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Jonathan Franzen contro i finti profeti di internet, risponde ai tweet con un romanzone (da ‘il Messaggero’ del 12 settembre)

Julian Assange, Edward Snowden, Andreas Wolf. Il novero dei grandi dissidenti del web si arricchisce di un nuovo nome nell’ultimo romanzo di Jonathan Franzen, Purity, ‘Purezza’, in cui l’autore affronta uno dei temi su cui è intervenuto più spesso negli ultimi anni: le dinamiche di potere che reggono internet e il modo in cui queste somigliano in tutto e per tutto a quelle dei totalitarismi. Nel suo lavoro fino ad oggi più avvincente, con svolte e colpi di scena da romanzo giallo e una molteplicità di punti di vista che rendono impossibile interrompere la lettura, Franzen porta avanti contemporaneamente una riflessione più ampia sul concetto di purezza, non quello competitivo del ‘più puro che ti epura’ bensì quello standard morale astratto in nome del quale ci si reprime a vicenda nella più intima delle relazioni come nel più totalitario dei regimi.

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La storia parte come il romanzo di formazione di Pip, neolaureata californiana resa insicura da una madre che per un amor di purezza che rasenta la follia vive fuori dal mondo, e attraversa un arco temporale di 60 anni e 3 continenti. Tornando a più riprese a parlare di Germania, paese che Franzen conosce bene per averci studiato, e soprattutto di tedeschi. “C’era qualcosa di sbagliato in quei tedeschi”, commenta un personaggio parlando dei coinquilini di Pip, attivisti di Occupy, pacifisti e radicali impegnati su vari fronti, tutti molto belli, tutti molto sistematici e rigidi nel loro essere velleitari, prima che la trama si sposti nella Berlino Est degli anni ’80 e segua le vicende di Andreas, fascinoso rampollo di una famiglia di apparatchik della DDR convertito alla dissidenza un po’ per amore, un po’ per opportunità, ma soprattutto per narcisismo.

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“Nella sua esperienza poche cose erano uguali come due rivoluzioni”, osserva Andreas, che alla caduta del muro esporta in Occidente la sua intima comprensione dei meccanismi di potere del totalitarismo, sviluppata attraverso l’inevitabile confronto con la Stasi, e da ragazzo immagine della dissidenza politica aggiorna le sue ambizioni usando la rete e fondando il ‘Sunlight Project’, concorrente di Wikileaks in cui una jeunesse dorée ipnotizzata dal suo carisma si dedica a portare alla luce documenti segreti pescati nella rete seguendo il principio che “il sole è il miglior disinfettante”. Un progetto che Franzen critica non solo paragonandolo alla Stasi, ma anche confrontandolo con il giornalismo vecchio stile che, al pari del romanzo vecchio stile, è ciò di cui l’autore fa un’appassionata difesa. Pip nel weekend ama leggere i quotidiani da cima a fondo facendo colazione in un bar e uno dei personaggi più positivi del libro è una reporter investigativa che pur lavorando per un giornale online difende il suo approccio ‘vecchia scuola’ verso la verità.

“Il filtro non e’ impostura, è civiltà”, spiega la giornalista Leila, secondo cui il suo mestiere è fatto di adulti che vogliono rivolgersi ad altri adulti, mentre i sistemi tipo Wikileaks ricordano “quei bambini che pensano che gli adulti siano ipocriti perché filtrano quello che esce dalle loro bocche”. La rete, dai social networks ai leaks, con l’idea della sorveglianza perpetua e con la scusa di non avere filtri smuove comunque potere. Proprio come la Stasi, anche se con effetti diversi. “Come i vecchi politburo, i nuovi politburo si autoproclamano nemici delle élites e amici delle masse, dedicati a dare ai consumatori quello che vogliono”, e se alcuni innovatori dichiarano una “venerazione per il rischio”, la maggior parte si affida ai vecchi metodi, secondo Franzen: controllare, censurare, portare i cittadini all’autocensura. C’è però una differenza, spiega Franzen in uno dei passaggi più densi e concettuali di un libro altrimenti molto narrativo: internet è governato dalla “paura dell’impopolarità e della marginalità, di restare indietro, di essere contestati o di essere dimenticati”. Nel totalitarismo di internet non c’è il timore dello stato, bensì quello dello “stato di natura: uccidi o vieni ucciso, mangia o sarai mangiato”. Una preoccupazione autoreferenziale, che poco ha a che vedere col voler cambiare le cose, come ben sanno gli aedi del mondo nuovo di ieri e di oggi “mai disturbati dal fatto che la loro classe dirigente consiste nell’avida, brutale vecchia specie di umanità”.

In sostanza sono tempi ben conformisti quelli in cui viviamo e in cui la purezza di Pip non sta nell’avere comportamenti irreprensibili, ma nel non autocensurarsi, nel non avere paura e, soprattutto, nel saper perdonare. “Sto cercando di tenere in vita il tipo di scrittura che amo”, ha detto una volta Franzen, che con ‘Purezza’ ha tirato fuori ancor più che in ‘Libertà’ tutto il suo arsenale da grandissimo narratore per rivendicare il suo diritto a parlare della contemporaneità strappando la smagliante maschera tecnologica dietro la quale si nasconde e ad analizzarla con i parametri consueti. Se questo lo renda superato o geniale è presto per dirlo, ma ‘Purezza’ è un capolavoro, in barba agli haters e ai flames.

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