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Isis e l’uso scaltrissimo dei social networks, tra gattini, pecorelle, torte e foto di bambini (da Il Messaggero del 22 agosto)

Sui social networks i gatti sono amatissimi, ma nella religione islamica lo sono molto di più già dai tempi del profeta Maometto, che non nascondeva il suo affetto per il gatto Muezza e che una volta tagliò la manica della sua tunica per non svegliare l’animale, che ci dormiva sopra. Per questo i guerrieri di Isis hanno trovato la quadratura del cerchio quando hanno scelto di fare dei felini uno degli elementi di punta della strategia per dare risalto al lato umano della loro lotta, attirando nuovi adepti così come ogni micetto solitamente attira nuovi ‘like’. La creazione del profilo Twitter ‘Stato islamico del gatto’ appare come un tentativo di intenerire i followers – ce ne sono già 2.800 – trasmettendo un’immagine completamente diversa dell’operato di Isis: combattenti capaci da un lato di uccidere centinaia di migliaia di persone e di decapitare a sangue freddo giornalisti occidentali, ma anche di dare premurosamente il latte con il biberon ai gatti appena nati e giocherellare con loro in mezzo al sangue e alle macerie.

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La foto del profilo è un animale mollemente adagiato su un letto e circondato dai pezzi di un fucile smontato e i tweet, aggiornati regolarmente, alternano foto di felini, retweet di notizie drammatiche da Gaza, e massime come quella di Abu Hamza, imam con l’occhio bendato e l’uncino al posto della mano che incitava alla guerra santa dalla moschea di Finsbury Park, in cui suggerisce che “la cosa più importante da mettere nella cartucciera e da portare con sé in battaglia è un gattino”. Seguendo i suoi dettami, i combattenti di Isis si fanno fotografare soprattutto con micetti, ma postano anche immagini di bambini piccoli e non lesinano esclamazioni come “il massimo della tenerezza!” e “guarda com’è morbido” nelle didascalie delle foto di caprette, uccellini, pecorelle, agnellini e, a sorpresa, pure un cucciolo di cane, animale di solito disprezzato. Addirittura, un generale viene ritratto mentre si rivolge alle sue truppe con un quaderno rosa di Hello Kitty accanto, mentre non mancano altri elementi tipici di un qualunque account un po’ zuccheroso: le frittelle preparate da un “fratello” tedesco, una bandiera nera dell’Isis pazientemente intrecciata a mano da una “sorella”, un disabile che sorride circondato dall’affetto dei miliziani.

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Per attirare nuovi adepti dalle città occidentali e rinfoltire le fila dei combattenti pronti a morire per realizzare l’utopia nera del califfato, Isis non punta sull’immagine del guerriero ‘macho’, ma, esprimendosi in un inglese un po’ sgrammaticato, racconta una storia di bravi ragazzi pronti ad imbracciare per armi per di difendere i solidi valori della loro religione e di quella che si vuole dipingere come uno stato profondamente etico dove appena risuona la chiamata del muezzin “tutti smettono di lavorare per pregare”. Tra un gatto e l’altro non mancano le foto di compagni morti e le frasi semifilosofiche come “Un uomo lascia la sua casa per lottare per gli oppressi, suona eroico finché non si aggiunge ‘uomo musulmano’, e allora è un terrorista” e altre considerazioni fatte per aizzare il senso di ingiustizia del lettore, senza spaventarlo con immagini troppo militaresche ma ribadendo all’infinito l’idea della tenerezza, dell’affetto, della bellezza anche nella morte. Quella dei gatti non è che la manifestazione più insolita di quanto sofisticata sia la strategia di comunicazione di Isis, che risponde con piglio pragmatico alle domande di aspiranti reclute desiderose di sapere quanto occorra essere atletici per andare in Siria, ma anche se sia possibile trovare gel per capelli sul posto: non dimenticate di portare con voi medicinali contro il mal di pancia, carta igienica e un iPad. Perché oltre ai kalashnikov e ai gatti, oggi per vincere una guerra ci vuole anche la comunicazione, e i governi occidentali lo sanno perfettamente.

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