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Se non ora, trent’anni fa: Margaret Thatcher, luci e ombre di una donna senza sfumature

Il mio parrucchiere, Paul, londinese schietto e cockney di una generazione di britannici irriverenti che a me personalmente già suscita nostalgia, mi ha sempre detto, tra una sforbiciata e l’altra, che lui e i suoi amici la bottiglia in fresco per quando sarebbe successo ce l’hanno da tempo, insieme ad un po’ di botti messi da parte ogni anno durante i festeggiamenti del Fifth-of-November. Ex ragazzone dinoccolato e simpatico, avventore ideale di qualunque pub del regno, Paul è working class, laburista nell’animo, coltiva felice il suo allotment la mattina prima di andare al lavoro, si arrabbia quando gli rubano i pomodori, legge tanto, viaggia, c’ha la stessa fidanzata da 25 anni e fa il parrucchiere, ma a sentirlo parlare si capisce che avrebbe potuto pure fare altro. E Margaret Thatcher l’ha sempre odiata, tanto, come quelli che oggi sul Daily Mash si sono limitati a titolare, con mano pesantissima, senza neanche nominarla: “Il Nord del paese è già sbronzo”. Salvo poi rivelare tutta la loro finezza scrivendo, subito dopo: “Persone che neanche sapevano chi fosse la Thatcher ‘estasiate’ per la sua morte”.

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Un punto di vista duro da capire da Londra, città opulenta o poverissima a seconda degli angoli di strada ma comunque viva, vivissima, mobile, dinamica. La povertà, nella capitale britannica, ha spesso i tratti dell’immigrazione più che di quella classe ex operaia che la Thatcher ha voluto abbattere appena mostrati i primi sintomi del declino e della lenta agonia nella quale sta tuttora morendo negli altri paesi occidentali. Ma basta uno sguardo distratto al Galles per capire i pesanti danni collaterali di una strategia di rilancio economico in larga parte efficace: fabbriche dismesse, famiglie lasciate senza un progetto, una ex working class diventata underclass senza un sistema educativo in grado di assicurarle uno spiraglio di mobilità. L’ex primo ministro, donna dall’intelligenza evidentemente superiore, non ha voluto o saputo pensare ad un’alternativa per quella società, vedendo al suo interno solo individui che, nella sua visione delle cose, si sarebbero dovuti organizzare individualmente per salvarsi da soli. Purtroppo, su larga scala, non funziona così e quelle fasce sociali senza identità né riferimenti rappresentano uno degli spettacoli più desolanti per chi arriva in questo paese.

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D’altra parte una che per tutta la vita ha tenuto la linea ‘o con me o contro di me’ difficilmente, quando muore, suscita giudizi sfumati. Nella girandola di ‘strega’, ‘santa’, ‘salvatrice’, ‘vampira’ e altri appellativi più o meno eleganti che stanno circolando su giornali e social network gli unici a dover mantenere una posizione equilibrata sono i politici, tutti maschi e tutti più deboli di lei, che non possono permettersi di elogiarla troppo apertamente per non irritare una larga fetta dell’opinione pubblica, ma che non possono neanche condividerne la rabbia cieca perché tutti, in cuor loro, una cosa ce l’hanno ben chiara: Maggie e il suo caratteraccio hanno fatto fare al paese un balzo in avanti di 20 anni, nel bene e nel male, e lei si è accollata senza batter ciglio l’onere di tutte le critiche possibili, per le riforme giuste come per quelle sbagliate, andando avanti dritta come un treno e senza porsi il problema di piacere o non piacere, offrendo con noncuranza un capro espiatorio a generazioni di politici (qui in UK le generazioni politiche vanno veloci e quando uno perde, se ne va a fare altro) e liberandole da pesi con cui si sarebbero dovuti confrontare prima o poi anche loro con enormi danni politici e d’immagine (leggi: lotta con i sindacati).

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Di Margaret Thatcher restano l’inflessibilità, il coraggio, quella che un amico ha definito “la piu’ alta soglia di attenzione mai registrata in un essere umano” e, perché no, il fatto che qualunque battaglia per le pari opportunità con un minimo di prospettiva storica non può prescindere dal fatto che il femminismo non è solo sorellanza, ma anche l’accettazione del fatto che ogni donna che ce la fa è un passo avanti per tutte, anche se quella donna se ne frega delle altre esattamente come gli uomini se ne fregano degli altri uomini. Le femministe hanno sempre detestato la Thatcher, che a sua volta ha sempre ignorato le femministe, ha raramente indossato un paio di pantaloni in pubblico, ha avuto due figli e un matrimonio felice e, a parer mio, ha fatto sembrare François Mitterrand totalmente fuori luogo e quasi squallido quando ha detto di lei che aveva “gli occhi di Caligola e la bocca di Marilyn Monroe”. C’è stato un momento in cui la Gran Bretagna era rappresentata da due donne di mezza età con evidenti tracce di bigodini e casco, tacco 5 cm e borsetta impugnata salda, e la Gran Bretagna era potentissma e se qualcuno faceva battute, erano battute sussurrate. Non era una donna a disposizione di nessuno, Margaret.

3 thoughts on “Se non ora, trent’anni fa: Margaret Thatcher, luci e ombre di una donna senza sfumature

  1. Di MT spiazza la totale assenza di punti di riferimento per spiegarla. Parte come outsider e diventa la leader indiscussa del partito. Non perde mai un’elezione, ma perde la fiducia della fronda interna del partito (quella piu’ moderata). E’ l’unico nome che risveglia quello che resta dell’orgoglio della working class britannica (orgoglio per aver lottato fino all’ultimo contro la politica di MT, nonostante la guerra sia stata persa), ma a cui comunque deve rendere omaggio anche un leader di sinistra come Ed Miliband. Vera (forse unica) donna di potere in Occidente, ma anti-femminista. Noi italiani che ancora applichiamo la clava per dividere le categorie della politica (sinistra/destra, buono/cattivo, democratico/populista, in ordine puramente non casuale) non capiremo la sua figura per altri trent’anni. Grazie Cri.

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  2. Pingback: Margaret Thatcher: discussa, rispettata, forse amata | Corrado's blog

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