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The Pink Floyd: Their Mortal Remains, una mostra imperdibile per riaccendere un’ossessione, casomai si fosse spenta… (Da ‘Il Messaggero’ del 10 maggio)

LONDRA – Non bastano immagini e suoni per raccontare cinquant’anni di storia dei Pink Floyd, dal mondo psichedelico nato dalla mentre fragile e geniale di Syd Barrett e portato avanti da Roger Waters, Nick Mason, David Gilmour e Richard Wright alle altezze vertiginose di una produzione musicale tra le più straordinarie di sempre, avvolta fino alla fine da un significato concettuale più ampio dovuto all’uso sperimentale di tecnologia, arti visive, grafica, materiali nuovi. E infatti per ripercorrere la loro storia il Victoria&Albert Museum di Londra ha superato ogni mostra di costume mai fatta fino ad ora per allestire un percorso che porta lo spettatore nella mente e nell’immaginario della band, con un risultato ipnotico come il prisma della copertina di The Dark Side of the Moon, che prende vita diventando un ologramma tridimensionale da osservare in una stanza buia ascoltando l’album con le cuffie Sennheiser in dotazione ad ogni visitatore.

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Aperta dal 13 maggio al 1 ottobre, ‘The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains’, ‘I loro resti mortali’, celebra i cinquant’anni dall’uscita del primo album, Piper at the Gates of Dawn, grazie ad installazioni enormi all’interno delle quali sono esposti oggetti significativi della storia del gruppo oltre a riproduzioni dalle dimensioni esorbitanti delle grandi icone dell’universo dei Pink Floyd, dalla Battersea Power Station su cui svetta un maiale gonfiabile come sulla copertina di Animals, del 1977, o il muro di The Wall, del 1979, lungo 22 metri e su cui torreggia un mostruoso maestro gonfiabile alto nove metri, o i due monumentali profili di The Division Bell, del 1994.

18425884_10155113407985180_786970903_n.jpgLa storia è raccontata attraverso gli oggetti che hanno segnato l’evoluzione del gruppo – i testi che li hanno influenzati, le collaborazioni artistiche con Michelangelo Antonioni, Barbet Schroeder o Roland Petit – ma a differenza di molte delle ultime mostre del V&A, per i Pink Floyd non ci si è affidati unicamente a memorabilia e cimeli, presenti sì ma riportati in vita dalle interviste ai componenti del gruppo e alle persone che ne hanno segnato la storia, come i due grafici Aubrey Powell e Storm Thorgerson di Hipgnosis che hanno realizzato le copertine degli album del gruppo. I Pink Floyd si sono incontrati alla facoltà di architettura del politecnico di Regent’s Street a metà degli anni Sessanta, intorno al genio creativo di Barrett, sostituito da David Gilmour dopo che i problemi mentali avevano avuto il sopravvento sulla vita del primo. La psichedelia è stata una parte importante della prima parte del loro percorso, influenzato da letture come Alice nel paese nelle meraviglie di Lewis Carroll, ma il gruppo degli esordi ha presto preso una piega più sottilmente ribelle, finendo accusato di essere una band borghese – erano tutti ragazzi middle class di Cambridge – da altri protagonisti della scena musicale dell’epoca, come i Sex Pistols, che gli hanno dato ulteriore fama quando Johnny Rotten ha indossato una maglietta con sopra scritto ‘Odio i Pink Floyd’.

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La loro contestazione è sempre stata radicale e molto cerebrale, come dimostra il Live at Pompeii, un concerto nella solitudine dell’anfiteatro in aperta contrapposizione con le folle di Woodstock. Mentre lavoravano a The Dark Side of the Moon negli studi di registrazione di Abbey Road, accanto ai Beatles, chiesero anche a Paul e Linda McCartney se pensavano mai di essere sull’orlo della follia. Le loro risposte finirono, insieme a molte altre, nei testi di un album che parla di soldi, morte, violenza e pazzia e che continua a vendere più di settemila copie a settimana. Alla mostra hanno lavorato personalmente Nick Mason e Hipgnosis, oltre a Stufish, gli stessi che hanno fatto gli allestimenti dei concerti della band, che prima di cambiare nome nel 1965 era noto con l’inglesissimo ‘Tea Set’.

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‘Their Mortal Remains’ è un’esperienza sensoriale a tutto tondo che si conclude con un concerto, l’ultimo della band al completo. Sulle quattro pareti dell’ultimo salone scorrono nitide le immagini mentre dalle cuffie esce, perfetta, Comfortably Numb.

 

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