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Dove nasce Londra

Due mesi fa mi è nata una figlia a Londra.

“Dalle un nome inglese, se volete stare qui la sua vita sarà più facile”, aveva suggerito un’amica, gran dama sessantenne ancora un po’ trotzkista con una spilla bianca e blu con su scritto ‘Salvate l’NHS’ sul cappotto sintetico portato con grazia da ultima dei Romanov. Incinta di qualche mese, del servizio sanitario nazionale britannico non mi sembrava ci fosse molto da salvare: certamente non l’abitudine dei medici di base di cercare su Google i vari sintomi e non la loro propensione a consigliare tanta acqua e tanto riposo anche davanti alla più cavernosa delle tossi. Dopo alcuni anni a Londra mi ero organizzata in modo da evitarlo accuratamente, quel servizio sanitario, con una ginecologa francese, una dentista tedesca e una l’idea che fosse meglio prendere un aereo e andare da uno specialista in Italia dopo quella volta che mi ero coperta di pois rossi e nessuno dei medici stanchi e frettolosi era riuscito a capire cosa avessi, neanche cercando su Google. Era un’innocua pitiriasi rosa, si scoprì poi.

Una sera di maggio io e mio marito ci siamo ritrovati a comprare un test di gravidanza alla stazione di King’s Cross come due ragazzini scappati di casa. E poco dopo una dottoressa di origine irachena, incinta anche lei, mi ha chiesto di scegliere un ospedale da una rosa di tre: un edificio sinistro, enorme e nero dove mi avevano malamente ricucito un brutto taglio, uno in cui erano stati registrati casi recenti di donne morte di parto e uno bello e moderno con la facciata del colore chiaro del camice dei medici. Una volta ero andata a trovare un’amica e la sua bambina neonata, a University College London, e mi era piaciuto molto girare per il reparto di maternità, la Elizabeth Garrett Anderson Wing, dal nome della prima donna chirurgo del paese. All’epoca, di parto e di bambini non sapevo niente: distinguevo a malapena cesareo e parto naturale e mi addormentavo quando le mamme iniziavano a parlare di cose da mamme. Ma la bimba della mia amica era molto carina e la sua esperienza mi aveva lasciato addosso un senso di allegria che avevo voglia di rivivere.

Ho iniziato ad andare a University College Hospital una volta al mese e ogni volta a visitarmi è stata un’ostetrica diversa, rararmente della stessa nazionalità, solo in un caso britannica. Verso la fine mi ero affezionata ad una certa Carolina di Roma e speravo di ritrovarmela in sala parto, immaginando le infinite possibilità espressive che questo mi avrebbe aperto (urlare in romano a Londra, che lusso). Anche le francesi mi rassicuravano, soprattutto perché con loro potevo parlare del principale nemico delle gravidanze continentali, ossia quella toxoplasmosi che viene testata ovunque ogni mese tranne che nel Regno Unito. Bisogna fare una scelta di campo, quando si resta incinte a Londra: paure inglesi o continentali, come quando si decide la colazione in albergo. Le amiche italiane vivevano nel terrore della pipì di gatto, non parlavano d’altro, stavano attente a tutto quello che mangiavano, mentre le britanniche azzannavano frutta mai sfiorata dal bicarbonato e insalate terrose, ovetti semicrudi e ordinavano carne senza specificare: me la carbonizzi, grazie. L’unica cosa su cui si mostravano oltranziste era l’alcol e, non fidandosi della capacità di distinguere – malignavo io – tra bicchierino e autocisterna, non bevevano affatto.

Per nove mesi di inglesi ne ho incontrate poche. Guardando la sala d’attesa di UCLH viene da chiedersi cosa resterebbe del paese se qualche politico xenofobo dalla chiacchiera facile riuscisse a realizzare i suoi sogni isolazionisti. Mediterranee accompagnate da mille madri e zie, giapponesi discrete nonostante i vestiti squillanti, africane sottili come giunchi, arabe con il pancione appena visibile sotto lo strato di telo nero e qualche inglese con la spilletta bianca ‘baby on board’ appuntata sui vestiti già premaman. Ma è una città che funziona a compartimenti stagni, Londra, e di senso di comunità e chiacchiere ne ho viste poche in queste circostanze, come se si sapesse che la gravidanza di una somala e quella di un’albanese sono cose così diverse da non avere punti di contatto con quella di un’anglosassone. Soprattutto perché mentre le immigrate in generale hanno una comunità che le sostiene, londinesi ed europee sono, di solito, molto sole.

Le britanniche, quando hanno un pancione di sette mesi circa, cercano affannosamente di aprirsi al mondo per affrontare in compagnia l’anno di maternità – di cui fino a 39 settimane pagate in maniera decrescente – che viene loro concesso. E lo fanno attraverso i corsi preparto. Noi ne abbiamo seguiti due, quello gratuito dell’ospedale e quello a pagamento dell’NCT, il National Chilbirth Trust, una charity potentissima che, oltre a spiegare come si partorisce, come si cambia un pannolino e come si allatta, mette in contatto i genitori dello stesso quartiere con cicli di lezioni e una serie di possibilità di incontro. In entrambi i casi la Londra multietnica e variopinta di sempre si è trasformata davanti ai nostri occhi in un club di coppie middle class incredibilmente affini per inclinazioni, gusti, sensibilità. In questi gruppi gli uomini partecipano alle cose del parto come le donne, prendono appunti e chiedono come possono farsi carico di parte del fardello delle loro compagne con massaggi e altre forme di sostegno. In generale si parla liberamente, c’è molta curiosità e, cosa insolita in un paese in cui non si gira nudi neanche per gli spogliatoi, pochissimo pudore.

Mia figlia l’ha fatta nascere un’ostetrica di nome Rianna, giovane, nera e bellissima, in una sala parto in cui per via di alcune piccole complicazioni è stato presente, cosa rara, anche un medico. Qualche settimana prima mi era stato chiesto di scrivere un ‘birth plan’, ossia un paio di cartelle in cui spiegavo come avrei voluto partorire e come avrei preferito alleviare il dolore. “Di solito la fanno le mediterranee, l’epidurale qui la sconsigliamo perché aumenta i rischi e cancella le sensazioni del parto, che per noi è un rito di passaggio”, avevano spiegato al corso dell’ospedale (l’ostetrica era tedesca), mentre una francese al secondo figlio scuoteva la testa dicendo “do a péridurale, trust me, it’s paradise”. Le tre paginette speranzose in cui descrivevo il parto in acqua che avrei sognato, tra fiori di Bach e playlist di Ravi Shankar, erano state trasformate in un esercizio letterario senza seguito dall’urgenza di indurmi le contrazioni. E pure il gas con cui speravo di attutire le fitte era stato sostituito dalla benedetta epidurale, imposta dall’anziana ostetrica africana che mi ha accompagnata con piglio fermo e rassicurante attraverso i dolori lancinanti della notte. Prima che alle 8 del mattino arrivasse Rianna a darle il cambio e che, dopo un’ora sola di spinte date finalmente senza sentirmi squartata come il povero Damiens all’inizio di Sorvegliare e Punire di Foucault (era la mia tesi di laurea, ci ho pensato molto durante il travaglio), sorgesse la capoccetta platinata di nostra figlia Alice.

Nella babele umana e culturale dell’UCLH abbiamo trascorso le prime 36 ore della nostra nuova vita insieme, contando sui consigli e cure di infermiere slovacche, irlandesi, congolesi, spagnole, ungheresi, di un medico giapponese e di una magrissima studentessa milanese, Elena, che ha corretto con mano gentile e discreta i nostri primi incerti passi da genitori. Nel letto accanto al mio c’era una francese sempre al telefono dopo aver partorito una bimba di cinque chili e mezzo – e menomale che secondo una dottoressa inglese di mia conoscenza, evidentemente eurofoba, le francesi fumano in gravidanza per fare figli piccoli – e in quello di fronte una famiglia inglese chiassosa e un po’ ruvida che sembrava uscita da un film di Mike Leigh. Strafatta di emozioni e anestesia com’ero, pensavo che avrei potuto essere ovunque e che solo Londra sa darti questa illusione. Alice, con il suo nome pronunciabile in tutte le lingue, è nata lontano dai suoi antenati ma vicina al mondo che sarà suo, internazionale, aperto e misto, nella città scintillante e vorace che indica i suoi standard stellari e apre le sue porte a chiunque voglia rispettarli o magari, ancora meglio, portarli sempre più in alto.

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