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Il Regno Unito contro le Wannamarchi dei divorzi, centinaia di italiani a rischio bigamia (Da Il Messaggero del 28 marzo)

Più di cento ex coppie italiane rischiano di vedere la loro vita stravolta per aver scelto una scorciatoia, invitante ma illegale, per porre fine al loro matrimonio: un divorzio breve nel Regno Unito, ottenuto grazie ad un domicilio fittizio e ad almeno 4mila sterline versate ad una sedicente agenzia di servizi legali gestita da due donne italiane. Un divorzio che però ora verrà con ogni probabilità annullato, visto che dopo alcuni anni i funzionari britannici si sono insospettiti davanti alle 179 richieste di divorzio avanzate da cittadini italiani tutti domiciliati presso la stessa casella postale a Maidenhead, nel Berkshire. Le richieste risalgono a un periodo tra il 2009 e il 2013 e ben 65 sono state subito respinte: inizialmente potrà essere sembrata una sfortuna, ma poi si è rivelata ciò che gli inglesi chiamerebbero “una benedizione sotto mentite spoglie.” Il sistema britannico prevede infatti che gli stranieri possano divorziare nel paese solo se ci hanno abitato per almeno sei mesi, e l’agenzia, facendosi pagare quattro o cinque volte quello che prenderebbe un avvocato inglese per sbrigare una pratica di divorzio, avanzava le richieste a nome dei clienti, spesso inconsapevoli, a detta dei loro avvocati, del fatto che stavano dichiarando un domicilio falso.

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«Come tutte le truffe è stata subdola, e il passaparola, anche via internet, ha agito in maniera potente, c’erano molte testimonianze di storie di successo», spiega l’avvocato modenese Davide Guidi, che segue molte delle persone coinvolte e che spiega che davanti ad un sistema «bizzarro e paradossale» come quello italiano, dove ci vogliono almeno 3 anni per un divorzio consensuale, in molti hanno voluto credere in quella che «veniva evocata come una legittima opportunità». Ma ora le 114 ex coppie già divorziate rischiano di vedere la loro situazione rovesciata dalla massima autorità britannica in materia di famiglia, il giudice James Munby, chiamato a pronunciarsi. Due divorzi sono stati già annullati a fine ottobre e la prossima udienza si terrà il 9 aprile, alla presenza del funzionario di stato civile del Consolato.

Le conseguenze per le persone coinvolte sono potenzialmente gravissime, visto che la maggior parte di coloro che avevano fretta di aggirare le lungaggini italiane lo facevano per una ragione ben precisa: potersi risposare al più presto, magari per avere figli. «Il codice penale italiano prevede da 1 a 5 anni per il reato di bigamia, ma c’è anche il rischio di un accusa per truffa e falso ideologico nel Regno Unito», spiega l’avvocato Gabriele Giambrone di Palermo, secondo cui sarà comunque «molto difficile dimostrare la cattiva fede di chi ha contratto un nuovo matrimonio» dopo un divorzio che all’epoca si riteneva valido. Giambrone segue 20 casi di persone cadute nella rete delle due presunte legali, di cui si sono perse le tracce ma che, paradossalmente, sono meno nei guai dei loro clienti. Si sono ben premurate di far sì che fossero sempre gli altri a dichiarare il falso.

«È sbagliato emigrare per ottenere giustizia, ma certo se il divorzio fosse più rapido in Italia questo non avverrebbe», osserva Giambrone. Soprattutto, sottolinea Guidi, vengono coinvolti anche gli ex congiunti che magari erano inconsapevoli della procedura scelta: firmavano un foglio e senza dover pagare niente si ritrovavano divorziati e liberi. E oggi, magari, bigami, o con i propri diritti polverizzati come nel caso di una signora siciliana che, annullato il divorzio, si è vista venire meno anche gli alimenti e la casa dopo 22 anni di matrimonio. Pagando cento volte per una scelta veloce sì, ma pericolosa e infelice.

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