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Les Folies-freelance et l’impresa generazionale – Dalla macchina da scrivere al registratore di cassa

Mia madre e mio padre, in fondo, sono sempre stati freelance. Sarà stato emozionante anche per loro, nel bene e nel male, dover contare solo sulle proprie capacità ogni mattina per riuscire a vivere come volevano e per far girare le cose. Ci sono riusciti, almeno guardando alle case dove ho abitato, i vestiti che ho trovato nell’armadio e le opportunità che ho avuto da ragazzina. Freelance, nel mondo in cui hanno iniziato, significava mettersi in proprio e fare le cose che facevano prima ma meglio, accrescendo il loro raggio d’azione e con maggiore libertà. Significava, in sintesi, essere lavoratori autonomi e arrivare ad essere loro stessi i datori di lavoro di qualcun altro, ritagliarsi un piccolo spazio di realtà economica, di autonomia e di iniziativa. Altro mondo e altro settore, il loro, rispetto al giornalismo che ho scelto io e alle professioni intellettuali alle quali tutti quelli con una laurea in lettere ormai un po’ ingiallita aspirano. Ma se uno diventa freelance, diventa anche imprenditore e quindi i conti li deve far quadrare. Ma non si può scegliere una professione a prescindere dalle condizioni economiche che offre e non si può vivere delle briciole di un banchetto che si sta rapidamente sparecchiando, come il giornalismo, se non si pensa ad una strategia per farlo. Come in qualunque altra attività imprenditoriale.

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A me il giornalismo all’inizio era sembrata una carriera quasi troppo inquadrata rispetto a quanto volevo essere ancora esplorativa. Però era il mondo della legittima ricerca del contratto – nel 2003 i contratti c’erano, circolavano, si aspettavano un po’, poi finalmente si firmavano con piglio pure un po’ impiegatizio – e mi sembrava giudizioso allinearmi alle aspettative. Poi le circostanze mi hanno portata a licenziarmi e a lavorare solo come freelance, un attimo prima che la marea dello stato di crisi dei giornali si portasse via contratti, prospettive, collaboratori e quant’altro, lasciando sostanzialmente spiaggiati sia me che una serie infinita di nuovi colleghi, più giovani o più anziani, tutti in balia degli eventi e non sempre consapevoli del fatto che, come i collaboratori di lungo corso sanno bene, senza lavoretti regolari e non particolarmente accattivanti come la rassegna stampa per l’Associazione Maniscalchi o l’editoriale per ‘Il mio mastino’ non si va da nessuna parte. Una premessa: quando mi sono licenziata ho avuto la sensazione di entrare in una categoria che a me, giornalista assunta a tempo indeterminato per circa 8 anni, indimidiva. Erano più bravi, più agguerriti e più preparati, i freelance. Dovevano stare a galla e all’epoca si poteva ancora, a condizione di essere migliori degli altri.

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A questo punto potremmo lamentarci di quanto le condizioni di lavoro per i collaboratori dei giornali siano inique e penalizzanti rispetto a quelle che c’erano anche solo quattro anni fa. Vero, e sarebbe bello se non lo fossero. Oppure ci si potrebbe dilungare sull’argomento appena meno sterile di quanto sia ingiusto continuare a leggere articoli scritti coi piedi da giornalisti dalla curiosità ormai da tempo evaporata ma blindatissimi con i loro art. 1 quando quegli stessi pezzi sarebbero scritti da altri con entusiasmo e puntiglio, attirando magari qualche lettore in più. Se ogni volta che leggo un giornale corro a guardarmi cosa ha scritto la mia firma preferita e i blog interessanti sono così letti, ci sarà pure una conclusione da trarre per i direttori, o no? No, evidentemente no agli occhi di molti. Oltre al fatto che l’italiano è una lingua destinata a morire se i giornali continuano a pubblicare pezzi scritti così male, così sgradevoli da leggere. Un tredicenne secchione con le regole grammaticali ancora ben stampate in testa potrebbe uscirne turbato e disaffezionarsi per sempre dalla lettura dei quotidiani. E se perdiamo lui…

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La terza cosa di cui si potrebbe parlare a mio avviso è ben più rilevante e ha a che fare sia con i miei genitori che con la grammatica e la meritocrazia, e riguarda il semplice concetto di intraprendenza. Se si ha una laurea in lettere, ci si considera un intellettuale e si ritiene di avere qualcosa da dire al mondo, perché continuare a farlo in una forma morta o morente? Il fatto di avere pochi passi più in là colleghi ben avvolti da forme contrattuali blindate non deve portare chi lavora da indipendente a paragonarsi a loro e a confrontarsi con loro. Chi fa il freelance fa un altro mestiere rispetto al giornalista assunto e, caso strano, ha più possibilità di farsi leggere e di farsi conoscere. Solo che c’è uno spostamento dell’inevitabile compromesso. Gli assunti devono fare le albe o le notti, scrivere pezzi di cui non gli importa niente, sopportare atmosfere tossiche in redazioni impoverite dove la concorrenza si è trasferita su livelli sempre più bassi, vedersi le prospettive tappate da mammut inamovibili arrivati ai vertici delle gerarchie secondo l’applicatissimo principio del promoveatur ut amoveatur. Roba che in tempi di crisi si fa volentieri, per carità, ma che non rappresenta una condizione ideale, tutt’altro. Anche contro questo bisogna lottare.

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I freelance devono fare il compromesso di riuscire a vendersi per sostenersi in quanto ‘free’: qualche consulenza, lavorare sulla propria visibilità, diversificare le entrate e fare un grande esercizio di realismo. Non è facile, è ingiusto e viene voglia di mollare un giorno su due, però si imparano un sacco di cose e forse tutto questo affanno tornerà utile. Io sono convinta che usciremo più forti da questa esperienza, a condizione però di iniziare ad essere un po’ agguerriti e attivi. Soprattutto, il futuro del mestiere di giornalista è molto più nelle mani dei freelance che in quelle dei giornalisti assunti: chi lavora per più testate finisce col conoscere meglio il mercato, col raccogliere più elementi, ha una mentalità più aperta e si fa meno illusioni. Resta il problema dei soldi che vanno cercati, sviluppando nuove competenze e aprendosi a lavori part-time in settori magari diversi (nei quali magari si può poi scegliere di fermarsi). L’alternativa è continuare a lamentarsi dei raccomandati, delle assunzioni sbagliate e delle paghe misere di un mestiere che nel frattempo si sta evolvendo così rapidamente da aver più bisogno di attirare riflessioni e proposte che gente che fa finta di vivere ai tempi di Indro Montanelli.

PS: Tutti problemi, questi, che sarebbero risolti o quantomeno attutiti da un mercato del lavoro flessibile in cui, come nel caso britannico, chi non mantiene certi livelli di produttività e di qualità (non significa 20 pezzi al giorno tutti scritti male, al contrario) semplicemente viene accompagnato alla porta. Non è un sistema crudele e spietato, tutt’altro: serve a limitare gli eccessi e ad evitare che gli editori si dissanguino per dover mantenere nullafacenti blindati mentre ragazzi svegli e scalpitanti sono tenuti fuori fino a trottare per quattro soldi. Serve anche ad evitare che ragazzi svegli e scalpitanti si sentano eternamente incompresi quando magari non sono abbastanza bravi come giornalisti. Tuttavia il sistema è talmente delegittimato che sarebbe difficile far accettare un meccanismo del genere e il sospetto di raccomandazione, di favoritismo ci sarebbe sempre nei casi di licenziamento. Ciò detto, non vedo come la situazione potrebbe essere peggiore di quella che è.

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