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Dal Grand Tour al ‘Grand Event’, come l’Italia si mette in bella mostra con gli stranieri (da ‘Il Messaggero’ del 5 febbraio)

“Non è neanche questione di giusto o sbagliato, non si capisce proprio il senso”, afferma categorico l’amico londinese, penna di punta di un grande quotidiano britannico, scorrendo con perplessità e stupore la traduzione inglese del sito dell’Expo2015. Frasi lunghe e contorte, in cui parole inglesi spesso scelte male sostituiscono quelle italiane lasciando intatta la costruzione, con un risultato goffo, inelegante e, soprattutto, talmente scorretto da risultare incomprensibile, se non addirittura ridicolo. Un grande evento che diventa un “grand event”, ossia “grandioso, superbo”, più Royal Wedding che conferenza sul turismo, e in cui la partecipazione di Pietro Galli e dello chef Ugo Alciati è annunciata con un misterioso “participating”. Parole italiane tradotte a orecchio e modi di dire che, com’è ovvio, in un’altra lingua suonano assurdi.

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Il tema dell’alimentazione degli astronauti, ad esempio, viene affontato in una conferenza dall’esilarante titolo “What can you eat in space? Some foods yes, some foods no”, liberamente ispirato al ‘Come si mangia nello spazio. I cibi sì e i cibi no’ della pagina italiana. La presunta vocazione internazionale del criticatissimo sito ‘verybello.it’ non viene aiutata da una prosa indigesta e oscura in inglese e leggermente comica in francese. Lo scopo del sito sarebbe infatti quello di “raconter une Italie jamais racontée”, letteralmente ‘raccontare un’Italia mai raccontata’, e sarebbe bello se qualcuno avesse iniziato cercando almeno un sinonimo.

La parte francese, del resto, non è migliore di quella inglese, anche se risulta appena più comprensibile vista la maggiore vicinanza tra le due lingue. Il problema, qui, è che impossibile trovare una frase senza errori di grammatica e di ortografia (il fatto che scrivano ‘future’ con la e, come in inglese, fa pensare che forse c’è un anglofono e l’hanno messo a fare la pagina francese, chissà). Gli accenti, quando ci sono, sono tutti sbagliati, le parole femminili e gli articoli maschili sono mischiati con disinvoltura e c’è la solita totale assenza di chiarezza nel messaggio.

Il risultato è scadente. Ma chi si è occupato della traduzione? A dirla tutta, è difficile non pensare allo zampino di google translator, strumento divenuto più sofisticato rispetto a quando, sul sito di Forza Italia, trasformò implacabile Letizia Moratti in ‘Joy Moratti’ e Augusto del Noce in ‘August of the Walnut’. Ma a domanda diretta, a Expo garantiscono che le traduzioni sono “realizzate da 3 traduttori madrelingua (2 inglesi e 1 francese) selezionate (le traduzioni o i traduttori?, ndr) dal partner con cui Expo 2015 sviluppa il progetto Digital Expo”. Il progetto, spiegano, “è corposo” e in “continua evoluzione e miglioramento, grazie ai suggerimenti e alle segnalazioni che arrivano da diverse parti (utenti e non) e che Expo 2015 tiene da sempre in grande considerazione”.

Gli inglesi, affezionati alla loro prosa asciutta e forse un po’ offesi dalla scelta di adottare, seppur in maniera non coerente, l’ortografia americana, e i francesi, che verso la loro lingua hanno un rispetto assoluto, non l’hanno presa bene. D’altra parte non ci vogliono Shakespeare e Molière per fare traduzioni. Solo dei professionisti.

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