the glorious land

In ‘Number 11’ Coe arrabbiato ritorna alla Famiglia Winshaw, ma con molta più amarezza (da ‘Il Foglio’ del 14 novembre)

Se si ritiene che la storia recente sia tutta un susseguirsi di perdite d’innocenza, si può essere tentati di tornare indietro ai tempi (quali?) in le cose erano giuste, sane e autentiche. Analisi pigre portano ad azioni pigre, e premere il tasto ‘rewind’ è più facile che riparare ad eventuali errori guardando avanti, una forma di multitasking di cui al momento la sinistra britannica è tutt’altro che incline. L’ultima dimostrazione viene da ‘Number 11’ di Jonathan Coe, seguito fresco di stampa del ben più ironico e abrasivo ‘La Famiglia Winshaw’ del 1994, feroce satira sugli anni ’80 e il thatcherismo. Nonostante la penna felice dello scrittore e la sua capacità intatta di costruire personaggi e trame palpitanti, ‘Number 11’ – il titolo fa riferimento all’abitazione del cancelliere dello Scacchiere a Downing Street, ma anche ad una linea di bus, al tavolo di una cena elegante, all’indirizzo di un cottage – è il manicheismo fatto romanzo.

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In un paese in cui i poveri sono buoni e i ricchi sono cattivi, ‘competizione’ e ‘scelta’ sono parolacce, concetti grotteschi di cui la gente si riempie la bocca per perpetrare ingiustizie e spolpare quelle istituzioni di cui i britannici sono fieri, e a ragione: NHS, BBC, biblioteche comunali, case vittoriane. Ma Coe la modernità non la vuole proprio guardare in faccia e non vuole ragionare sul modo in cui le istituzioni amate potrebbero avere un futuro: condanna e basta, con rabbia. L’austerità, le banche, chi ha successo, la stampa, i tagli al servizio sanitario, ossia tutto il catalogo di bestie nere del numero crescente di tesserati laburisti attirati dal messaggio rassicurante di Jeremy Corbyn (L’Economist, impeccabile, gli dedico’ copertina rossa e ‘Indietro compagni!’ per titolo), messaggio che qualche settimana fa ha avuto anche l’appoggio del divino Alan Bennett. “Approvo Corbyn – ha detto – non foss’altro che perché riporta il Labour indietro a quello a cui dovrebbe pensare”, ossia alle disuguaglianze sociali a cui in questi giorni ha fatto riferimento anche John Major e che sono diventate un tema incendiario quasi come l’immigrazione, come sa bene George Osborne che sui tagli ai tax credits ci si sta bruciando una carriera, così come all’integrità morale di un paese che non riesce più ad essere fiero di sé. Un fronte, questo, su cui c’è un conto aperto all’infinito a nome di Tony Blair: paga e pagherà sempre tutto lui.

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La prima tappa dell’uscita dall’Eden, per la giovane protagonista di ‘Number 11’, è la morte del Dr David Kelly, microbiologo e ispettore di armi dell’ONU – riguardando certe sue foto sembra Corbyn, a voler fare psicologia nazionale spicciola – ritrovato morto in circostanze mai del tutto chiarite in un bosco dell’Oxfordshire nel 2003 dopo un servizio della BBC in cui si accusava il governo di aver “sexed up”, reso più allettante, il rapporto sulle armi di distruzione di massa. “Il Regno Unito sarebbe stato un posto diverso da quel momento in poi: inquieto, spiritato”, racconta Rachel, prima di ritrovarsi al centro di una trama in cui tutto è ingigantito, orribile, assurdo.

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La satira è “un’arte a tesi” che cerca di portare il pubblico verso una posizione morale o politica precostituita, dice Milan Kundera. E Coe fa esattamente questo e lo fa benissimo, salvo poi spiegare che la satira non deve sostituirsi all’attivismo politico e sfrondando, di conseguenza, il suo romanzo degli elementi più piacevoli degli altri suoi lavori: nessuno si salva, nel mondo della disuguaglianza. Al limite ci si umilia abbastanza da riuscire a sopravvivere in un paese che a destra e a sinistra, da Ukip al Labour, in questo momento continua a sognare quel fotogramma di purezza che forse non ha mai avuto, ma la cui ricerca diventa ossessiva come quella di certi film visti in televisione per caso da bambini in un pomeriggio di vacanza. Un personaggio di ‘Number 11’ ci muore, in questa ricerca.

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