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Londra celebra Alexander McQueen, sarto e iconoclasta (da ‘Il Messaggero’ del 13 marzo)

C’era la tradizione e c’era la sovversione, nel genio di Alexander McQueen. I tagli sartoriali più precisi e gli squarci più violenti e irriverenti convivevano nella sua mente e nei suoi lavori esposti in ‘Savage Beauty’, la grande e attesissima mostra che aprirà domani al Victoria&Albert Museum di Londra, la città dove ‘Lee’, come lo chiamavano gli amici, è nato nel 1969 e dove è morto suicida nel 2010. L’omaggio che la città ha finalmente reso ad uno di quei suoi figli geniali e tragici di cui la cultura britannica è sempre fiera – McQueen era figlio di un tassista, come Amy Winehouse – occupa 10 grandi stanze, durerà fino al 2 agosto ed è un riuscito tentativo di offrire un allestimento all’altezza degli oggetti in mostra: più di 240 vestiti e indumenti che vanno dalle prime straordinarie espressioni di creatività della collezione con cui si è diplomato alla Central Saint Martins’ nel 1992 allo stile personalissimo con cui aveva rivisitato ogni periodo storico, ogni spunto estetico, ogni elemento della natura fino all’ultima collezione incompiuta.

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La nota più costante dell’universo di McQueen è una sensibilità gotica in cui la cupezza si fa sublime e viene declinata in maniera più alta, più tragica. Basti pensare al suo celebre vestito di piume nere e all’utilizzo nuovissimo che lo stilista ha fatto dell’immaginario animale, rendendolo non più solo un elemento decorativo ma lasciando che le sue modelle si reincarnassero in uccelli, bestie primitive, rettili. Una delle sue prime collezioni, del 1995, era intitolata ‘The Birds’, gli uccelli, e si andava ad inserire in un lavoro sul corpo umano iniziato già prima, quando grazie all’esperienza accumulata lavorando da Gieves&Hawkes a Savile Row, uno dei tempi dell’ortodossia sartoriale inglese, aveva imparato a fare vestiti perfetti e a tagliarli nei modi più inaspettati. Pantaloni con la vita così bassa da coprire a malapena i fianchi, per dirne una. Nelle prime sale sono protagoniste le giacche, che superano la tradizione militare di cui sono figlie diventando terreno di sperimentazione grazie a vite strettissime, file di bottoni usate per segnare le forme, colli altissimi e solenni. Una struttura fondante e riconoscibile, quella del corpetto avvitato e marziale, sulla quale Alexander McQueen lavorerà per tutta la sua breve vita, declinandola in moltissimi modi e facendone l’unità di base su cui aggiungere corni e teste di coccodrillo, piume e maglie di metallo, cozze e conchiglie e tutto quello che la sua mente geniale immaginava nel formare il suo ‘romanticismo primitivo’.

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“C’era una teatralità irresistibile, una narrazione continua” nel suo lavoro, secondo Claire Wilcox, la curatrice di ‘Savage Beauty’, una mostra che ha permesso al V&A di compensare quella che era una grave mancanza, un ritardo imbarazzante, dopo che il Metropolitan Museum di New York era stato il primo a dedicare un’esposizione allo stilista nel 2011. ‘Lee’ era un grande estimatore del museo del costume londinese, dove era di casa. “Le collezioni del V&A non mancano mai di intrigarmi e di ispirarmi, la nazione è privilegiata ad avere accesso ad una tale risorsa… E’ il tipo di posto in cui vorrei rimanere chiuso di notte”, diceva lo stilista. Il quale puntava a fare vestiti che si potessero tramandare di generazione in generazione, nella migliore tradizione aristocratica inglese, e nei quali il tema dell’identità culturale è rimasta sempre presente, come dimostra la sala ‘nazionalismo romantico’, in cui il rosso del tartan scozzese è coraggiosamente abbinato ad un candido bianco e, in un percorso di idee che procede impercettibile e implacabile, diventa veneziano e si trasforma in una cappa che Casanova stesso avrebbe amato forse più delle sue donne.

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Al centro della mostra c’è una grande sala intitolata ‘Cabinet of Curiosities’, una camera delle meraviglie in cui numerosi piani di grandi scaffali neri sono esposte alcuni capi in cui il confine con l’opera d’arte si fa labilissimo. Vestiti la cui impossibilità di essere indossati non li rende meno ‘vestiti’ ma ne porta all’estremo la qualità di capi, protezioni, gusci, contrariamente a quanto talvolta portato in passerella da stilisti dalla creatività più spicciola. Dalla cintura con la spina dorsale alle rigide cotte di maglia strutturate come le giacche di cui sopra, fino ai cappelli matti e sublimi fatti con Philip Treacy, nella stanza delle curiosità ci sono i vestiti ideali di un mondo sognante e selvaggio. Adatti ad una donna eterna come l’ologramma di Kate Moss danzante che appare al visitatore poco dopo, prima di svanire tra i suoi mille veli.

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