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Il disegno di moda, quando oltre al vestito si vendeva tutto un mondo (da ‘Il Messaggero’ del 12 settembre)

Pochi tratti di matita per rendere l’anima di un vestito, il mondo immaginario in cui è nato, l’atmosfera e il profumo che avvolgono chi lo indossa, nonché il tipo di eleganza che una figura irradia. Forse nulla come l’illustrazione è riuscita e riuscirebbe ancora a raccontare lo spirito della moda e le sue evoluzioni nel tempo, eppure si tratta di una forma d’arte trascurata, lentamente caduta in disuso e spesso guardata un po’ dall’alto in basso. Ma che non smette di piacere e di appassionare il pubblico, come hanno capito sia David Downton, un artista che la sta recuperando appieno, sia la Gallery 8 di Londra, che in questi giorni ospita una mostra di disegni di moda organizzata da Gray M.C.A., mercanti d’arte specialisti nel settore.

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“Se ne parla poco, ma appena vengono esposti questi disegni si vendono come il pane, la gente li ama e li colleziona”, spiega Ashley Gray scorrendo i 40 esemplari in mostra, provenienti da collezioni private di Los Angeles, di Parigi e di New York e risalenti ad un periodo compreso tra gli anni ’40 e gli anni ’70. Del dopoguerra traspare l’entusiasmo e la voglia di voltare pagina rispetto all’austerità e alle ristrettezze, e infatti sono questi gli anni d’oro dell’illustrazione di moda, anni in cui le donne ambivano a raggiungere uno stile ultrasofisticato e sempre perfettamente in tono con la circostanza, che si trattasse di una crociera o di un giro in decappottabile. Le grandi pubblicazioni come Vogue, Harpers & Queens (poi diventato Harper’s Bazaar) e Jardin des modes chiedevano alle star dell’epoca, ossia René Bouché, René Gruau e Carl ‘Eric’ Erickson, delle copertine da sogno e delle illustrazioni delle loro sfilate, mentre le case di moda come Nina Ricci e quelle di bellezza come L’Oréal si facevano fare da loro le pubblicità e riuscivano, con poche linee, a comunicare lo spirito della Maison.

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“Anche se il loro stile era familiare ai lettori e i loro nomi pubblicati in tutto il mondo insieme ai loro disegni, non sono mai stati riconosciuti come veri artisti”, spiega Connie Gray, raccontando di “un mondo quasi segreto in cui solo quelli che lavoravano nel settore si conoscevano e si ammiravano tra di loro”. Curiosamente, agli illustratori non era consentito prendere appunti durante le sfilate di Parigi e di solito correvano a disegnare in qualche caffè, lavorando di memoria per restituire non un vestito in particolare, ma l’essenza di una collezione. In questo i disegni sono molto diversi e non vanno confusi con i bozzetti degli stilisti, più tecnici, precisi e rivolti principalmente ai sarti. Le illustrazioni di moda si rivolgevano all’immaginario di un pubblico vasto, raccontavano una storia e, grazie a questa, facevano vendere migliaia di vestiti.

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L’impulso più forte al disegno di moda del dopoguerra è stato dato da Christian Dior e dal suo New Look del 1947, e la collaborazione con René Gruau, forse il più famoso illustratore del suo tempo, lasciò una traccia indelebile nella storia della Maison: è sua l’immagine originale di Miss Dior, “il più grande profumo della nostra epoca”, che non ha fattezze femminili bensì quelle di un sottile cigno bianco, con una collana di perle e un fiocco nero. Dopo due decenni di grazia per gli illustratori, iniziò a subentrare l’uso della fotografia, che permetteva un maggiore realismo nella comunicazione della moda, dando rilievo ai tessuti, ai dettagli, e consentendo anche una riproduzione più rapida e agevole.

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Con la cultura giovanile, la necessità di raccontare evoluzioni sociali e culturali rapidissime e la democratizzazione della moda, un certo tipo di stile e di illustrazione che lo interpretava sono invecchiati di colpo. C’è però qualcuno che è riuscito, sempre tramite la matita, ad raccontare questa rivoluzione. Barbara Hulanicki, prima di diventare ‘Biba’ partendo dalle vendite per posta di vestitini a trapezio e arrivando a costruire un impero, era un’illustratrice di moda: i suoi disegni di ragazzine sbarazzine con i capelli a caschetto catturano un’epoca più di mille foto e basta dargli un’occhiata per capire perché le giovani londinesi si accalcassero davanti ai negozi della stilista per accaparrarsi uno di quei vestitini che, per essere indossati, avevano bisogno di un reggiseno che appiattisse le curve, anch’esso raccontato in un’illustrazione piena di ironia. A riprova che se la fotografia vende un vestito, un disegno vende tutto un mondo.

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