costume national/Londra/Uncategorized

I soliti ribelli. Al V&A di Londra in mostra la rivoluzione 1966-1970, tra pantaloni a zampa, frammenti di luna e nascita dell’individualismo. (da ‘Il Foglio’ del 17 settembre)

LONDRA – Attraversi sei saloni del Victoria&Albert di Londra tutti dedicati a spiegarti quanto è stata libera, rivoluzionaria e anticonformista la gioventù del 1966-70 e ti ritrovi direttamente laddove quella stessa generazione, appena è diventata maggiorenne, ha sperato che finissi: nel negozio del museo, circondata da riproduzioni costosette di quello che si indossava, leggeva, ascoltava, teneva in casa mentre tra una rivoluzione e l’altra si andava definendo la vera eredità indelebile di quegli anni, ossia il culto dell’invidualità. E un certo senso degli affari che non manca né ai baby-boomers né a chi li ha seguiti nella terra in cui tutto è nato, quella California che oggi ospita le aziende più dinamiche e innovative del mondo nonché molto rivoluzionarie nell’approccio con il fisco.

caf06ad6-ac68-11e2-9440-73c50d70cc6b

Che la Summer of Love del 1967 abbia avuto tante conseguenze, tra cui quella, inconfessabile, del neoliberismo, figlio illegittimo dei figli dei fiori, lo ha riconosciuto anche la gran sacerdotessa della sinistra britannica Polly Toynbee sul Guardian, in un articolo dal titolo interrogativo – “abbiamo fatto la rivoluzione o solo aperto le porte al neoliberismo?” – e dal contenuto perentorio. “Da tutta questa rivoluzione contro ‘il sistema’ è venuto un individualismo centrato sul “me’ evoluto poi in neoliberismo”, scrive la Toynbee nel suo pezzo vezzosamente corredato da ben due foto di lei ventenne pettinata come Marianne Faithfull. “I primi ideali hippy della Silicon Valley si sono presto trasformati in ciascuno per sé”, prosegue amara l’editorialista, ricordando come molte delle vere conquiste dei tardi anni ’60 nel Regno Unito siano da attribuire più al laburista Harold Wilson, che proprio hippy non era, che ai concerti, pur meritevoli di sospiri nostalgici, all’Isola di Wight.

‘You say you want a revolution?’, ‘Dici che vuoi una rivoluzione?’ prende il titolo da un verso della canzone dei Beatles e come tutte le iniziative del V&A di Londra è una mostra piacevole e innovativa – l’audioguida compresa nelle 16 sterline di biglietto consente di ascoltare musica abbinata agli oggetti esposti, per calarsi meglio nell’atmosfera di chi la rivoluzione la faceva e non stava a guardarla – e che dedica grande spazio al ‘core business’ del museo, ossia la storia del costume.  Ma tra un vestito di scena luccicante di Mick Jagger e un tailleurino con minigonna di Mary Quant ci si chiede quanto di quello che è esposto sia uscito dalla circolazione per un numero di anni sufficiente da essere riproposto in una mostra, e questo vale anche per i dischi di Bob Dylan, per le foto di David Bailey o per gli slogan contro la guerra in Vietnam, per i testi di Kerouac e di Burroughs, o per l’estetica psichedelica di Carnaby Street.

Di quella cultura non si è perso niente, se non il momento in cui non era ancora mainstream, un attimo fuggente che la mostra cerca di catturare senza riuscirci. E’ un passato rivisitato ad uso del consumatore di oggi, che sia visitatore del V&A oppure lettore di The Girls, fortunato romanzo dell’esordiente ventisettenne Emma Cline su una ragazza che si unisce ad un gruppo molto simile al culto di Charles Manson, scritto con lo stile lucido, evocativo ed efficace di un filtro Instagram e esibito sugli scaffali del negozio del V&A insieme ai modelli Levi’s vintage.

Paradossalmente la parte più interessante della mostra è quella sulla rivoluzione consumista guidata dalla crescita economica e dalla diffusione della carta di credito, con una serie di splendide campagne pubblicitarie alla Mad Men dietro le quali si sente il respiro di un mondo che cresceva e si beava del suo progresso economico, spingendosi fin sulla Luna, di cui un frammento è esposto in una piramide di cristallo accanto alla tuta di uno degli astronauti dell’Apollo 8. Poi si torna alle avanguardie e ai micidiali film di Yoko Ono e si finisce sdraiati su grandi cuscinoni a guardare vecchi filmati di Woodstock, con le sue 400mila persone radunate per celebrare un mondo migliore.

Che quegli anni abbiano creato il modello estetico di ogni rivoluzione – togli Vietnam metti Iraq, tieni l’ecologismo e aggiungi un po’ di cibo biologico, taglia un po’ i capelli e punta tutto sulla barba – è fuori di dubbio. Che questo sia diventato una scatola vuota che ha sostituito un vero ragionamento politico su come cambiare il mondo, o risolverne un problema o due, è anche questo vero. Ma mentre quella generazione continua a celebrarsi e a raccontare che com’e’ stata giovane lei, nessuno mai, i suoi inibiti nipotini hipster ne raccolgono i feticci e fanno diligentemente girare l’economia.

One thought on “I soliti ribelli. Al V&A di Londra in mostra la rivoluzione 1966-1970, tra pantaloni a zampa, frammenti di luna e nascita dell’individualismo. (da ‘Il Foglio’ del 17 settembre)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...