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Torna Fiorucci e un libro celebra l’ottimismo e l’allegria irripetibile degli anni d’oro. (da Il Messaggero del 19 ottobre)

LONDRA – Pochi brand sopravvivono a un cambio di logo. Eppure quelli di Fiorucci si susseguivano uno dopo l’altro, come le insegne luminose che cambiano colore, in un caleidoscopio giocoso che ha fatto epoca e che, di modifica in modifica, ha reso sempre più spericolato e indimenticabile il marchio di jeans e vestiti. Che ora, a cinquant’anni dalla nascita, grazie ad un libro con prefazione di Sofia Coppola pubblicato dalla Rizzoli Usa e all’apertura di un negozio a Londra, a cui seguiranno quelli di Beverly Hills e di Milano, punta ad una rinascita sotto la guida di Janie e Stephen Schaffer, imprenditori britannici con un passato nel settore della lingerie.

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«Niente era più emozionante e fantastico che andare da Fiorucci, con la grafica, i colori, la musica, le ragazze più grandi e disinvolte che lavoravano lì», rievoca Sofia Coppola all’inizio del volume, aggiungendo: «Erano quelle le donne che volevo diventare crescendo: sicure di sé, creative, misteriose e divertenti». Ed è proprio quel tipo di immaginario che il libro punta a rievocare attraverso polaroids mai viste e materiali d’archivio che ricreano la straordinaria produzione di arte grafica del marchio creato da Elio Fiorucci negli anni Sessanta a Milano.

Tra una foto e l’altra ci sono interviste come quella a Oliviero Toscani, che racconta l’importanza dei viaggi di Fiorucci a Londra negli anni Sessanta, quando la città era «molto noiosa» al di là delle cinquecento persone che si godevano la Swinging London, ma dove però c’era il negozio di Biba, fondamentale nell’ispirare il designer milanese. «Un impresario della creatività», lo definisce il fotografo, secondo cui il principale difetto dell’amico era di «essere sempre in anticipo», come quando trasformò il suo negozio di New York in un concept store ante litteram, permettendo ad altri creativi di vendere i loro prodotti all’interno del locale, definito «la versione diurna dello Studio 54», la famosa discoteca di cui Fiorucci stesso aveva offerto il party d’apertura nel 1977.

Un punto di vista condiviso anche da Terry Jones, ex direttore d’immagine, che racconta che quando Fiorucci – «un guru, che incoraggiava le idee e presentava le persone» – e Vivienne Westwood si incontrarono per fare una collezione insieme, il risultato fu talmente superiore al tempo che i buyers ne furono spaventati. «Fiorucci non ha mai speso una lira per i media», conferma Toscani. Si facevano questi poster che poi circolavano perché erano belli e la grafica era così cool che la gente si strappava di mano pure le buste dei negozi, quello aperto nel 1967 a Milano, quello di Londra del 1975 e quello di New York del 1976 disegnato da Ettore Sottsass.

«L’atmosfera era folle», secondo lo scrittore Douglas Coupland, autore di Generazione X, e l’energia che emanava da quei luoghi era una cosa che restava addosso a chi ci entrava, tanto che Marc Jacobs confessa di averci passato l’intera estate dei suoi 15 anni a girovagare e guardarsi intorno. «Credo che Fiorucci sia stata una delle ultime istituzioni che ti davano voglia di diventare adulto il prima possibile, ma solo dopo aver dato fuoco al paesino che ti ha generato e dopo averlo visto bruciare nello specchietto retrovisore», dice Coupland. Un mondo materiale, quello di Fiorucci, di carta e di plastica, di lurex e di denim elasticizzato, di neon e di fluorescenze, così lontano dalla realtà virtuale e disincarnata di oggi, fatto da un pubblico ottimista, curioso e forse irripetibile.

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