Io la conoscevo bene

Berengo Gardin, il ritorno a Londra del fotografo “rigorosamente a pellicola” (da ‘Il Messaggero’ del 7 aprile)

Se c’è una cosa che non riesce proprio a capire, Gianni Berengo Gardin, è perché la gente passi il proprio tempo ad “autofotografarsi” o a fare scatti a “cose che non interessano nessuno”. Il grande fotografo italiano, il cui lavoro verrà celebrato dall’11 aprile al 23 maggio in una mostra a Londra alla galleria Prahlad Bubbar, ripercorre con il Messaggero la sua carriera e la sua idea di foto perfetta, che nasce da un lavoro intellettuale prima ancora che da un istinto: documentarsi, pensare prima di scattare e non, come spesso accade, procedere al contrario. Di questo lavoro è la pellicola ad essere complice ideale, mentre del digitale Berengo Gardi riconosce a fatica i vantaggi: “Dà un un risultato freddo, metallico, piatto. E si scatta a mitraglia”. L’unica eccezione la concede ai fotografi di guerra, come la tedesca Anja Niedringhaus uccisa a Kabul, a cui manifesta la sua ammirazione. “Ci vuole un gran coraggio per fare le foto di guerra. Io sono un fifone terribile, ho una sola vita e ci tengo”, spiega ironico e sincero. La mostra londinese, intitolata “The sense of a moment”, il senso di un attimo, raccoglie circa una ventina di scatti dell’India risalenti al 1977, quando Berengo Gardin andò più volte nel subcontinente per preparare il suo libro, L’India dei Villaggi. Accanto a queste, nello spazio londinese verranno esposte anche una decina di sue foto “classiche” dell’Italia.

 

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Che impressione le lasciò l’India di quegli anni? Perché si concentrò sui villaggi?

Naturalmente andai anche nelle grandi città – Calcutta, Bombay – ma quando avevo 25 anni lessi un libro su Gandhi in cui diceva che gli occidentali cercano l’India nelle grandi città, ma che l’India vera è in realtà quella dei villaggi. Quello che trovai lì fu una grande civiltà contadina, molto simile alle nostre. Le civiltà contadine, in fondo, si somigliano tutte. Certo lì c’erano pochi trattori e molta manodopera, ma gli indiani erano molto simili ai contadini italiani. Tranne ovviamente che per le regole dovute alla loro religione.

Sono quasi quarant’anni che lei non espone nel Regno Unito, è felice di questo ritorno?

Feci una mostra a Londra negli anni ’60 all’istituto di architettura, su Venezia, voluta da Bruno Zevi. Con Massimo Vignelli, che poi è diventato uno dei maggiori grafici a New York, avevamo preparato il menabò per un libro su Venezia, che era stato rifiutato da 8 editori. A Londra passò un editore svizzero, Clairefontaine, lo vide e in 20 giorni fece il libro, Venise des saisons. Per l’epoca era un record, visto che di solito ci volevano mesi e mesi.

Ma qual è il suo rapporto con il Regno Unito. La interessa come soggetto fotografico?

Dell’Inghilterra ho fotografato molto, ho fatto molti viaggi lì. Del paese sono un fanatico, mi piace il rapporto tra le persone, veramente democratico, mi piacciono i tessuti, mi piacciono le auto, ho avuto una Austin e una MG, mi piace fumare la pipa, mi piace tutto.

Mi scusi, ma come si fotografa il rapporto democratico tra le persone?

Al pub, il signorotto di campagna che beve con l’imbianchino o con il muratore. Non ce lo vedo in Italia l’industriale al bar con l’operaio. Forse allo stadio…

Del digitale lei pensa tutto il male possibile?

Io sono rigorosamente a pellicola. Le uniche due possibilità in più del digitale sono il fatto di poter mandare subito le foto a New York o a Nuova Delhi, ma a me non serve, posso aspettare un giorno o due. L’altra è quella di cambiare la velocità degli Iso se sei in un posto chiaro o scuro. Ma il digitale non mi interessa, il DNA della fotografia è nella pellicola.

E l’India? Cosa le ha lasciato? Per molti andare lí ha un impatto molto forte.

E’ stata sicuramente un’esperienza importante, ma ogni volta per me è un argomento diverso, è un’esperienza importante. Ho lavorato per il Touring Club italiano e per l’Istituto Geografico De Agostini per tanti anni, ho girato il paese.

Chi sta raccontando bene l’Italia in questo momento?

Ma ci sono Ferdinando Scianna, Ivo Saglietti, Francesco Cito… Certo, sono per lo più non giovanissimi.

Cosa c’è nei giovani fotografi che non la convince?

Ai giovani direi di non fare il mestiere del fotografo, ma di fare il fotografo. Sono tutti lì con il telefonino che si dicono fotografi, e quindi hanno una concorrenza enorme. Quasi tutti ad un certo punto si buttano sulla pubblicità o sulla moda per pagarsi il panino. Io direi di non dimenticare di interessarsi di più alla cultura fotografica.

Tra slefies e digitale, lei deve vedere in continuazione immagini che ritiene bruttissime…

Purtroppo è una rovina, ma le garantisco, ci sono tante storie interessanti ancora da raccontare.

 

 

 

 

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