the glorious land

Il piccolo mondo antico di Martin Amis, dove gli inglesi affondano nell’alcol la nostalgia per l’impero e la rabbia per la pioggia

Ipnotico e già datato, il documentario ‘Martin Amis’s England’ andato in onda domenica sera su BBC è uno di quei rari lavori dove il fatto che siano un po’ stupidi risulta, alla fin fine, un pregio. Dando risposte profonde ma più che discutibili a molti dei temi affrontati, il film è l’esatto contrario di quei prodotti levigati e inoppugnabili in cui tutto è ridotto ad un microcosmo ideologico coerente e privo di sfumature. Affronta serenamente l’ovvio, non ha paura della nostalgia, fa quasi tenerezza nella sua ricerca del fondo di verità negli stereotipi e dice cose inutilmente scomode con la serietà un vecchio zio che racconta barzellette innocue ma imbarazzanti e che nessuno vuol più sentire. Con il suo viso ancora bellissimo, un po’ lucido per lo sforzo e per le luci, e gli occhi profondi e mesti, Martin Amis ci dice che le donne, come la Clarissa di Richardson, coltivano il desiderio segreto di essere violate – alcune glielo hanno confermato – ci racconta con semplicità della prima volta che ha visto un uomo nero, da piccolo, ed è scoppiato a piangere, e ci parla degli Stati Uniti, dove una persona di origine pakistana può dirsi americano senza che la cosa susciti sorpresa, diversamente che in Inghilterra. Salvo poi definire lui per primo il multiculturalismo come un lusso che non ci si può più permettere in tempi di crisi. 

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Lasciando che le immagini di repertorio splendide e la musica facciano il loro lavoro sulla psiche dello spettatore, il regista Mark Kidel confeziona un documentario che potrebbe essere stato girato, e pensato, nei tardi anni ’90. La Londra distrutta del dopoguerra fa dire a Amis che nessun popolo è uscito dalla guerra con una coscienza pulita come quella degli inglesi, così sicuri – e a ragione – di essersi comportati in maniera onorevole, vincitori eppure modesti, in ginocchio ma ottimisti. Le foto di famiglia, in cui lui appare come un Mick Jagger in miniatura accanto all’enorme padre Kingsley, sono l’occasione per parlare del sistema delle classi sociali – da cui Amis senior si sentiva al di fuori in quanto ‘troppo intelligente’ – per concludere, come se fosse una novità, che ormai a Eton ci vanno quelli coi soldi, e non per forza i membri dell’upper class. Parlando della famiglia reale – la sua analisi è ferma alla morte di Diana, angelicata sulle prime pagine di quei tabloids che poi, all’interno del giornale, dedicavano articoli e articoli ai suoi peccati – racconta che Kingsley faceva fantasie erotiche sulla regina, con lei che gli si sedeva sulle ginocchia. (Parlando della sua smodata voracità sessuale, una volta il padre di Amis disse che era stato come vivere per 50 anni incatenato ad un idiota). 

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Mentre scorrono filmati meravigliosi di maestose coste inglesi, di vivaci bellezze anni ’60 che si rincorrono sulla spiaggia, di uomini e donne allegri che bevono birra al pub, di sorelle Bennett in versione BBC e di autobus rossi, addirittura dello speaker’s corner, istituzione che ha perso molto del suo smalto, Amis parla lento, magnetico, dà risposte intempestive a domande che non ci sono più, come la violenza negli stadi, tenta un’incursione nella contemporaneità affontando la questione dei giovani che si ubriacano, forse per sanare la frustrazione di non avere più un impero, forse per sopravvivere alla scoperta che il resto del mondo non è male, che anche in Grecia e in Spagna si vive bene, anche senza tutta quella pioggia. Amis lo dice chiaro e tondo, senza ironia: il fatto che il tempo in Inghilterra sia cosi’ brutto influenza il carattere nazionale, eh già.

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Non sono neanche tanto i 64 anni dello scrittore – sublime, inarrivabile, implacabile – che si sentono. Amis sembra proprio uscito da un paio di decenni su un’isola sì, ma deserta, dove non ha avuto accesso né a libri né ai giornali e dove, soprattutto, non si è confrontato con nessuno. Il modo in cui parla dell’Inghiltera bianca e dell’arrivo della “ideologia del multiculturalismo, dell’anti-imperialismo e del livellismo” sembrerebbe un discorso da Ukip se non per l’innocenza con cui viene pronunciato. “E’ un lusso”, “una cosa che fai quando hai i soldi in banca, ma è troppo altruistica per i tempi duri”, spiega lo scrittore mentre scorrono delle immagini di un corteo danzante di donne in sari a Londra e non, come farebbe chiunque avesse il serio intento di raccontare il 2014, su quelle di un gruppo di avvocatesse indiane in un ristorante di lusso nella City.

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Ma Amis è Amis, e la sua descrizione ‘vintage’ dell’Inghilterra non è priva né di fascino, né di verità e amore. Forse ha scelto di fare l’ingenuo per ricordare agli inglesi da dove vengono, nel bene e nel male, per non farli sentire giudicati, per esprimere le sue teorie senza farsi prendere troppo sul serio proprio grazie a qualche dichiarazione un po’ azzardata. Forse non conosce semplicemente più suo paese, dopo tanti anni in America. Fatto sta che un’ora di descrizione dell’Inghilterra di Martin Amis è un bello spettacolo, nonostante tutto. Si attraversa luogo dell’anima dove il politicamente corretto non ha preso mai veramente piede e dove il confronto con il padre non ha mai smesso di andare avanti. Per questo anche se punti deboli ci sono, le polemiche del Guardian sono noiose e prevedibili, soprattutto davanti ad un’analisi così personale, senza nessuna ambizione politica. Raccontandoci il suo paese tra tanti stereotipi ‘statici’, Amis si scorda però lo stereotipo piu’ importante, quello che dà vita a tutti gli altri e che rende l’isola del Marmite e delle vecchiette che bevono il tè il posto straordinario che è, il posto spiazzante che è: quella grande apertura che fa sì che l’identità inglese non solo si sia adattata al cambiamento, ma che lo abbia proprio inventato, promosso, prodotto, abbracciato. Un’Inghilterra che non fosse multietnica non sarebbe proprio Inghilterra, e paradossalmente questo documentario lo dimostra molto meglio di ogni altra cosa. 

 

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