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Nel valzer degli addii della vecchia guardia New Labour, anche Gordon lo Scontroso lascia la politica (da ‘Il Messaggero’ del 2 dicembre)

Dopo 32 anni trascorsi a Westminster, Gordon Brown se ne va, lascia la politica, interrompe il corso che l’ha portato ad essere bellicoso e inflessibile cancelliere dello Scacchiere prima, poi sfortunato primo ministro, infine voce autorevole e ascoltata della campagna pro-unione con la Scozia. Rimanendo sempre una delle colonne portanti del Labour, partito che nelle mani sue e dell’eterno rivale Tony Blair è stato per alcuni fulgidi anni ‘New Labour’, architrave politica del dinamismo culturale ed economico della ‘Cool Britannia’, prima di appannarsi considerevolemente sotto la leadership di Ed Miliband. Scozzese, ruvido, rimasto cieco da un occhio dopo un incidente di rugby quando aveva 16 anni, Brown è sempre stato un personaggio cupo, serio e vagamente tragico, poco incline al sorriso, soprattutto se confrontato con l’inossidabile Blair dall’eterno ghigno e dalla scaltrezza comunicativa inarrivabile.

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Ma per i britannici, che non hanno mai amato Brown come primo ministro, la sua gestione dell’economia rimane associata a un decennio di crescita e alla prontezza con cui ha gestito la crisi bancaria esplosa nel 2007, anno in cui è andato a Downing Street succedendo ad un Blair irreparabilmente danneggiato dalla guerra in Iraq. Prima di perdere malissimo, nel 2010, le elezioni contro David Cameron che all’epoca contava sull’effetto novità dovuto a 13 anni di governo laburista e che appariva, in sella alla sua biciletta, come la scintillante risposta conservatrice al primo Blair. Un uomo, quest’ultimo, che a Brown deve molto: la leggenda narra che dopo la morte di John Smith nel 1994 i due si incontrarono al ristorante ‘Granita’ di Islington (non esiste più) e stabilirono che Brown avrebbe rinunciato alla leadership del partito e, nel caso, a Downing Street per lasciare spazio a Blair in cambio di ampi poteri e della possibilità, in futuro, di succedergli.

Quando nel 2002 Brown e la moglie Sarah, elegante, sobria e schiva come lui, persero la loro prima figlia di appena 10 giorni per via di un’emorragia cerebrale, la visione di quest’uomo poco portato alle emozioni e così provato dal dolore commossero il paese, che però non gli perdonò mai errori banali e catastrofici come quella volta che, credendosi fuorionda, definì ‘bigotta’ una signora, peraltro sostenitrice del Labour, che lo aveva bombardato di domande sull’invasione degli immigrati dell’Est Europa. Una carriera solida, fatta di alti e bassi, che Brown ha deciso di interrompere su una nota positiva, ossia l’aver contribuito in maniera a detta di molti fondamentale alla decisione degli scozzesi di non separarsi dal resto del paese, andando a correggere con la sua voce autorevole le esitazioni di Miliband, uno che di rivalità fraterne ne sa qualcosa, non essendosi ancora liberato dal ricordo del fratello David.

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“Una figura torreggiante”, lo ha definito il leader del Labour, a cui proprio ieri una ricerca universitaria consigliava di fare pace con il dinamismo riformista del ‘New Labour’ per riuscire a portare a casa un’elezione per ora molto in bilico. In uno scenario politico i cui protagonisti cambiano e rinunciano alle ambizioni di leadership per andare a ricoprire ruoli nuovi, il sessantaquattrenne Brown non è il primo politico dell’era blairiana a decidere di non ricandidarsi: Alistair Darling, David Blunkett, Jack Straw, Tessa Jowell, Peter Hain, Hazel Blears e Frank Dobson hanno fatto lo stesso. D’altra parte il suo ultimo mandato come MP di Kirkcaldy e Cowdenbeath non lo ha visto presente come al solito nei corridoi di Westminster, austeri e solidi, un po’ come lui.

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