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Notturno londinese (da ‘Il Foglio’ del 14 agosto)

LONDRA – L’enorme successo di Londra come capitale internazionale ha fatto varie vittime, tra cui una inaspettata: la vita notturna. Passate dal selvaggio all’educato, le serate londinesi sono ormai fatte soprattutto di ristorantini perbene, dove si mangia leggero, dei soliti molti molti drink in un bar carino e un po’ in posa e di un rientro a casa etilico e cenerentolesco, in tempo per l’ultima metro di mezzanotte e mezzo o un po’ più tardi con gli impeccabili bus notturni, affidabili e sicuri anche per chi è semicosciente. In tutto il paese è così ed così da un po’ di tempo: non che non si esca, tutt’altro, ma si esce diversamente. Magari anche questa sarà solo una moda passeggera, fatto sta che c’è chi se ne preoccupa un po’: a Parigi la vita notturna è protetta come fosse il Louvre, Berlino rimane imbattibile, Amsterdam resta competitiva e Londra, che ha un’offerta culturale enorme e che attrae gente da tutto il mondo, rischia di perdere quella spontaneità che un tempo la rese swinging, punk, cool.

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Qualche giorno fa l’associazione dei gestori di nightclub ha fatto sapere che negli ultimi 10 anni quasi la metà dei locali ha chiuso i battenti. Dei 3.144 del 2005 ne sono rimasti 1.733, sempre più in affanno per via di un sistema di licenze rigidissimo che tiene in massima considerazione le esigenze dei vicini di casa. Solo nell’ultimo anno se ne sono andati due posti amatissimi e storici come il Plastic People e Madame Jojo’s, mentre il Fabric è costantemente sotto minaccia dopo aver avuto quattro morti per droga in tre anni ed è riuscito a rimanere aperto solo accettando – giustamente – una serie di misure drasticissime, dai cani alle perquisizioni all’ingresso. A Hackney e Dalston, ex zone grigie dove continuano a succedere molte cose la sera, ormai le case costano così tanto che nessuno vuole rischiare di perdere soldi lasciando campo libero ai locali, che sono tanti e la maggioranza dei quali chiude comunque prestissimo per gli standard continentali. D’altra parte in molti hanno scelto di abitarci per la reputazione di quartiere vivace e non solo per l’imbarazzo della scelta di colazioni biologiche, e infatti si organizzano feste di protesta contro le ordinanze troppo severe.

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Ma il problema non è solo politico. L’amara verità, osservano DJ e gestori, è che anche la gente è cambiata e che il biglietto d’ingresso, in tempi di tasse universitarie alte e con una generazione cresciuta negli anni dell’austerity, è uno scoglio difficile da superare. La concorrenza arriva dai pub, che restano magari aperti un po’ più tardi rispetto al classico rintocco delle 11 per l’ultimo giro di ordini, e soprattutto dai giganteschi festival che si svolgono d’estate in tutto il paese, da Glastonbury al Latitude al Bestival, e che stanno attirando sempre più DJ. L’ingresso costa molto, ma per tre giorni ci si lascia andare senza pensare a niente e il meglio della musica viene servito su un piatto d’argento, tra campeggi, bevute epiche e giovani English Roses che imitano Georgia Jagger vestite da hippies. Sono grandi banchetti di musica dal vivo e di eventi culturali, da cui si esce talmente sazi che per un po’ i giovani britannici, ma anche quelli meno giovani, possono continuare a fare una delle loro cose preferite, ossia guardare qualche serie TV su Netflix mangiando pizza da asporto.

Ma la vitalità delle città, di questa delocalizzazione del divertimento, ne risente un po’. Ci ha riflettuto tanto anche Peter Aspden, il capo della cultura del Financial Times, in un bel pezzo sulla scena musicale londinese, non quella dei grandi nomi ma quella più sperimentale dei gruppi emergenti che alla sua generazione hanno regalato serate con Elvis Costello o con i Jam. “A volte lo sguardo nostalgico è anche uno sguardo giusto”, osserva Aspden prima di addentrarsi nella contemporaneità di una serie di concertini hipster asettici o di serate nostalgiche con punk settantenni sul palco. Ma il problema non è il fatto che la sua generazione fosse irripetibile, bensì “il fatto incontrovertibile che il numero di posti per ascoltare musica live a Londra è in calo”. Il prezzo delle case sarà pure importantissimo, ma sul valore della vitalità non c’è niente da aggiungere, dovrebbe spiegarsi da sé.

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