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Panico nel Labour, l’avanzata di Corbyn L’Autentico trova gli avversari impreparati (da ‘Il Foglio’ del 15 agosto)

LONDRA – Panico. Sembra un remake di sinistra delle presidenziali francesi del 2002, uno Chirac-Le Pen in salsa britannica, solo che il pericolo qui non è il noto xenofobo antisemita Jean-Marie ma un cordiale ciclista sessantaseienne, Jeremy Corbyn, che fosse per lui riaprirebbe le miniere e nazionalizzerebbe il nazionalizzabile, porterebbe la Gran Bretagna fuori dalla Nato e, se possibile, anche dall’Unione europea. Come scongiurare la sua avanzata verso la leadership del Labour evitando che quest’ultimo si trasformi in un partito di protesta à la Syriza destinato a farsi male al primo confronto con la realtà? I tre candidati alternativi – che poi sarebbero quelli istituzionali, ma il mondo in questi giorni va alla rovescia – stanno litigando sulla strategia, e più litigano e più si affossano, perché 160.000 persone sono corse ad iscriversi ai registri di voto prima della chiusura in modo da poter eleggere lui, Jeremy, e molti di loro sono vicini ai sindacati, sono d’accordo con le sue politiche. Il sospetto che tra le pecorelle pro-Corbyn si annidi anche qualche lupo Tory intenzionato a sabotare il partito rivale c’è, ma la tendenza generale è chiara e mettersi a fare questioni di lana caprina sulle procedure di voto sarebbe poco astuto.

jeremy Corbyn 1

Ci vorrebbe un’alzata di ingegno politica. Hai voglia ad avere Yvette Cooper che dice che le idee di Corbyn “non sono radicali e non sono credibili”, “vecchie soluzioni a vecchi problemi”, lei è terza e la sua linea, per ora, non ha sfondato. Vagamente più rosee le prospettive di Andy Burnham, che è secondo e che, a riprova del fatto che è un po’ un candidato Zelig, sta cercando di intercettare il malumore di chi accorre a votare l’antitutto Corbyn. “Gli attacchi a Jeremy hanno frainteso l’umore del partito”, spiega, come a dire: votate me che vi ho capito e che so pure quello che sto facendo. Mentre Liz Kendall, che è ultima, blairiana e pure riformista, ha messo in secondo piano la sua candidatura facendo propria la linea di Tony Blair secondo cui l’unico obiettivo è battere Corbyn, il quale per ora se ne sta sul 53-57% secondo YouGov (ma YouGov, si sa, è uscito dalle elezioni appena peggio del Labour). “Non voglio vedere il Labour presentare la sua lettera di dimissioni ai britannici come partito serio di governo”, ha spiegato Kendall, i cui elettori sarebbero pronti al voto stategico a Burnham.

D’altra parte qui il gioco si fa duro, la perfida Camilla Long sul Sunday Times parlava di una sorta di un fenomeno di scontento cosmico alla Nigel Farage, ma non c’è tempo di farlo smontare, svanire, di discutere le sue idee, qui si vota il mese prossimo e se Corbyn vince e il Labour sparisce… Come si fa a dire: siamo un partito di sinistra, non votate per il candidato di sinistra? Colui che ha basato il suo programma elettorale sulla ‘più lunga lettera di suicidio della storia britannica’ ossia il manifesto Labour del 1983 è stato lasciato entrare nella rosa dei candidati come fosse una curiosità innocua. Ma i deputati non lo rispettano, piace solo – ma tanto – ad un mondo relativamente ristretto in cui, secondo Tim Baldwin, “chiunque sia associato con l’ultimo governo Labour è denunciato come un Tory o un criminale di guerra”, ossia una certa intelligentsia e il nord operaio a cui dà risposte vintage e appena meno vaghe di quelle che Farage dava ai suoi elettori senescenti delle città costiere terrorizzati dal futuro.

I Tories, che conoscono l’animo pragmatico dei britannici, hanno fatto sapere che una vittoria di Corbyn costerebbe 2,400 sterline all’anno ad ogni famiglia, o 42 miliardi di sterline (la piu’ economica, se proprio si vuole essere di sinistra, e’ la Kendall: 1000 a famiglia all’anno, tutto sommato fattibile). Syriza London, il gruppo dei greci di Syriza a Londra, con il supporto di un po’ di gruppi anticapitalisti, stravede per lui, che a sua volta stravede per l’ala intransigente del partito greco. Per riportare un po’ di ordine ora tutti si aspettano due parole energiche da Gordon Brown, che già sulla Scozia ha dimostrato, come se ce ne fosse stato bisogno, di essere un politico finissimo. Ed Miliband, invece, ha deciso che starà zitto. Gordon dirà parole di buonsenso domenica. Si aspetta.

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