the glorious land

La brutta settimana dei Citizens of Nowhere, tra hard Brexit e sad Brexit.

In questi giorni stiamo un po’ così, noi europei che viviamo nel Regno Unito. Quasi come la mattina del 24 giugno scorso, quando ci siamo risvegliati storditi in un paese che non voleva più essere parte dell’Unione europea, ma con una grande differenza: l’interpretazione che la politica ha dato del voto è peggiore del voto stesso. Chiariamo subito una cosa: il Regno Unito negli ultimi anni, soprattutto dal 2004 ad oggi, ha assistito ad un afflusso monumentale di persone ed è comprensibile che ci si chieda se questo abbia reso irriconoscibile il paese. Ma il fatto che al congresso dei Tories di Birmingham, teatro di un crescendo di dichiarazioni sconcertanti, nessuno abbia fatto presente come se il Regno Unito è competitivo, cresce e ha una disoccupazione del 4,9%, è anche grazie ad un’economia aperta in cui gli investimenti europei hanno avuto un ruolo cruciale e in cui una gioventù a corto di prospettive future è venuta a riversare una quantità impressionante di energie, progetti, fondi, è a dir poco grave. Dei cittadini del mondo – che Theresa May ha definito con tono sprezzante “cittadini di nessun posto” – Londra e il sud est del paese hanno beneficiato come nessun luogo al mondo. Siamo sicuri che sia una buona idea trattarli così?

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“Dalla Brexit non sento più questo posto come casa mia, prima sì” è la frase che si sente più spesso in giro in questi giorni e che tradotta vuol dire: magari resto altri 10 anni, ma non mi impegnerò più così tanto nella società, da straniero mi trattano e da straniero mi comporto. Amici che stanno sospendendo progetti e investimenti, che stanno iniziando a dare un’occhiata ad altre capitali, ad altre prospettive, magari proprio in Italia, che si sentono francamente offesi perché dopo anni e anni di tasse religiosamente versate all’erario di Sua Maestà sono spariti dalla cartina politica – ma non era No Taxation without Representation? – e che non si capacitano di dover assistere al susseguirsi di dichiarazioni surreali di queste settimane, tutte volte a incidere nella mente degli elettori ex Ukip e ex Labour il nuovo, sfavillante brand dei Tories, che finalmente hanno capito di dover far qualcosa per colmare le disuguaglianze vertiginose che esistono nel paese ma hanno deciso di farlo abbracciando la linea del tabloids. E creando una retorica incendiaria fondata sulla distinzione ripetuta all’infinito tra gli “onesti lavoratori britannici” e gli immigrati, descritti alla stregua di parassiti o, nel migliore dei casi, come un male necessario da accettare temporaneamente fino a quando il sistema britannico non sarà in grado di formare abbastanza medici, per dirne una (parole di Jeremy Hunt, ministro della Sanità).

Retorica da congresso, dicono gli amici inglesi, non ci fate caso. Un voto che cambierà poco, auspicano altri, vedrete che il governo non farà un autogol così clamoroso. E’ tutta una strategia negoziale, si consola qualcuno. Nel frattempo l’atmosfera va peggiorando e la minaccia di chiedere alle aziende di schedare i lavoratori stranieri avanzata da Amber Rudd, ministro degli Interni che durante la campagna referendaria era stata una vigorosa e lucida sostenitrice del ‘Remain’, ha dato la misura di quanto il ‘common sense’ sia una cosa del passato, nel Regno Unito di oggi. Chiunque abbia avuto a che fare con le risorse umane di un’azienda racconta la stessa storia: arrivano stranieri preparatissimi, il più delle volte molto più dei candidati britannici. Che questo sia problematico non c’è dubbio, ma il pubblico dovrebbe essere informato sul fatto che se poi quelle stesse aziende vanno bene e sostengono la crescita, grazie ad una forza lavoro straniera, questo va a vantaggio di tutti. Un punto di vista che i tabloids, giornali scritti dalle elites ad uso e consumo del popolo, non raccontano mai. Perfino il fratello del ministro degli Interni Amber Rudd, che si chiama Roland e ha fondato il colosso della comunicazione Finsbury, ha criticato la sorella scrivendo sull’Evening Standard che non si possono “vilipendere gli stranieri” nel Regno Unito di oggi. Eppure sta avvenendo. E visto che la comunità dei “cittadini del mondo/cittadini di nessun posto” è per definizione fluida e mobile, non è detto che accetti di respirare quest’ariaccia per altri due anni e mezzo, il tempo che finisca il negoziato della Brexit. Che sia proprio la strategia che Theresa May ha in mente, ossia far scappare più gente possibile adesso per poi tutelare i diritti di chi resta e tenersi il mercato interno in un secondo momento?

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