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Storia del jihadismo britannico, tra ideologia e ‘cool factor’. Ma la povertà non c’entra. (Da ‘Il Foglio’ del 26 marzo)

LONDRA – E’ stata messa al bando, ha cambiato nome, ma è sempre all’organizzazione al-Muhajiroun, ‘Gli Emigranti’, che fa capo la variante britannica del jihadismo globale: ad essa sono dovuti 22 dei 53 attentati riusciti o sventati negli ultimi 20 anni dalla polizia inglese. Una variante asiatica molto più che araba, cresciuta intorno a comunità sradicate dal Kashmir e rimontate pare pare nelle strade di Bradford o di altre città del Nord, e che ha imparato i rudimenti dell’Islam da imam importati anche essi dalle campagne di Mirpur e del tutto inadeguati ad indovinare i pensieri di giovani metropolitani anglofoni e confusi, sospesi tra il patriarcato tradizionale e un mondo occidentale da guardare con sentimenti misti. E ora, nella sua ultima mutazione, questo radicalismo Brit è diventato una delle espressioni più comuni di rabbia anti-establishment per comunità assai disparate, come dimostra il numero ancora alto di convertiti.

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Anche se per diventare jihadisti veri e propri ci vuole ovviamente ben altro: ideologia, risentimento, attivismo. E’ quello che racconta Raffaello Pantucci, nome italiano e accento americano, in ‘We love death as you love life’, ‘Amiamo la morte come amate la vita’, la prima storia completa del jihadismo britannico, dai tempi della conversione di William Quilliam all’islam nel 1887 alla Siria di oggi. Con pazienza certosina da storico e da analista, Pantucci si mette a raccogliere elementi che non hanno bisogno di essere ingigantiti per risultare inquietanti. Il personaggio del momento è il lupo solitario, come quelli di Woolwich che hanno decapitato il povero Lee Rigby. Inutile dire ogni volta che queste persone erano nel mirino dei servizi, che però non hanno impedito che agissero: solo nel 2007 c’erano circa 4000 persone sospette in Gran Bretagna, alle prese con circa 30 piani terroristici.

Pantucci non offre neppure ricette, che sarebbero inutili: “In Gran Bretagna c’e’ il multiculturalismo, in Francia c’e’ la laicità e l’uguaglianza. Nessuno è perfetto, non mi pare si possa dire che un sistema ha funzionato meglio dell’altro”. Londonistan ha creato mostri anche per essere stata cosi’ accogliente nei confronti del dissenso negli anni ’70 e ’80 senza chiedere quella omologazione culturale di rigore per gli esiliati parigini. E la povertà non c’entra, spiega Pantucci, che parafrasando Trotski spiega: “Se fosse la poverta’ a portare la gente verso il terrorismo, ce ne sarebbero molti di piu’ di terroristi”.

“E’ storia contemporanea, ma nessuno l’aveva raccontata tutta”, spiega lo studioso, aggiungendo che il tratto caratteristico del jihadismo londinese è il legame con il Pakistan, “che è anche il posto dove poi al-Qaeda è andata a finire” e che “è stato usato anche per lanciare attacchi nei confronti della Gran Bretagna”. Una connessione forte che è servita fino a quando internet non ha reso tutto a portata di mano per chiunque. “Prima se qualcuno mostrava delle intenzioni serie lo si mandava in un campo di addestramento in Pakistan, mentre per i francesi era più facile relazionarsi con gli arabi nordafricani”. Solo negli ultimi anni la situazione è andata a complicarsi e “il jihadismo inglese si è allargato alla Somalia e allo Yemen”.

Direttore degli studi di sicurezza internazionale del RUSI, Royal United Services Institute, ed esperto di jihadismo e di Cina, Pantucci racconta di come al-Muhajiroun sia nata da una costola di Hizb ut-Tahrir per volontà di Anjem Choudary, predicatore particolarmente incline a dire frasi estreme davanti alle telecamere e per questo diventato terrorista di servizio nei media britannici e non solo, e il siriano Omar Bakri Mohammad, quello che negli anni ’90 ci tenne a puntualizzare che in un paese islamico le Spice Girls sarebbero state arrestate immediatamente. Sebbene zone come Bradford siano particolarmente rappresentative in quanto a maggioranza musulmana, Londra rimane il luogo più complesso, quello in la working class pakistana degli anni 50 e 60 è venuta a contatto con i miliardi mediorientali negli anni ’70, raggruppandosi per la prima volta intorno ad una causa comune quando uscirono i Versetti Satanici di Salman Rushdie nell’88 – lì la questione era dire che non si poteva offendere l’Islam liberamente – ma diventando anche teatro di violenze settarie seppure su scala minore, come le aggressioni sunnite ai ristoratori sciiti di Edgware Road nel 2013.

Ma soprattutto è a Londra che sono iniziate le mobilitazioni per la Bosnia negli anni ‘90. Lo racconta bene nella sua autobiografia Majid Nawaaz, ex jihadista diventato pupillo dell’establishment londinese con la sua fondazione anti-estremismo Quilliam: nulla come la Bosnia e l’indifferenza occidentale nei confronti del massacro di musulmani ha avuto successo a reclutare islamisti radicali. Un’altra guerra nata a Sarajevo, insomma, anche perché come spiega Pantucci al Foglio “se dei musulmani biondi e con gli occhi azzurri vengono uccisi senza che nessuno intervenga, il problema non è razziale, è religioso”. O così è stata inteso da chi continuava ad avere problemi di identità in patria e rabbrividiva davanti agli orrori provenienti dai Balcani. In molti hanno preso una corriera per andare a combattere e da lì, mentalmente, non sono più tornati. Ma il jihadismo è una realtà in continua evoluzione e la Bosnia non serve a spiegare del tutto il fenomeno dei foreign fighters in Siria. Su cui gioca un elemento molto contemporaneo, difficile da contrastare: il ‘cool factor’. Come ha spiegato recentemente Simon Kuper su FT, “Isis è diventato un brand giovanile” e la “Siria una sorta di Ibiza salafista in cui i ragazzi stranieri incontrano le ragazze straniere”. Dove le nipotine degli immigrati del Mirpur sognano di andare a combattere e a sposarsi, nel rispetto della tradizione.

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