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Memorie di uno zuccherino. Su ‘A Life in Questions’ di Jeremy Paxman (da ‘Il Foglio’ del 14 ottobre)

LONDRA – “Nulla come una scaletta televisiva di gente che è stata importante dimostra che il predicatore dell’Ecclesiaste aveva ragione: tutto è vanità”. E proprio lì bisogna andare subito a colpire, iniziando sempre con una domanda inattesa, che metta l’interlocutore a disagio. Una cosa tipo il “come mai lei non piace a nessuno?” che toccò a Gordon Brown, oppure “non si sente un’impostore ad aver accettato il Nobel per la Pace?” rivolto ad un Henry Kissinger che invece di rispondere lasciò lo studio furioso. Se necessario, ripetere la stessa domanda per tutta l’intervista, fin quando non è chiaro che la risposta non arriverà: capitò al conservatore Michael Howard, l’intervista fece storia. Così procede il più giornalista di tutti, Jeremy Paxman –‘Torquemada’ o ‘Paxo l’Impalatore’ secondo alcuni – l’uomo che in trent’anni di domande ruvidissime sugli schermi della BBC si è costruito la reputazione di intervistatore par excellence e che ora, con l’autobiografia ‘A Life in Questions – Una vita di domande’, tormentata e reticentissima, lascia, senza ironia, moltissimi interrogativi al lettore.

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Avventurandosi nella sfera privata solo nelle prime pagine sull’infanzia, con il padre nella Royal Navy, violento o forse solo infelice, la famiglia modesta ma non troppo visto che tutti i figli andavano in una scuola privata – rigorosa educazione in collegio, in un ambiente così freddo che capitava che i genitori confondessero i figli da riportarsi a casa durante le vacanze – e i racconti di prammatica sulle care zie zitelle e le case di famiglia che si fanno man mano più grandi e belle mentre il paese cresce, Jeremy Paxman allude agli anni passati in analisi e agli antidepressivi, ci dice che canta sotto la doccia e che gli piace pescare, e poi passa a parlare di lavoro, e lo fa benissimo, suonando avvicente e sincero, ma non lascia mai trapelare che uomo sia cresciuto dentro quello studio televisivo di Newsnight, sala delle torture per alcuni, specchio del paese per altri.

I primi passi Paxman li ha mossi nell’atmosfera plumbea dell’Irlanda del Nord, dalla quale fuggiva per farsi mandare a Beirut o in altri posti movimentati, arrivando a quasi trent’anni vicino all’esaurimento – “Nei miei sogni, uomini con fucili in Africa, Irlanda, America Latina e Medio Oriente si confondevano nella mia mente” – per poi passare alla politica, “lo showbusiness dei brutti”, prima con un programma incentrato su Londra e poi per la striscia del mattino della BBC, dove per tenere sveglio il pubblico impara a gestire il botta e risposta con l’ospite di turno fino a far diventare il programma un salotto rilevante per Westminster e dintorni. “Le interviste politiche fanno rumore”, anche se “la verità è che la maggioranza delle notizie non hanno importanza e molte controversie politiche non sono né controversie, né tanto meno, a volte, davvero politiche”, spiega Paxman, secondo cui i giornalisti televisivi hanno in comune con gli impresari di pompe funebri il dover possedere un completo decente, maniere accettabili e la capacità di fare la faccia triste all’occorrenza.

Se “capire tutto vuole dire perdonare tutto”, come dice Madame De Stael, Paxman si è ritagliato il ruolo di colui che capisce ma non perdona, e anzi incalza il potente di turno e chiunque gli finisca sotto tiro, compresi i secchioni di University Challenge. La responsabilità di un direttore, secondo un giornalista vittoriano, è “pubblicare il maggior numero possibile di pregiudizi dell’editore nell’ambito di quanto gli inserzionisti permettono di fare”, mentre per Paxman spesso la notizia “è quello che il subconscio collettivo di un gruppo di pendolari sfiancati dai loro mutui e sparsi per la capitale ritengono ‘significativo’”. Ma la politica a qualcosa serve ed è creare un paese “felice nella sua pelle, che abbia il senso di avere uno scopo e che sia fiducioso del suo posto nel mondo” e in questo Paxman, che tiene i suoi giudizi politici per sé, sembra trovare la motivazione, anche quando nella sua vita di musiche televisive incalzanti e di senso di urgenza avrebbe voglia di dire ‘oggi non e’ successo granché, se fossi in voi andrei a dormire’.

Non ha mai intervistato la Thatcher e dice di esserne felice, ma l’ha vista all’opera ad una cena e ancora conserva una sensazione di freddo lungo la schiena per quando le chiesero perché avesse firmato il decreto sull’Europa. “Sono stata tradita!”, tuonò Maggie, mentre Tony Blair aveva sempre tutto sotto controllo, grazie anche al suo “bullo della comunicazione” Alistair Campbell. Carriere sono state fatte e disfatte da Paxman e i politici, Cameron in primis, hanno sempre cercato di evitare Newsnight. Cosa prova il giornalista-Torquemada quando la sua vittima arranca? “Sarebbe disonesto negare una parte di piacere, ma non tanto davanti al danno compiuto, quanto per il fatto di essere stato parte di uno splendido momento di teatro”, ammette. La gente lo odia, protesta, i politici si risentono, gli spettatori a volte gli mandano lettere feroci. Ma mai mai mai nessuno gli ha detto: “Potevi essere piu’ gentile, Jeremy”.

 

 

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