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Noialtri vittoriani: mirto, fiori d’arancio e la nascita della sposa in bianco (da ‘Il Messaggero’ del 1 maggio)

Quando, nel 1840, la regina Vittoria decise di sposarsi in bianco, fece una cosa un po’ inconsueta. Prima di lei le spose si vestivano infatti del colore che preferivano, spesso con motivi floreali, e il bianco, considerato molto elegante per la sera, veniva a volte scelto proprio affinché l’abito nuziale potesse essere riutilizzato, magari dopo aver scucito le maniche lunghe necessarie per la cerimonia in chiesa, che si svolgeva sempre di mattina. La mise nuziale delle donne inglesi del ‘700 e del primo ‘800 era definita più che altro da una coroncina di fiori – di mirto o d’arancio o di rosa, simboli di amore, virtù e fertilità – usata per tenere fermo il velo oltre che, ovviamente, dalla bellezza dell’abito, il quale, riciclabile o meno, doveva avere qualcosa di speciale, indicare il rango di chi lo indossava, essere accompagnato da delicate scarpette di raso e magari avere ricami d’oro e d’argento.

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Il Victoria&Albert Museum di Londra, instancabile nel ripercorrere le evoluzioni del gusto e del costume, ha dedicato agli abiti da sposa una mostra che aprirà il 3 maggio e durerà fino al 15 marzo del 2015, esponendo 80 capi creati e indossati dal 1775 al 2014. Dalla tenuta campagnola ma elegantissima della figlia di un agiato contadino del 1780 al vestito impalpabile e un po’ hippie disegnato da John Galliano per Kate Moss per il suo matrimonio con Jamie Hince nel 2011, la mostra racconta di spose famose o meno famose e del modo in cui hanno voluto interpretare il loro ruolo di un giorno. Come una tale Laetitia Powell, che nel 1761 si fece fare una bambola che la raffigura nel giorno del suo matrimonio, oppure come quelle spose che durante la seconda guerra mondiale fecero come Rossella O’Hara e si cucirono vestiti splendidi con il tessuto delle tende, oppure con la seta dei paracadute.

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Con un occhio alle riviste di moda, che già nel 1810 indicavano il bianco come colore adatto al matrimonio, e la manifattura nazionale che, sempre su esempio della regina Vittoria, diventò la fonte preferita di materiali e tessuti delle spose inglesi, dal merletto per le nobili al tulle semplice per le altre. La casa reale, d’altronde, ha sempre ispirato la moda in fatto di abiti da sposa, soprattutto con la diffusione della fotografia: la regina madre nel 1923 con il suo velo vecchio stile, un po’ calato sulla fronte, la principessa Margaret e la sua mise bianchissima e opulenta, carica di veli e di diamanti, Lady Diana fresca e radiosa nonostante il vestitone color perla con grandi fiocchi e, ovviamente, Kate Middleton, che Sarah Burton per Alexander McQueen ha reso ancora più perfetta con le maniche di merletto e il lungo strascico. Passando per Elisabetta, più regina che sposa in un pallido color crema con ricami preziosi e con il difficile compito di dare un segno di speranza ad un paese che, nel 1947, faticava a rimettersi in piedi dopo la guerra.

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Già negli anni ’50 Vogue registrava l’arrivo del “vestito corto da sposa”, formale ed elegante, e il colore, dopo circa un secolo dominato dal bianco, tornò ad essere un segno di stravaganza e di indipendenza: Dita Von Teese, ad esempio, indossò un ampio abito viola di Vivianne Westwood con scarpe in tono di Louboutin per il suo matrimonio. Il marito, d’altra parte, era Marilyn Manson.

Galliano per Kate Moss

Galliano per Kate Moss

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