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Stile da scrittore. Come si veste chi fa il lavoro più solitario del mondo. (da Il Messaggero del 2 agosto)

LONDRA – Le francesi che si vestono da uomo, da George Sand a Colette – anche se quest’ultima non dimenticava mai di incorniciare i grandi occhi irrequieti in un tratto di matita nera sfumata – oppure le americane che si vestono da francesi, come Joan Didion, fragile come un uccellino e finita a 81 anni a fare da modella per Céline, con grandi occhiali neri a nasconderne lo sguardo da gazzella. Passando attraverso i completi bianchi di Tom Wolfe o le tenute regali di Maya Angelou, i turbanti variopinti di Zadie Smith e le bandane di David Forster Wallace, quella tracciata dalla giornalista di moda Terry Newman nel suo ‘Gli autori leggendari e i vestiti che indossavano’, pubblicato da Harper Collins, è una avvincente disamina del legame tra stile e scrittura così come è stato interpretato da cinquanta protagonisti della letteratura di tutti i tempi, con foto d’archivio, aneddoti sul loro approccio personale all’abbigliamento ma anche estratti delle loro descrizioni più rappresentative del concetto di stile.

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Perché se la scrittura è il lavoro solitario per eccellenza, è principalmente per se stesso che lo scrittore si veste e, proprio per questo, la sua è una scelta rivelatrice sia della propria idea di sé che dell’idea di umanità che cerca di trasmettere. Mentre Marcel Proust, con le sue eterne cravatte papillon, rifletteva sulla caducità della moda e dei gusti, per Maya Angelou la vera eleganza è il contrario della dissimulazione. «Sarai sempre alla moda se sarai fedele a te stesso, e solo se sarai fedele a te stesso», diceva. Jacqueline Susann, scrittrice di immenso successo con la sua ‘Valle delle bambole’, sosteneva che «ognuno ha un’identità. Una per se stesso e una da mostrare». Nel dubbio, lei scriveva avvolta in tessuti sgargianti di Pucci e con un perfetto casco di capelli cotonati, facendo coincidere almeno all’apparenza le sue due nature.

«Uno non si rende mai conto di quanto della propria origine sia cucita negli orli dei vestiti che indossa» secondo Wolfe, autore del Falò delle vanità e scrittore attentissimo alle sfumature sociali. C’è chi, come lui o l’altro celebre biancovestito Mark Twain, ha scelto una divisa, sempre la stessa, che lo ha reso riconoscibile come un brand, o chi come Edith Sitwell, eccentricissima scrittrice inglese, ha voluto stupire con mises sempre nuove, spesso fatte appositamente da una sarta usando tessuti da tappezziere. Karl Ove Knausgaard, scrittore norvegese di culto, è legato alla sua criniera argentata e ai suoi completi scuri che parlano di lui e del suo universo cupo, mentre una coppia di talento come Zelda e Francis Scott Fitzgerald ha sempre fatto di tutto per riflettere, attraverso un’immagine accuratamente gestita, quell’ideale scintillante di ricchezza e vita brillante raccontata nei libri di lui. La Newman riferisce che quando lei arrivò a New York lui era preoccupato del suo aspetto provinciale tanto da chiedere ad un’amica di portarla a fare compere da Jean Patou per iniziare a costruire la leggenda immortale della ragazza sofisticata.

La tesi della Newman è che ci sia una relazione strettissima tra stile e scrittura e che lo stile narrativo dei grandi della letteratura sia stato spesso usato dai creativi per tradurre in moda quell’idea di mondo, come dimostra proprio il recente ritorno dello stile ‘flapper’ ispirato a Zelda Fitzgerald. In alcuni casi il legame è evidente, come mostra bene Joan Didion, che aveva lavorato per dieci anni a Vogue, che è sempre stato bellissima e il cui approccio all’abbigliamento e allo stile ha sempre avuto qualcosa di talmente rarefatto e impeccabile che non stupirebbe che molti stilisti si fossero lasciati ispirare dalle sue foto ben prima che Céline decidesse di celebrarla come musa. Mentre uno scrittore crea un mondo nuovo, deve anche delineare il suo ruolo all’interno del mondo in cui vive e lo stile è uno degli strumenti principali a sua disposizione. Con caratteristica eloquenza, Virginia Woolf parlava di «consapevolezza dei vestiti», mentre Oscar Wilde sosteneva che non si potesse mai essere né troppo ben vestiti né troppo educati, anche se poi era iscritto alla Società per l’Abbigliamento razionale, un’istituzione che si occupava di liberare le donne dai vestiti costrittivi. E poi come dice Mark Twain «non c’è potere senza vestiti, ed è il potere che domina la razza umana».

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