Wunderkammer

Man Ray e le muse pallide (da ‘Il Messaggero’ del 7 febbraio)

“Ho fotografato tutto quello che non ho voluto dipingere”, spiegò una volta l’artista. Senza nulla togliere alle notevoli qualità di pittore di Michael Emmanuel Radnitzky, nato nel 1890 e diventato Man Ray nel 1912, è una benedizione che non abbia trascurato la macchina fotografica, strumento che è riuscito a piegare alla volontà di del suo spirito artistico come e forse più ancora di quanto abbia fatto con il pennello. La mostra che si apre oggi alla National Portrait Gallery di Londra ne è la prova: incentrata sui ritratti, comprende oltre 150 fotografie scattate tra il 1916 e il 1968 e disperse in vari musei in giro per il mondo, dal Centre Pompidou di Parigi al Museo d’arte moderna di Parigi.

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Riuniti per la prima volta in Gran Bretagna, gli scatti mostrano l’evoluzione dello stile di Ray, dagli inizi dadaisti newyorchesi e parigini insieme a Marcel Duchamp, incontrato nel New Jersey e diventato compagno d’avventura in Europa a partire dal 1921, fino alla seconda tappa parigina dopo la guerra, dal 1951 alla morte avvenuta nel 1976. Un periodo particolarmente fecondo, il primo trascorso in Francia, come ben dimostrano le foto esposte alla National Portrait Gallery, intime e sperimentali al tempo stesso e brillanti testimonianze del fervore culturale della Ville Lumière negli anni ’20 e ‘30: ritratti di Hemingway, di James Joyce, di Arnold Schoenberg, di Jean Cocteau, di Antonin Artaud, di Pablo Picasso, ma anche di Coco Chanel, di Elsa Schiaparelli e di attrici, cantanti, ballerine, artiste, poetesse, scrittrici – magari tutte queste cose insieme – come la leggendaria Kiki de Montparnasse, Virginia Woolf o l’attrice rumena Genica Athanasiou, a cui fece il primo ritratto a colori nel 1933, dopo aver passato anni e anni a creare effetti spettrali con la rayografia, metodo tutto suo che consisteva nel posare oggetti sulla pellicola.

Un capitolo a parte, nella sperimentazione fotografica, si aprì quando alla fine degli anni ‘20 Man Ray incontrò Lee Miller, giovane modella americana appena arrivata a Parigi e presto sua compagna per qualche anno, prima di diventare lei stessa una fotografa straordinaria. Insieme daranno nuovo lustro ad una vecchia tecnica, la solarizzazione, ottenuta attraverso uno sviluppo parziale seguito da un processo di inversione tonale delle immagini, che ottengono così un contorno scuro molto sottile, quasi un’aura, come mostra il ritratto del profilo perfetto di Lee e il contrasto con i suoi capelli biondi.

Il surrealismo assume nei lavori di Man Ray un tratto gentile, sognante, come nel celeberrimo ‘Violon d’Ingres’, con la donna la cui schiena sembra un violino, oppure nel ritratto scarmigliato della danzatrice Helen Tamiris, del 1929, che di questa mostra è un po’ l’immagine simbolo. Durante la guerra Man Ray, di origine ebrea, si sposta a Hollywood e, lasciata la bohème parigina, prende a fotografare dive e attrici in maniera professionale (anche se la sua collaborazione con Vanity Fair risaliva al 1922) mentre si dedica alla pittura. Mettendo per un po’ tra parentesi i volti scanzonati e pallidi delle muse parigine, i ritratti di quel periodo – molti dei quali esposti per la prima volta – immortalano sontuose bellezze truccate, stelle del cinema come Paulette Goddard, Ava Gardner e Dolores Del Rio.

Nel 1946 incontra Juliet Browner, danzatrice con gli occhi allungati e “il volto da fauno”, la sposa e ne fa una delle sue modelle preferite per il resto della sua vita. Insieme si trasferiscono a Parigi nel 1951 e lui riprende la sua attività nello studio di Rue Férou. Delle foto esposte a Londra, dell’ultima fase spicca in particolare un ritratto di Catherine Deneuve per una copertina del Sunday Times Magazine. Lei, manco a dirlo, è splendida e guarda l’obiettivo seduta al tavolo di una stanza piena di oggetti, alcuni dei quali con un vago sapore alchemico: una scacchiera, degli orecchini dorati a spirale che Man Ray stesso aveva fatto, un volume di legno con sopra disegnate delle labbra. “L’arte misteriosa di Catherine Deneuve”, recita la didascalia. E’ il 1968 e l’immagine, ancora una volta, non somiglia a niente di quanto fatto in passato.

ps: andando via sono passata a vedere il ritratto di Kate Middleton. Per dovere di cronaca, devo precisare che è molto più brutto e sproporzionato che in foto.

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