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Paul Smith e l’anarchia del buon senso (da ‘Il Messaggero’ del 14 giugno)

Quando spiega le sue regole di vita e di eleganza, Paul Smith risulta, come al solito, un uomo semplice: vestire per piacersi, non fare sforzi eccessivi per apparire diversi da come si è, puntare sulle cose che catturano l’occhio e mettono allegria, come i colori accesi, o quelle camicie bianche che non passeranno mai di moda. E tenere nell’armadio dei jeans e un blazer blu. Un’estetica, quella dello stilista e designer inglese, che più semplice non si può e che però, come avranno modo di vedere i visitatori della mostra ‘Hello, my name is Paul Smith’, viene concepita e nasce nella gran confusione di uno studio traboccante di libri, di materiali, di oggetti raccolti o inviati da ammiratori di tutto il mondo.

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Un luogo di lavoro leggendario nel settore della moda e che verrà riprodotto al Design Museum nell’ambito della mostra che aprirà i battenti da novembre a marzo prossimi. Si tratta della prima retrospettiva interamente dedicata al lavoro di Smith, ma è anche una mostra che guarda al futuro di un colosso in continua evoluzione rispetto a quando, nel 1970, Paul Smith aprì il suo primo negozio per uomini, a Nottingham, grande ben 3 metri quadrati. Aveva 24 anni, un passato da aspirante ciclista e una passione spontanea e ben riposta per il design e per la moda maschile, affinata durante un periodo a Savile Row, nella mecca londinese della sartoria, e grazie all’indefesso supporto di sua moglie Pauline Denyer, designer professionista. Nel 1976 gia’ sfilava a Parigi e nel 1998, per la prima volta, ha allargato i suoi orizzonti alla moda femminile, con i risultati che tutti conoscono.

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Negli anni in cui i suoi colleghi rompevano fragorosamente vecchi schemi – basti pensare a Vivienne Westwood – Paul Smith ha scelto un’altra via: nei suoi pezzi l’irriverenza è in filigrana, prende la forma di una fodera con la famosa stampa colorata a righe irregolari, di un dettaglio squillante che rallegra un impianto classico senza stravolgerlo, regalando capi portabili ma personali, con una piccola vena eccentrica. Uno stile che la maison ha saputo declinare al femminile senza sforzi, facendo leva sull’altra grande qualità di Paul Smith e del suo marchio: un fiuto commerciale non comune. I suoi negozi sono ovunque, sono accoglienti, e i prezzi non hanno mai raggiunto le vette stratosferiche di altri, restando accessibili a chi vuole farsi un regalo o avere un guardaroba di qualità con un tocco contemporaneo.

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Tutta la fase produttiva dei capi e delle creazioni verrà ripercorsa durante la mostra, cercando di mettere il visitatore nella mente di Paul Smith, facendogli capire il suo punto di vista sul mondo e sulle sue quattordici collezioni diverse. Tra le sue creazioni più inattese, come tributo alla sua antica passione, ci sono le maglie per il Giro d’Italia, ma anche tappeti per The Rug Company e macchine fotografiche per la Leica. “Ho una casa nei dintorni di Lucca da 24 anni, produciamo molte cose vicino a Firenze e l’Italia è un mercato sul quale sono ottimista, ma l’ispirazione, quella, la prendo dappertutto”, spiega al Messaggero Smith, sessantasettenne che potrebbe tranquillamente avere 10 anni di meno e che, è cosa nota nell’ambiente, ha un atteggiamento paterno nei confronti dei designer più giovani, a cui non si stanca di dare consigli. Uno di questi è di una semplicità e di un buon senso disarmanti: “Non molti designer capiscono che si tratta di creare qualcosa al prezzo giusto per poi venderlo ad un negozio che sia in grado di venderlo”.

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Sarà per questo piglio giocoso ma con i piedi per terra che il marchio Paul Smith va avanti dritto come un treno e non teme recessioni, e sarà per questo che una ragazza belga di nome Margot una volta gli ha scritto: “Non mi piace la moda ma mi piace Paul Smith”.

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