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Una domanda che mi sono sempre fatta: ma perché le britanniche fanno figli?

“Devi essere davvero molto ricca per permetterti di lavorare”, suggerisce incuriosita una mamma trentenne mentre si acciambella sui divanetti di un centro giochi del Nord di Londra, quartiere facoltoso che fa di tutto per non darlo a vedere. Suo figlio avrà dieci mesi e implora che gli vengano dati più broccoli. “Il segreto è aggiungerci tantissimo burro”, mi rivela mentre, aprendo il thermos, lascia scintillare un grosso solitario, in feroce contrasto con i jeans sconfitti dalle macchie e il taglio di capelli da coreografa fiamminga. La lezione di sviluppo sensoriale avanzato è finita e quelle che non si fermano ad allattare recuperano i loro bimbi – molte Juno, molti Rex, tantissimi Leo – in una processione di bugaboo colorati, destinazione casa o parco o una delle centinaia di altre attività con cui le londinesi affrontano la brusca transizione tra una carriera iniziata di solito molto presto e la maternità a tempo pieno che tante scelgono dopo il primo figlio, almeno per qualche anno.

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Il Regno Unito non è la Scandinavia, non è il nord Europa, non vuole più neanche essere Europa e un asilo nido decente a Londra costa tra le 1.100 e le 1.800 sterline al mese (quasi equivalente in euro, in questi giorni di anemia valutaria). “I servizi per l’infanzia sono i più cari d’Europa, ci sono solo un po’ di agevolazioni fiscali per i genitori che lavorano”, spiega Naomi Finch dell’Università di York, una che passa la vita a studiarli, questi temi. Quasi niente è pensato per le lavoratrici a tempo pieno: anche per quelle che hanno redditi bassissimi, l’assistenza gratuita è solo di 15 ore a settimana, solo per i bambini che hanno più di tre anni e si interrompe comunque durante le frequenti vacanze scolastiche.

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Qui le politiche francesi sono un miraggio, solo il congedo di maternità è lunghissimo, ma i figli si fanno – certo, più di un quarto da madri nate fuori dal paese – e non si sa se scorgere un po’ di femminismo avanzato oppure il suo esatto contrario dietro la scelta delle britanniche di dire basta, preferisco stare a casa, non ci dite di lean in, di farci avanti, perché ci arrabbiamo molto. L’ultima che ci ha provato, una giudice angloamericana di 68 anni –  “lo so che è controculturale, ma penso che una lunga maternità sia negativa per le donne” – è stata costretta a scusarsi davanti ad una comunità di mamme che scrive appelli accorati per estendere il congedo pagato ma non per avere una childcare a costi avvicinabili e si gode piuttosto i parchi bellissimi e gli infiniti appuntamenti a colpi di frullati di cavolo nero e cappuccini di soya. E pazienza se poi arriva la scuola e la malinconia della grande cucina vuota, si può sempre fare un altro figlio o mandare avanti l’economia aprendo una pasticceria, oppure andando a riempire i rari vuoti che si erano scoperti negli anni con i bimbi piccoli, il corso di baby massaggio mancante, l’organizzazione di supporto che non c’era.

“Le madri si ritirano dal mondo del lavoro quando i figli sono molto piccoli e lavorano part time quando sono in età scolastica”, prosegue la Finch, secondo cui il tasso di natalità, soprattutto nelle classi medie, sarebbe molto più alto se il sistema fosse meno punitivo per chi lavora. “Le donne istruite fanno meno figli, ma vorrebbero averne di più”, spiega la Finch, e certo i nonni sono un grande aiuto, ma più per le immigrate che per le altre, e poi comunque a Londra non si abita mai vicini. “Mia madre mi ha detto di non contare assolutamente su di lei per tenere il bimbo: piuttosto mi dà dei soldi per pagare la tata”, racconta una quarantenne inglese seduta al pub, mentre un’altra, insegnante di spagnolo, annuncia festosa “Finalmente mi sono licenziata!” tra le congratulazioni delle sue amiche.

I padri di solito sono molto presenti nella crescita dei figli e tante attività del sabato mattina sono dedicate solo a loro, per permettere alle mamme di dormire un po’, ma se per loro restare a casa in modo definitivo mentre la loro compagna lavora non è più un tabù culturale, in pochi finiscono col farlo. “Insieme ai servizi scarsi, ci sono disincentivi finanziari a lavorare per quello dei due che ha il reddito più basso”, spiega Finch, e alla fine quasi tutti arrivano alla stessa conclusione: meglio di no, il bimbo me lo cresco io, magari ne faccio solo uno o al massimo due.

Nel frattempo i tassi di natalità rimangono ruggenti tra le immigrate, che hanno a disposizione una rete di sosegno molto più estesa: le polacche ormai fanno più figli delle pakistane, le africane ne fanno sempre tantissimi mentre le italiane, venute qui soprattutto per la carriera, restano sconvolte dai costi e si fermano, di solito a uno. Perché siamo in Inghilterra e se le scuole private prestigiosissime sarebbero un salasso per uno, figurati per due figli. E poi le case sono piccole, ci sono tutti quegli aerei da prendere, i nonni sono lontani e le ore su FaceTime non bastano mai.

One thought on “Una domanda che mi sono sempre fatta: ma perché le britanniche fanno figli?

  1. Bel post! Conferma di una conversazione avuta di recente con una collega inglese. Io abito a Bruxelles e ho da poco avuto una bambina…e parlando lei mi ha elencato quello che dici tu sopra, ovvero i costi esorbitanti della childcare e il fatto che molte stanno a casa dopo aver avuto figli. Mi colpisce molto tutto ciò, visto che ero abituata a pensare che più vai a nord più è agevole avere figli e meno discriminatoria la situazione. E invece a Londra sembrerebbe proibitivo, forse in linea con il generale costo della vita.
    A Bruxelles il maternity leave è assai corto, ma i nidi sono un po’ più abbordabili (anche se dipende da quale scegli, ci sono anche i comunali) e le distanze da coprire tra lavoro, casa e asilo sono ridotte.

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