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Cristóbal Balenciaga, il direttore d’orchestra dell’Alta Moda, in mostra al V&A a primavera (da ‘Il Messaggero’ del 3 febbraio)

LONDRA – Se l’alta moda è un’orchestra, Cristóbal Balenciaga ne è stato a lungo il direttore. “Noi altri stilisti siamo i musicisti e seguiamo le indicazioni che dà”, diceva un gigante come Christian Dior parlando del creatore spagnolo, mentre per Coco Chanel lui era l’unico “couturier nel vero senso della parola, gli altri sono solo disegnatori di moda”. Non c’è solo un vestito o una tendenza a definire ‘lo stilista degli stilisti’, ma un approccio avanguardistico alla sartoria che ha avuto un’influenza incalcolabile, tanto che “non c’è donna che nel suo armadio non abbia almeno qualcosa di ispirato al suo lavoro”. A dirlo è Cassie Davies-Strodder, la curatrice della mostra che il Victoria & Albert Museum sta preparando sul lavoro di Balenciaga e che aprirà il 27 maggio prossimo a Londra.

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1974 Evening dress Balenciaga @V&A Collection

Con più di cento vestiti e una ventina di cappelli straordinari, la mostra ‘Balenciaga: Shaping Fashion’ si concentrerà sull’ultima parte della lunga carriera del creatore, tra gli anni ’50 e ’60, probabilmente la più feconda, quella in cui lanciò forme fino ad allora inedite ma ora classiche come il sacchetto, la tunica, il babydoll e il tubino. Un lavoro di ridisegnamento e di astrazione del corpo femminile che secondo la Davies-Strodder si può ricondurre al modernismo e che prende spunto dalla Spagna, certamente, con le gonne più corte davanti come quelle del flamenco o certe mantelle che riprendono quelle dei toreri, ma dove l’ispirazione viene sempre superata e mai seguita pedissequamente. In Balenciaga, ad esempio, c’è una maniera speciale di lavorare sullo spazio tra il corpo e il tessuto del vestito, quello che i giapponesi chiamano ‘Ma’ indicando la pausa tra le parole nell’haiku, e quello spazio viene raccontato da chi indossava quei vestiti come qualcosa di dinamico, “con la parte anteriore delle gonne lunghe che correvano un po’ più veloci del mio passo”, secondo il ricordo di Pauline de Rothschild.

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Maestro di taglio e di cucito, oltre che grande creatore, Cristobal Balenciaga usava dei piccoli trucchi, come pesi e stecche, che la mostra del V&A ha deciso di rivelare grazie ad immagini degli abiti passati ai raggi X, esposte accanto ai vestiti, molti dei quali provenienti dalla collezione Balenciaga del V&A aperta negli anni ’70 dal leggendario fotografo Cecil Beaton, mentre con l’aiuto del London College of Fashion sarà possibile vedere la costruzione degli abiti, sempre creati a partire da un unico pezzo di tessuto, con una straordinaria padronanza dei propri mezzi.

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Nato nel 1895, figlio di una sarta, Balenciaga non aveva ancora vent’anni quando iniziò a fare vestiti alla nobildonna del suo villaggio nei Paesi Baschi. Il suo primo negozio, a San Sebastian, ebbe talmente tanto successo che ne aprì altri a Madrid e a Barcellona e arrivò a lavorare per la famiglia reale prima di chiudere tutto e trasferirsi a Parigi durante la guerra civile, nel 1937. “Tra le sue fonti d’ispirazione c’è sicuramente Madeleine Vionnet”, spiega la Davies-Strodder, che cita tra i suoi seguaci Hubert de Givenchy, suo allievo, così come André Courrèges, Emmanuel Ungaro, Paco Rabanne, Oscar de la Renta, ascrivendo a Balenciaga la nascita della silhouette minimalista, che ha influenzato tutti gli anni ’50 e che oggi si ritrova nel lavoro di stilisti più giovani come Phoebe Philo per Céline.

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Durante le sue sfilate qualcuno sveniva, Diana Vreeland cercava di mantenere un contegno, alcune faceva paragoni con le udienze dal papa. Le sue modelle erano donne non giovani, non particolarmente belle né magre, soprannominate ‘i mostri’, e lui le imponeva anche alle riviste, con l’idea che i suoi vestiti dovessero stare bene alle persone normali, ancorché molto ricche. Le sue commesse erano matrone severe e da lui andavano donne come Mina von Bismark, una delle più ricche del mondo, si faceva fare anche i pantaloncini da giardinaggio. Nella sua vita ha rilasciato una sola intervista, nel 1971, spiegando che la sua riservatezza non era dovuta a manie di grandezza ma “all’assoluta impossibilità di spiegare il suo mestiere a qualcuno”.

Non c’è dubbio che negli anni Balenciaga abbia preso più polvere di Chanel o di Dior o Givenchy, sebbene facesse ieri quello che gli altri faranno domani, come scrisse Vogue. Forse perché nel 1968, incapace di abbracciare la produzione di massa e di creare abiti per donne che non conosceva, ha chiuso il suo negozio, lasciando orfane le sue clienti, alcune delle quali si chiusero in casa per giorni dalla disperazione. Ma quando nel 1972 i giornali titolarono ‘il re è morto’, nessuno ebbe alcun dubbio: si parlava di Balenciaga.

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