costume national/Io la conoscevo bene

‘The Glamour of Italian Fashion’ e la nostalgia per il paese del taglia e cuci (da ‘Il Messaggero’ del 4 aprile)

Non ci sono solo un centinaio di vestiti splendidi, alcuni accessori traboccanti di inventiva, dei gioielli abbaglianti e una bella storia di creatività e di imprenditoria in mostra da domani al Victoria&Albert di Londra. Quello che il museo inglese è riuscito a raccontare in soli quattro grandi saloni – e ci si chiede perché sia stato il primo e l’unico a farlo fino ad ora – è il non-so-che caratteristico, e unico, della moda italiana. Un tratto particolare fatto di quella qualità sartoriale esibita che rende i vestiti meno eterei, per dire, di quelli francesi, ma così perfetti nelle forme e nelle proporzioni da riempire lo spazio come opere d’arte, facendosi portatori di un’eleganza solare, formale e ottimista. Non a caso la mostra, aperta fino al 27 luglio, si intitola “The Glamour of Italian Fashion 1945-2013” come a ribadire che protagonista, qui, è l’essenza, il glamour.
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Tutto iniziò in una Firenze ancora invasa dalle macerie del 1945, quando l‘impresario Giovanni Battista Giorgini, forte dei contatti americani costruiti negli prima della guerra, organizzò le famose sfilate della Sala Bianca di Palazzo Pitti, portando tutti i principali atelier del paese davanti ad un pubblico internazionale e facoltoso.

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La sartoria italiana usciva rafforzata dagli anni del fascismo, che usò la moda per creare un sentimento nazionale, incoraggiando l’allontanamento dalle influenze francesi e, come sempre, l’italianizzazione dei nomi. E nel 1951 era pronta a scintillare, questa moda, come dimostrano le creazioni straordinarie di nomi come Emilio Schuberth, maestro della sfumatura, come Alberto Fabiani e sua moglie, nota solo come Simonetta, e come Vita Noberasco, le cui creazioni, a pochi mesi dall’evento fiorentino, già erano sugli scaffali dei grandi magazzini americani. Giorgini, astutamente, fece spazio anche agli accessori e all’abbigliamento informale, come le tenute da mare di Emilio Pucci, ricercatissime dagli americani e ancora perfette, attuali.

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Ma in un paese come l’Italia, in cui nel 1950 l’80% dei vestiti era ancora fatto a mano, anche le sarte avevano abilità straordinarie. Ne è testimone la collezione di vestiti della ricca americana Margaret Abegg realizzati dall’oscura Maria Grimaldi di Torino e talmente belli da destare ammirazione “non solo a New York ma anche a Parigi”, come scrisse la Abegg nella nota in cui donava la sua collezione al V&A. Delle leggendarie Sorelle Fontana ci sono due abiti neri, uno con dei ricami dorati a foglia e l’altro, semplice e impeccabile, appartenuto ad Ava Gardner, diva hollywoodiana che insieme alle colleghe Liz Taylor e Audrey Hepburn fece moltissimo per lanciare la moda italiana in tutto il mondo. Nella famosa scena del ballo di Guerra e Pace di King Vidor, la Hepburn riesce a rendere la leggerezza e la grazia di Natasha Rostova grazie alle sue qualità personali, ma anche grazie all’impalpabile vestito stile impero che le disegnò Gattinoni. Un altro ballo, questa volta vero, segnò la consacrazione: al Black and White Ball organizzato nel 1966 da Truman Capote e definito ‘la festa dell’anno per molti anni a venire’, Lee Radziwill, la sorella altrettanto chic di Jacqueline Kennedy, indossò una lunga tunica di Mila Schön.

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La curatrice della mostra, Sonnet Stanfill, ha messo in rilievo come “l’esuberanza di quel periodo senza precedenti” sia stata un’opera corale, nata dalla rete di eccellenze e competenze su tutto il territorio nazionale. A fare da direttore d’orchestra, un personaggio nuovo: lo ‘stilista’, figura di mediatore tra industria, acquirenti, stampa, pubblico, creatore non di moda ma di stile come il vulcanico Walter Albini, morto giovane, a cui il V&A ha voluto rendere un omaggio postumo. Il premier Matteo Renzi, visitando la mostra durante la sua visita a Londra, “ha detto che si sentiva come se fosse a Firenze” grazie allo straordinario lavoro d’archivio compiuto, ha riferito la Stanfill. “D’altra parte non avendo noi un museo della moda italiana, l’unico modo di conoscerne la storia è andare di archivio in archivio, molti dei quali sono privati”, ha commentato Maria Cristina Giusti, consigliere della Fondazione Fontana e nipote delle Sorelle.

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2 thoughts on “‘The Glamour of Italian Fashion’ e la nostalgia per il paese del taglia e cuci (da ‘Il Messaggero’ del 4 aprile)

  1. Pensa che io l’ho trovata una mostra un po’ arida. Vestiti bellissimi, d’accordo. Ma gli inglesi in fatto di allestimenti ci hanno abituato un po’ meglio e mettere dei manichini in fila non lo chiamo esattamente emozionare.

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    • Ma i vestiti sono incredibili e la ricerca e’ impeccabile. Tu conoscevi Giorgini? Albini? Questa mostra e’ da ringraziare, secondo me. Io ho imparato molto, e l’allestimento della mostra su Hollywood, se vuoi, aveva gli stessi difetti, ed era comunque altrettanto splendida.

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