La politica britannica, il palio degli unicorni e la proposta di abolire Eton (da Il Foglio del 14 luglio 2019)

Londra. Il dibattito politico britannico è diventato una sorta di palio degli unicorni. L’ultimo quadrupede luccicante a essere stato lanciato in pista è l’iniziativa del Labour, sostenuta da un Ed Miliband in vena di riscatto, di abolire Eton e le grandi scuole private del paese, colpevoli di aver infestato Westminster e dintorni di personaggi poco raccomandabili ma dall’autostima a prova di bomba. (continua qui)

Le ginocchiate di Westminster, arma segreta di un cambio della guardia (da Il Foglio del 3 novembre)

LONDRA – L’asticella della morale è ferma all’altezza del ginocchio e questa è una delle due conseguenze gravi delle dimissioni di Michael Fallon, ministro della difesa che non ha retto la tensione di sapere che ci sono così tante storie in giro su di lui, scorribande che complice una simpatia per l’alcol avrebbero rischiato di far apparire la vicenda della giornalista, peraltro ironica e pugnace, approcciata nel 2002 per quello che è: ben poca cosa. (continua a leggere qui)

Storia del jihadismo britannico, tra ideologia e ‘cool factor’. Ma la povertà non c’entra. (Da ‘Il Foglio’ del 26 marzo)

LONDRA – E’ stata messa al bando, ha cambiato nome, ma è sempre all’organizzazione al-Muhajiroun, ‘Gli Emigranti’, che fa capo la variante britannica del jihadismo globale: ad essa sono dovuti 22 dei 53 attentati riusciti o sventati negli ultimi 20 anni dalla polizia inglese. Una variante asiatica molto più che araba, cresciuta intorno a comunità sradicate dal Kashmir e rimontate pare pare nelle strade di Bradford o di altre città del Nord, e che ha imparato i rudimenti dell’Islam da imam importati anche essi dalle campagne di Mirpur e del tutto inadeguati ad indovinare i pensieri di giovani metropolitani anglofoni e confusi, sospesi tra il patriarcato tradizionale e un mondo occidentale da guardare con sentimenti misti. E ora, nella sua ultima mutazione, questo radicalismo Brit è diventato una delle espressioni più comuni di rabbia anti-establishment per comunità assai disparate, come dimostra il numero ancora alto di convertiti.

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Anche se per diventare jihadisti veri e propri ci vuole ovviamente ben altro: ideologia, risentimento, attivismo. E’ quello che racconta Raffaello Pantucci, nome italiano e accento americano, in ‘We love death as you love life’, ‘Amiamo la morte come amate la vita’, la prima storia completa del jihadismo britannico, dai tempi della conversione di William Quilliam all’islam nel 1887 alla Siria di oggi. Con pazienza certosina da storico e da analista, Pantucci si mette a raccogliere elementi che non hanno bisogno di essere ingigantiti per risultare inquietanti. Il personaggio del momento è il lupo solitario, come quelli di Woolwich che hanno decapitato il povero Lee Rigby. Inutile dire ogni volta che queste persone erano nel mirino dei servizi, che però non hanno impedito che agissero: solo nel 2007 c’erano circa 4000 persone sospette in Gran Bretagna, alle prese con circa 30 piani terroristici.

Pantucci non offre neppure ricette, che sarebbero inutili: “In Gran Bretagna c’e’ il multiculturalismo, in Francia c’e’ la laicità e l’uguaglianza. Nessuno è perfetto, non mi pare si possa dire che un sistema ha funzionato meglio dell’altro”. Londonistan ha creato mostri anche per essere stata cosi’ accogliente nei confronti del dissenso negli anni ’70 e ’80 senza chiedere quella omologazione culturale di rigore per gli esiliati parigini. E la povertà non c’entra, spiega Pantucci, che parafrasando Trotski spiega: “Se fosse la poverta’ a portare la gente verso il terrorismo, ce ne sarebbero molti di piu’ di terroristi”.

“E’ storia contemporanea, ma nessuno l’aveva raccontata tutta”, spiega lo studioso, aggiungendo che il tratto caratteristico del jihadismo londinese è il legame con il Pakistan, “che è anche il posto dove poi al-Qaeda è andata a finire” e che “è stato usato anche per lanciare attacchi nei confronti della Gran Bretagna”. Una connessione forte che è servita fino a quando internet non ha reso tutto a portata di mano per chiunque. “Prima se qualcuno mostrava delle intenzioni serie lo si mandava in un campo di addestramento in Pakistan, mentre per i francesi era più facile relazionarsi con gli arabi nordafricani”. Solo negli ultimi anni la situazione è andata a complicarsi e “il jihadismo inglese si è allargato alla Somalia e allo Yemen”.

Direttore degli studi di sicurezza internazionale del RUSI, Royal United Services Institute, ed esperto di jihadismo e di Cina, Pantucci racconta di come al-Muhajiroun sia nata da una costola di Hizb ut-Tahrir per volontà di Anjem Choudary, predicatore particolarmente incline a dire frasi estreme davanti alle telecamere e per questo diventato terrorista di servizio nei media britannici e non solo, e il siriano Omar Bakri Mohammad, quello che negli anni ’90 ci tenne a puntualizzare che in un paese islamico le Spice Girls sarebbero state arrestate immediatamente. Sebbene zone come Bradford siano particolarmente rappresentative in quanto a maggioranza musulmana, Londra rimane il luogo più complesso, quello in la working class pakistana degli anni 50 e 60 è venuta a contatto con i miliardi mediorientali negli anni ’70, raggruppandosi per la prima volta intorno ad una causa comune quando uscirono i Versetti Satanici di Salman Rushdie nell’88 – lì la questione era dire che non si poteva offendere l’Islam liberamente – ma diventando anche teatro di violenze settarie seppure su scala minore, come le aggressioni sunnite ai ristoratori sciiti di Edgware Road nel 2013.

Ma soprattutto è a Londra che sono iniziate le mobilitazioni per la Bosnia negli anni ‘90. Lo racconta bene nella sua autobiografia Majid Nawaaz, ex jihadista diventato pupillo dell’establishment londinese con la sua fondazione anti-estremismo Quilliam: nulla come la Bosnia e l’indifferenza occidentale nei confronti del massacro di musulmani ha avuto successo a reclutare islamisti radicali. Un’altra guerra nata a Sarajevo, insomma, anche perché come spiega Pantucci al Foglio “se dei musulmani biondi e con gli occhi azzurri vengono uccisi senza che nessuno intervenga, il problema non è razziale, è religioso”. O così è stata inteso da chi continuava ad avere problemi di identità in patria e rabbrividiva davanti agli orrori provenienti dai Balcani. In molti hanno preso una corriera per andare a combattere e da lì, mentalmente, non sono più tornati. Ma il jihadismo è una realtà in continua evoluzione e la Bosnia non serve a spiegare del tutto il fenomeno dei foreign fighters in Siria. Su cui gioca un elemento molto contemporaneo, difficile da contrastare: il ‘cool factor’. Come ha spiegato recentemente Simon Kuper su FT, “Isis è diventato un brand giovanile” e la “Siria una sorta di Ibiza salafista in cui i ragazzi stranieri incontrano le ragazze straniere”. Dove le nipotine degli immigrati del Mirpur sognano di andare a combattere e a sposarsi, nel rispetto della tradizione.

Lovelock, scienziato e battitore libero, spiega perché Gaia non ci sopporterà in eterno (da Il Messaggero del 26 aprile)

Per arrivare a 94 anni lucidi, attivi e acuti come James Lovelock, l’ottimismo serve. Non importa se la propria visione del mondo, formulata nella famosa teoria di ‘Gaia’ secondo cui il pianeta terra è un enorme organismo in grado di autoregolarsi mantenendo l’equilibrio tra gli elementi fisici e quelli chimici, implichi che il sistema nel breve termine (forse decenni, forse secoli) non riuscirà a reggere le attuali pressioni ambientali e demografiche oltre se un certo limite verrà superato. La curiosità, l’energia che lo hanno guidato nella sua vita da scienziato e da inventore – un percorso celebrato dal Natural Science Museum di Londra con una mostra intitolata ‘Unlocking Lovelock’, letteralmente ‘Rivelare Lovelock’ e aperta fino all’aprile 2015 – lo porterebbero ancora a lavorare sul riscaldamento degli oceani e su molti altri fronti, visto che la geo-ingegneria è a suo avviso l’unica possibile fonte di soluzioni ai problemi attuali. “Salvo che alla mia età costerebbe molto portarmi in giro in elicottero, si immagina? Non me lo lascerebbero fare”, scherza al telefono dalla sua casa del Dorset, dove vive con la moglie Sandy. E riflette sugli strumenti che l’uomo – in fondo “solo un animale tra gli altri” – ha per far fronte ai danni ambientali che ha arrecato al pianeta. La sua carriera da scienziato indipendente, che intorno ai 40 anni ha deciso di lavorare da solo senza essere legato a nessuna istituzione in particolare, è stata costellata da successi incredibili come l’invenzione del rilevatore a cattura di elettroni e di sistemi usati dalla NASA nei programmi di esplorazione planetaria. Chimico di formazione, con un dottorato in medicina e interessi in tutti i campi della scienza, per riassumere il personaggio Lovelock – compito tra i più difficili – il museo ha scelto tre parole: scienziato, inventore, ‘battitore libero’.
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Cosa prova a vedere i suoi archivi in mostra al Natural Science Museum?
Meraviglia, suppongo. E’ iniziato tutto lì 90 anni fa, quando da bambino andavo a visitarlo e sognavo di diventare anche io scienzato. Se la mostra fosse stata fatta qualche anno fa sarebbe stata più solenne, austera. Ora è tutto moderno, i mezzi sono diversi.
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Leggendo i suoi libri non si capisce se lei sia un ottimista o un pessimista. Da una parte ci sono gli avvertimenti sul cambiamento climatico – “ormai è troppo tardi per agire” – mentre dall’altra nell’ipotesi di Gaia c’è un fondo di serenità diverso da quello che si trova negli ambientalisti ‘classici’. Secondo lei la terra non sta morendo, solo ad un certo punto non sarà più abitabile.
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Io sono ottimista, di natura. Ma sull’ambiente sono strenuamente convinto che sia inutile lottare per cercare di invertire la tendenza, non siamo abbastanza intelligenti, non siamo capaci. Non c’è niente di quello che possono fare i governi che possa cambiare il corso delle cose. Ma non si può sapere quando la temperatura diventerà insostenibile, potrebbero volerci migliaia di anni.
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Però lei ha espresso delle forti simpatie per il nucleare e, solo come seconda opzione, per il gas di scisto, suscitando accese critiche. Una volta si è anche offerto di seppellire scorie nucleari nel suo giardino, tanto si sente tranquillo. Quindi ci sono delle politiche che, a suo avviso, sono più intelligenti di altre?
Certo, ma perché abbiamo comunque bisogno di fonti di energia. Senza l’elettricità la nostra civiltà crollerebbe, e il nucleare è un’opzione migliore di altre, anche se i governi ne hanno paura. Bisogna continuare a contenere gli effetti su di noi del cambiamento climatico. Guardi ai Paesi Bassi. Sono sotto il livello del mare e hanno fatto tutto il necessario per evitare di finire sommersi. Questa è una cosa intelligente da fare.

Gaia – dal nome della madre terra della mitologia greca – anche se non è sempre stata accolta bene dalla comunità scientifica, ha ispirato il pensiero ambientalista per decenni, oltre ad essere stata una fonte per artisti, poeti, scrittori come Asimov e registi come James Cameron, che in Avatar parla di un mondo che somiglia molto a Gaia. Qualcuno la accusa di aver fondato una religione, più che una tesi scientifica. Cosa ne pensa?
Io penso che ci sia qualcosa di mistico, certo. Io sono stato educato secondo i precetti dei quaccheri, che combaciano particolarmente bene con il mio tipo di approccio scientifico.

Le sue ultime battaglie sono legate soprattutto al problema del sovrappopolamento del pianeta.
Crede che l’effetto di una popolazione che arriverà a quota 8 miliardi entro il 2024 sia più dannoso che quello delle industrie inquinanti?
Ad un certo punto la gente, semplicemente, morirà. Le condizioni diventeranno insopportabili. Non sappiamo quando, ma la combinazione tra il riscaldamento del pianeta e la quantita’ di abitanti, tra questi due fattori, sarà insostenibile.

Ritornando alll’inizio: ma lei non si diceva ottimista?
Pensi al Medio Evo. Per motivi diversi, ma erano tempi molto molto più duri quelli.

Contro la teoria della ragazza panda

Se il desiderio espresso da Woody Allen in ‘Amore e guerra’ di avere tre figli, “uno di ogni”, si potesse realizzare, forse ci sarebbe piu’ varieta’ nel dibattito. Invece con due soli sessi a disposizione, l’alternanza tra gli anni in cui qualcuno dice che crescere figli maschi e’ un problema e quelli in cui sono le femmine a creare allarme procede secondo una noiosa cadenza un-due un-due. Il 2013 ha gia’ calato le carte: e’ uno di quegli anni in cui spetta all’educazione delle fanciulle essere passata al setaccio. Complice lo psicoanalista australiano Steve Biddulph e il suo Raising girls in libreria questa settimana, non c’e’ giornale britannico che negli ultimi giorni non abbia chiesto ad una firma femminile di punta di commentare le tesi del guru – l’ho scoperto adesso – di molti genitori.

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L’autore e’ un metodico, visto che ha gia’ scritto Raising Babies e Raising Boys. E la sua tesi, guarda un po’, e’ allarmistica: essere ragazze, sostiene, “non e’ mai stato oggetto di un attacco cosi’ sostenuto” da parte dei media, dell’industria, della societa’, della moda, dell’arte. In tutti questi settori e’ trasmessa un’immagine fortemente sessualizzata delle ragazze, a cui e’ chiesto di essere magre, eleganti, sportive, toste ma anche all’occorrenza romantiche, dolci ecc ecc… Aumentano i casi di anoressia, cresce il ricorso agli psicologi e, tristemente, si moltiplicano i casi di suicidio, come quello recente della ragazza di Novara, Carolina. Se succedono cose cosi’ tragiche, il quadro non puo’ essere roseo, certamente. Pero’ dei dubbi sul fatto che le cose non siano mai andate peggio io, personalmente, ce li ho.

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Partiamo dai disturbi alimentari: siamo certi che con le ragazze i media siano piu’ spietati che in passato? Negli anni ’90, l’anoressia era comunissima, e mi riesce difficile immaginare una situazione peggiore di quella che c’era nella mia classe, per non parlare dell’universita’. Ma al di la’ di questo, all’epoca non c’erano neppure una Kim Kardashian o una Beyonce’ a rassicurare le ragazzine sul fatto che si possono rispettare i canoni di bellezza piu’ diffusi e ammirati pur essendo un po’ in carne. C’era Francesca Dellera, ecco. Oppure Non e’ la Rai. Ma guardando all’estero, c’erano solo le scapole di Vanessa Paradis e le incantevoli tibie di Kate Moss ventenne, andava di moda il grunge e non c’erano i social networks per sentirsi, tutto sommato, anche un po’ meno soli.

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Per quanto riguarda il ricorso agli psicologi, forse prima i genitori erano semplicemente piu’ riluttanti a rivolgersi a specialisti, e il fatto che questo avvenga piu’ spesso davanti ai problemi dell’adolescenza mi sembra una notizia piu’ positiva che altro. Sul fronte del bullismo, invece, c’e’ poco da dire: nell’epoca della riproducibilita’ tecnica dell’idiozia adolescenziale, mi ma paura solo pensare a quanto tocchi essere forti e strutturati per non soccombere. Personalmente, non sono sicurissima che ce l’avrei fatta e ho una grande ammirazione per chi attraversa indenne i quasi i 14-16 anni. Ma e’ un problema solo per le ragazze? A me pare che sia molto duro, durissimo in generale per chi e’ diverso, per chi e’ sensibile, per chi vuole farsi gli affari suoi e seguire i propri gusti, per chi e’ gay, per chi non e’ bello, per chi e’ troppo bello, per chi e’ secchione e per chi, come me, era alta gia’ un comodo metro e settantacinque a tredici anni.

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L’altra sera ho rivisto (e capito) un film incredibile, Heathers, tradotto in italiano come Schegge di follia, forse nel pietoso tentativo di prendere le distanze dal tema, un ingigantimento grottesco ma lucidissimo delle dinamiche piu’ comuni dell’adolescenza. Altro che follia. Winona Ryder, nel 1988, ha 17 e vuole farsi accettare dal gruppo delle ragazze cool della sua scuola, che sono tutte bionde, sembrano tutte Sharon Zampetti (tranne la mora, che poi diventera’ la Brenda di Beverly Hills) e si chiamano tutte Heather. Sono una piu’ cattiva dell’altra e Veronica-Winona deve rinunciare ai suoi gusti e alla sua indole relativamente generosa per essere accettata. Incontra Christian Slater, ragazzo carino e un po’ ribelle, si mettono insieme e poi iniziano a far fuori un po’ di compagni di scuola partendo dalla Heather-alpha. Il resto non lo racconto perche’ il film e’ sconcertante e, a modo suo, bellissimo, oltre al fatto che la Ryder e’ splendida e i suoi vestiti strambi pure. La morale, alla fine, al netto delle esagerazioni e degli spargimenti di sangue, e’ positiva: un’adolescente deve faticare per essere se stessa e non puo’ farlo senza qualche strappo, pero’ alla fine, come Winona, ce la si puo’ fare ad imporre le proprie regole e a diventare amiche della ragazza ingenua e obesa che tutti prendono in giro.

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Il mondo che descrive Heathers e’ crudelissimo e, nonostante le spalline e le cotonature anni ’80 e l’assenza di perniciose tecnologie, non mostra I segni del tempo. Mi chiedo se esista un modo per proteggere un figlio da un’adolecenza del genere e se, in linea con le idee di Biddulph o con le ossessioni della stampa inglese, una bambina crescera’ piu’ felice e sicura di se’ se giochera’ con i trenini invece che con le bambole. I manuali di self help per genitori li capisco, ma al pari dei manuali di self help in generale mi chiedo a che cosa servano, e se non sia un po’ illusorio pensare di contenere gli imprevisti che la vita presenta attraverso un libro. Oppure suggerire ai genitori di trattare le bambine e I bambini in maniera uguale, come se questo non fosse uno dei messaggi che la nostra societa’ e I nostri media trasmettono, nel bene e nel male, accanto alle braccine di Kate Moss, sempre quelle, e alle ballerine in tanga in televisione. Le donne, nonostante tutto, stanno andando veloci e non hanno mai avuto tanti strumenti a loro disposizione per andare ancora piu’ veloci oppure, se lo vogliono, fermarsi un po’. La ‘pandificazione’ di donne e ragazze ha meno senso oggi che in passato.

London School of Economics, ritratto di un’università globale

Il rullo dei tamburi va avanti indisturbato da più di mezz’ora, così come lo slogan ‘LSE vergogna!’, urlato al megafono da un vigoroso sindacalista sudamericano davanti ad un andirivieni di studenti e docenti in pausa pranzo, più divertiti che infastiditi dal fracasso e dalla confusione di bandiere rosse, trombe, maracas, tamburelli. Decisi a protestare contro il taglio ai compensi e il presunto razzismo da parte della società che li gestisce, gli addetti alle pulizie della London School of Economics non hanno dovuto faticare troppo per guadagnarsi il sostegno a braccia aperte dell’Unione degli studenti. Un volantino di questi ultimi spiega amaro che “LSE continua, in maniera insensata, a pretendere di ‘migliorare la società’” e per questo è giusto che un’istituzione che solo a nominarla evoca progressismo e attenzione ai problemi sociali sia messa con le spalle al muro dai suoi alunni, quando si mette a razzolare male. Quando Mario Monti venne in visita nel gennaio scorso fu accolto a braccia aperte dalla maggioranza, ma non mancò neppure lì uno sparuto e chiassosissmo gruppo di manifestanti ad urlare contro ‘i governi delle banche’. Al banchetto dell’organizzazione anticapitalista che distribuisce i volantini per il festival ‘Marxismo 2012 – Idee per cambiare il mondo’ (con previsto intervento di Toni Negri)  spiegano che “molti ragazzi sono interessati e si fermano a leggere il nostro materiale, ma qualcuno appena vede scritto ‘Marx’ scappa via inorridito”.

Una vocazione alla protesta e alla riflessione che LSE non ci tiene a reprimere, anzi. “L’idea di fondo è che per la nostra istituzione è auspicabile, salutare che ci sia un dibattito e che le cose vengano discusse apertamente”, spiega Warwick Smith, portavoce dell’ateneo. Non sorprende che nel 1992, quando LSE cercò di acquistare per 65 milioni di sterline la County Hall, grande edificio edoardiano a sud del Tamigi e proprio davanti a Westminster, il governo di John Major, con lo zampino di Margaret Thatcher, preferì cedere il complesso ad una placida catena alberghiera giapponese. Tutto voleva, l’ex primo ministro, tranne che sottoporre i deputati all’assalto quotidiano degli slogan studenteschi su un edificio che, vista la posizione strategica, era definito ‘la lavagna di Westminster’.

Un tipo di cautela che con Cambridge e Oxford sarebbe stata forse superflua, e non perché le altre due università siano meno vivaci politicamente o perché LSE sia meno prestigiosa. Insieme ai due antichi atenei, la London School of Economics forma il ‘triangolo d’oro’ delle università inglesi, ma rispetto alle prime due sembra fatta di un materiale completamente diverso. Tra LSE e Oxbridge la differenza è una, e se può sembrare dettaglio agli occhi di un staniero, per un britannico conta eccome: la campagna. Gli studenti di Oxbridge, così come quelli della scozzese St Andrews, vanno via di casa per vivere immersi nel verde, sono organizzati in campus, abitano insieme nei grandi edifici medievali o negli appartamenti delle pittoresche cittadine, fanno canottaggio e altri sport, hanno una serie di riti condivisi che li uniscono negli anni e che assicurano un senso di appartenenza incrollabile. L’immaginario delle classi alte inglesi è indissolubilmente legato allo scenario bucolico, dove passano tutto il tempo possibile e che per loro rappresenta un punto d’arrivo, e non una provincia dalla quale fuggire come per francesi e italiani.

LSE, con i suoi edifici grigi e moderni nel centro di Londra, in una trafficatissima zona a due passi da Covent Garden e da Trafalgar Square, la sua mancanza di verde e la sua prossimità alla City, non risponde alla stessa esigenza di far andare via i figli di casa in giovane età, magari dopo un ‘gap year’ passato in viaggio tra l’India e il Sudamerica. E infatti a Clare Market, sede della London School of Economics, i britannici sono circa un terzo del totale dei laureandi. Per loro LSE rappresenta piuttosto un luogo di transizione e perfezionamento, dove completare gli studi, ma non dove trascorrere gli anni della formazione da ‘undergrad’. In un sistema di classi sociali così forte come quello britannico, quello che vale per l’aristocrazia tende ad essere imitato da tutti, perché è sul suo terreno che si gioca buona parte della partita del potere. Non che a LSE manchino i riti sociali o che sia frequentata peggio delle concorrenti, tutt’altro. E’ solo che invece di formare da 600 anni la spina dorsale del paese, rappresenta l’altra faccia dell’identica medaglia, educando da 117 anni l’élite globale e garantendo a Londra quel ruolo di centro del mondo a cui, da ex impero coloniale, non ha alcuna intenzione di distaccarsi.

In un paese come l’Italia studiare lettere classiche e sperare di trovare un lavoro remunerativo sono due esigenze in quasi perfetta contraddizione l’una con l’altra. Non è così a Oxbridge, dove spesso chi ha studiato storia greca finisce col lavorare nella City o, con pochi anni di studio in più, decide di entrare in uno studio legale, arrivando rapidamente a stipendi stellari. L’approccio di LSE è più mirato e riconoscibile agli occhi di un europeo continentale. Lì speculazione e teoria cedono il passo ad un taglio pratico e ad una vicinanza anche fisica alle istituzioni e al vivo dell’azione, come dimostra il fatto che l’ex direttore Howard Davies prima era alla Bank of England e che l’attuale governatore, Mervyn King, prima era professore di LSE. Oxbridge e la London School risultano quindi più complementari che rivali. La concorrenza diretta è quella con il King’s College, che sta a poche centinaia di metri, è più grande e leggermente meno prestigioso ma vanta anch’esso la sua schiera di premi Nobel, di personaggi famosi, di studenti svegli. Su un punto però LSE è imbattibile: è la scuola più internazionale del Regno Unito e forse del mondo, con 140 paesi attualmente rappresentati (ma tra passato e presente ci sono stati studenti di 190 nazionalità), e il 45% del personale non britannico. Oggi ci sono circa 9.000 ragazzi che studiano lì e la metà di loro è alle prese con un corso post-laurea. La selezione è stringente e solo uno studente su 14 riesce ad entrare, sempre e solo sulla base del suo curriculum, di un parere dei suoi professori di liceo e di una lettera di motivazione personale che, garantiscono, è la vera chiave d’accesso. Come l’intero sistema educativo britannico, LSE è alle prese con il dilemma dell’integrazione e della ricerca di un modo di diventare inclusivo pur rimanendo elitario. Le borse di studio ci sono e i costi sono simili a quelli delle altre università dopo l’aumento delle tasse: 8.500 sterline all’anno per i laureandi a tempo pieno, con alloggio pagante nelle residenze universitarie garantito a tutte le matricole. Ed è una lobby considerevole, con i 97.500 ex alunni organizzati in 70 gruppi in 190 paesi. I premi Nobel tra studenti e professori sono 16, tra cui Friedrich von Hayek, non certo uno di quelli che sarebbe rimasto incantato davanti al banchetto di propaganda marxista. E poi i 34 capi di stato passati e presenti, da Yomo Kenyatta a John Fitzgerald Kennedy, i 31 deputati britannici di oggi e i 42 membri della Camera dei Lord.

Un’università che tra gli anni ‘60 e gli anni ’70 ha visto passare sia Mick Jagger che Anna Maria Tarantola merita di certo tutta la nostra attenzione. Nel 1968 nell’aula magna troneggiava una grossa scritta ‘anarchia’ ma, forse per colpa di tutti quegli studenti stranieri, a detta di qualcuno “l’ortografia era sbagliata”. Così come senz’altro sbagliata è l’immagine di un’università dominata dal radicalismo e dall’ideologia di sinistra, secondo Rodney Barker, professore emerito approdato a Clare Market nel ’71. “La stampa in quegli anni andava cercando storie di protesta, e non vedeva che nella realtà dei fatti la maggioranza del corpo docente e molti degli studenti erano liberali tendenti a destra”, ricorda il docente, osservando come nelle altre università del paese ci fosse stupore per la fama che si andava guadagnando LSE. “Era pur sempre l’università di Karl Popper, suvvia”, nota Barker, secondo cui “i rivoluzionari facevano notizia”, ma non avevano necessariamente la meglio, perché “la London School non sarebbe mai diventata quello che è se fosse stata ideologicamente monolitica”. Era un posto “vivace”, dove il dibattito era “incessante” e non sfociava mai nello scontro interno, perché tutti, secondo Barker, erano consapevoli che la ricchezza della scuola era proprio quella di raccogliere differenze profonde.

In un bell’articolo di qualche anno fa, Enzo Bettiza diceva che gli studenti di LSE sono destinati a dedicarsi alla “diagnosi e alla riparazione clinica dei guasti sociali”. Questa definizione è stata più che mai vera nei secondi anni ’90, quando sotto la direzione di Anthony Giddens la London School of Economics era il laboratorio della ‘terza via’, nonché l’indiscusso centro di produzione dei ‘Tonycrats’, i luogotenenti di Blair. Negli anni della Cool Britannia, il suo bel logo rosso smagliante era il marchio di fabbrica del riformismo, della capacità della sinistra di scrollarsi dalle spalle decenni di polvere e guardare al futuro con il vento in poppa e formule innovative, promuovendo una mobilità sociale che, a ben guardare, il Regno Unito non ha mai più conosciuto in quella misura. Anthny Giddens voleva che LSE diventasse il laboratorio del ripensamento di ciò che lo stato e la politica avrebbero dovuto essere in un mondo globalizzato. Forte dei suoi 26 anni a Cambridge e del rifiuto per un certo tipo di cultura classista, aveva aperto la via ad un socialismo benestante e responsabile, che ha vissuto un decennio straordinario e che ora sembra essersi esaurito. In un certo senso, i fratelli Miliband sono due classici prodotti britannici di LSE. Figli di Ralph, pensatore marxista che insegnò per anni alla School, entrambi hanno però studiato nel secolare college di Corpus Christi a Oxford. Solo Ed, in un secondo momento, completò i suoi studi a Clare Market. Per ora la sinistra le elezioni le perde, ma LSE continua a rinnovarsi ed è certo che se qualche novità dovesse emergere, sarà probabilmente da lì, anche grazie alla linfa apportata dai paesi emergenti. Bella soddisfazione per un’istituzione creata a colazione la mattina del 4 ottobre del 1895 dai coniugi Sidney e Beatrice Webb, da George Bernard Shaw come braccio educativo del progetto fabiano.

E’ cosa vera che la missione della London School of Economics è quella di sfornare classe dirigente globalizzata a ritmi industriali. Altrettanto vero però è che questa missione è resa più facile dal fatto che molti dei ragazzi vengono già da famiglie potenti, magari di paesi non proprio democratici. Figli di sceicchi, di miliardari vari e di politici di terre lontane – tra cui Evgenia Tymoshenko, ma anche George Papandreou per fare qualche esempio – si mescolano ai rampolli dell’antica aristocrazia europea nelle caffetterie, nella mensa dal menù sempre diverso e sempre esotico, nella biblioteca fornitissima e nelle serate danzanti del venerdì sera nell’apposita discoteca. La macchia più vistosa nella storia dell’istituto viene proprio da un certo debole per i rampolli. Saif al-Islam Gheddafi nel 2008 discusse una tesi di PhD, forse copiata, sullo scivolosissimo tema ‘Il ruolo della società civile nella democratizzazione delle istituzioni della governance globale: dal ‘soft power’ alla decisione collettiva?’ e, grazie alla zelante opera di un professore, David Held, fece una pingue donazione di un milione e mezzo di sterline tramite la Fondazione Gheddafi per la beneficienza e lo sviluppo. Peggio ancora, Saif al-Islam fu chiamato a tenere la ‘Ralph Miliband Memorial Lecture’ su ‘passato, presente e futuro della Libia’, il 25 maggio del 2010, con un’introduzione più che lusinghiera da parte dello stesso Held. Una decisione che David Miliband definì “orribile” e che, nel 2011, portò alla creazione di una commissione d’inchiesta, all’allontanamento di Held e alle dimissioni dell’allora rettore Howard Davies, sostituito da Judith Rees, tra le critiche (un po’ tardive) degli organi di stampa e dell’opinione pubblica.

Ma la London School of Economics, istituzione dalle anime numerose quasi quanti i passaporti dei suoi studenti e docenti, continua ad avvalersi di un livello eccezionale di insegnamento che le permette di andare dritta sulla sua strada. La presenza italiana, in particolare, è fortissima e lo è sempre stata, da Piero Sraffa in poi, come dimostra la LSE Italian Society con i suoi 700 membri e la presenza di cinque docenti solo nel dipartimento di economia. Alcuni degli eventi organizzati dalla Italian Society riflettono gusti un po’ paradossali per gente che in molti casi finisce per lavorare nel mondo della finanza: da Beppe Grillo a Marco Travaglio, sono molti quelli che sono stati invitati a parlare negli ultimi anni. Ma come ci insegna Rodney Barker, non bisogna fermarsi alle apparenze e seguire “i gusti di una stampa spesso pigra e alla ricerca di storie forti”. Quando nel gennaio scorso Mario Monti andò a tenere una lezione, dimostrando una inaspettata verve, la sala era gremita di italiani che si rispecchiano nel suo profilo internazionale e nella sua formazione. I tecnocrati, alla LSE, sono senz’altro di casa, ma sarebbe limitativo cercare di dare una definizione univoca di un posto del genere. Tanto più quando si tratta di un’istituzione del Regno Unito, paese tutto fondato sulla capacità di mantenere ferma una tradizione pur cambiando in continuazione. Le figure rappresentative di questo gigantesco think tank nel cuore vibrante di Londra non si contano, ma Ralf Dahrendorf, che ne è stato rettore, merita senz’altro una menzione a parte. Quando Elisabetta II nel 1993 lo fece baronetto, il pensatore d’origine tedesca non ebbe dubbi e scelse, per il suo titolo, quello di “Baron Dahrendorf di Clare Market nella City di Westminster”.

(pubblicato su ‘Il Foglio’, sabato 16 giugno 2012)