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Le zone d’interesse di Martin Amis, tra olocausto e editori senza senso dell’umorismo

Per andare a parlare del suo quattordicesimo romanzo Martin Amis non si è vestito da intellettuale londinese, non ha cercato di essere cool. Niente lupetto o giacca destrutturata, niente ammiccamenti agli eleganti lettori middle class che hanno riempito la grande sala accanto alla sede del Guardian dove il Financial Times weekend ha organizzato l’incontro. Con il suo completo scuro che lo fa sembrare ancora più piccolo ricorda piuttosto un professore universitario o al limite un diplomatico, non fosse per i curiosi stivaletti da cavallerizzo marroni con l’elastico alla caviglia e per la disinvoltura con cui si tira su i calzini. I capelli non sono di cashemere come quelli degli scrittori di successo che descrive nei suoi libri, ma pettinati all’indietro all’antica, ed è l’unico in sala ad indossare una cravatta. La voce è bassa, lenta, e un po’ metallica e l’accento, ormai, è quasi americano, così come il viso intenso da attore di film Western, non fosse per la corporatura minuta.

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‘The Zone of Interest’ è il suo secondo romanzo sull’olocausto, dopo ‘Time’s Arrow’, e come il primo, spiega, “non esaurisce certo l’argomento”, ma nasce dall’urgenza di seguire quel “throb”, quel palpito dello scrittore, che fece sì che Nabokov scrivesse ‘Lolita’ dopo aver letto di una scimmia che disegnò le sbarre della sua gabbia. Come dimostrano cravatta e stivaletti, a Martin Amis non preoccupa essere fuori moda. Per lui questo “throb” è stato l’idea dell’amore a prima vista e il fatto che nei campi di concentramento molti SS avessero moglie e figli con loro, la normalità nell’assurdità. E infatti il suo romanzo si apre con il personaggio principale, Angelus ‘Golo’ Thomsen, stordito da un poderoso colpo di fulmine per la moglie di un comandante SS, Hannah Doll, e la storia ruota intorno a questa vicenda in una Auschwitz immaginaria accuratamente costruita intorno ad elementi reali – “su Auschwitz non ci si autorizza ad inventare” – ricercati con una serie infinita di letture in cui la più importante – Amis lo ripete mille volte – è stata quella di Primo Levi.

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Amis si era già confrontato con il male scrivendo di Stalin in ‘Koba il Terribile’, ma Hitler, spiega, è totalmente incomprensibile per gli storici, non ci sono sfaccettature possibili. Parlando della sessualità del Führer, lo scrittore apre un siparietto divertente. Ci sarebbero tre scuole di pensiero a riguardo: la normalità, l’asessualità e la perversione. “Ma ce la vedete Eva Braun che si fuma una sigaretta dopo un amplesso con Hitler?” Hitler è un “anticristo piccolo borghese”, e si può piuttosto immaginare “Eva Braun che si alza la gonna dall’altra parte della stanza, qualcosa di questo tipo”. Asessualità con un po’ di perversione, ecco, questa è la tesi di Amis. La grande domanda del perché, del ‘Warum’, del chi abbia beneficiato dell’olocausto, del crollo del valore della vita umana nel XX secolo, sono cose che ossessionano lo scrittore. Quello che è successo durante il nazismo è impossibile da capire, ma non è “soprannaturale”, anche se certamente è “metafisico”.

In un’estate come questa, non si può dire che la violenza sia finita, ma Amis cita ‘The Better Angels of Our Nature – Why Violence has declined’ di Stephen Pinker, in cui l’autore spiega come l’alfabetizzazione e la diffusione della cultura abbiano contribuito, tra le altre cose, a rendere il mondo un luogo tutto sommato meno brutale. I romanzi aiutano ad empatizzare e Amis lascia intendere di essere felice di operare nel business dell’empatia. Ma la shoah resta qualcosa di più grave, “perché è avvenuto nel cuore dell’Europa” e i tedeschi dell’epoca “erano il popolo più istruito che ci sia mai stato”. E perché lì la cultura non è servita a niente? “Tutto nasce con Bismark, la cultura c’era ma la Germania non sapeva come essere una grande potenza e questo problema ha prevalso”, spiega. L’intervistatore Philippe Sands, uno che di nazismo scrive da un punto di vista non narrativo, ovviamente gli chiede le ragioni del rifiuto del suo editore tedesco di tradurre e pubblicare ‘The Zone of Interest’, e Amis un po’ si lascia andare. Prima la risposta di prammatica – “Hanno detto che era una mera questione di contenuti, poco convincenti” – poi annuncia di aver trovato un altro editore, poi spiega che il libro uscirà comunque in Austria, un paese che con il suo passato nazista ha un rapporto molto meno aperto rispetto alla Germania. Qualcuno dei presenti in sala gli chiede: Ma può essere che questo editore abbia un problema con il senso dell’umorismo? “Può essere. Su trecento pagine di romanzo, un paio di dozzine sono effettivamente spese in satira. Potrebbe concepibilmente essere questo, manca forse la facoltà di trovare le cose ridicole”. D’altra parte “il senso dell’umorismo e il buon senso sono la stessa cosa ma operano a ritmi diversi”, la “satira è l’ironia militante”, “il riso è uno strumento complicato” e via sentenziando.

L’attualità lo preoccupa. Ricorda il “day trip” con Tony Blair in Iraq nel 2003, quando giravano tutti con pesanti giubbotti antiproiettili tranne l’ex primo ministro che “considerandosi tra gli eletti” evidentemente non aveva paura. Ora combattere Isis, organizzazione “ubriaca di sangue e di successo” è “la nostra assoluta priorità”, e lo preoccupano le dichiarazioni dei jihadisti britannici a cui, spiega ridendo, viene consigliato di portarsi dietro la carta igienica quando vanno a combattere in Siria, lo preoccupano le musulmane britanniche che vogliono decapitare gli infedeli, ma non si sente pronto a scrivere di questa violenza, perché sua madre da piccolo gli parlava dei nazisti, non degli estremisti islamici, e queste cose in un percorso intellettuale contano. Anzi, forse sono la cosa che conta di più per Martin Amis, che ammette che il suo prossimo progetto è “un altro romanzo sfacciatamente autobiografico” a cui lavora da un po’, che ha già raggiunto centinaia di pagine e che sta lì come “un elefante morto” in attesa di essere rielaborato. Nella sua ora abbondante di conversazione con il levigato pubblico londinese, Martin Amis si è affidato al già detto e al già letto, ma senza la spocchia di chi recita le risposte, bensì piuttosto con la concentrazione di chi è ossessionato sempre dalle stesse cose e approfondisce queste ossessioni con letture e riflessioni, ma ha bisogno di tornare sugli stessi punti periodicamente. Zone d’interesse, dalle quali per una volta è assente il padre Kingsley.

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