuccia arricciata davanti ad un cofanetto di cipria. E’ un lavoro sommario, fatto male, quasi grottesco nel suo tentativo di contrabbandare un testo comunque pesante sotto una patina di glassa stucchevole. Non scomoderei la misoginia per commentare una cosa del genere. Solo la stupidità. Poteva capitare a chiunque, maschio o femmina, di esserne vittima. Sarebbe come mettere il Fantasma Formaggino sulla copertina de ‘I Demoni’ per renderlo più accessibile, ecco.

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