Torna Fiorucci e un libro celebra l’ottimismo e l’allegria irripetibile degli anni d’oro. (da Il Messaggero del 19 ottobre)

LONDRA – Pochi brand sopravvivono a un cambio di logo. Eppure quelli di Fiorucci si susseguivano uno dopo l’altro, come le insegne luminose che cambiano colore, in un caleidoscopio giocoso che ha fatto epoca e che, di modifica in modifica, ha reso sempre più spericolato e indimenticabile il marchio di jeans e vestiti. Che ora, a cinquant’anni dalla nascita, grazie ad un libro con prefazione di Sofia Coppola pubblicato dalla Rizzoli Usa e all’apertura di un negozio a Londra, a cui seguiranno quelli di Beverly Hills e di Milano, punta ad una rinascita sotto la guida di Janie e Stephen Schaffer, imprenditori britannici con un passato nel settore della lingerie.

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«Niente era più emozionante e fantastico che andare da Fiorucci, con la grafica, i colori, la musica, le ragazze più grandi e disinvolte che lavoravano lì», rievoca Sofia Coppola all’inizio del volume, aggiungendo: «Erano quelle le donne che volevo diventare crescendo: sicure di sé, creative, misteriose e divertenti». Ed è proprio quel tipo di immaginario che il libro punta a rievocare attraverso polaroids mai viste e materiali d’archivio che ricreano la straordinaria produzione di arte grafica del marchio creato da Elio Fiorucci negli anni Sessanta a Milano.

Tra una foto e l’altra ci sono interviste come quella a Oliviero Toscani, che racconta l’importanza dei viaggi di Fiorucci a Londra negli anni Sessanta, quando la città era «molto noiosa» al di là delle cinquecento persone che si godevano la Swinging London, ma dove però c’era il negozio di Biba, fondamentale nell’ispirare il designer milanese. «Un impresario della creatività», lo definisce il fotografo, secondo cui il principale difetto dell’amico era di «essere sempre in anticipo», come quando trasformò il suo negozio di New York in un concept store ante litteram, permettendo ad altri creativi di vendere i loro prodotti all’interno del locale, definito «la versione diurna dello Studio 54», la famosa discoteca di cui Fiorucci stesso aveva offerto il party d’apertura nel 1977.

Un punto di vista condiviso anche da Terry Jones, ex direttore d’immagine, che racconta che quando Fiorucci – «un guru, che incoraggiava le idee e presentava le persone» – e Vivienne Westwood si incontrarono per fare una collezione insieme, il risultato fu talmente superiore al tempo che i buyers ne furono spaventati. «Fiorucci non ha mai speso una lira per i media», conferma Toscani. Si facevano questi poster che poi circolavano perché erano belli e la grafica era così cool che la gente si strappava di mano pure le buste dei negozi, quello aperto nel 1967 a Milano, quello di Londra del 1975 e quello di New York del 1976 disegnato da Ettore Sottsass.

«L’atmosfera era folle», secondo lo scrittore Douglas Coupland, autore di Generazione X, e l’energia che emanava da quei luoghi era una cosa che restava addosso a chi ci entrava, tanto che Marc Jacobs confessa di averci passato l’intera estate dei suoi 15 anni a girovagare e guardarsi intorno. «Credo che Fiorucci sia stata una delle ultime istituzioni che ti davano voglia di diventare adulto il prima possibile, ma solo dopo aver dato fuoco al paesino che ti ha generato e dopo averlo visto bruciare nello specchietto retrovisore», dice Coupland. Un mondo materiale, quello di Fiorucci, di carta e di plastica, di lurex e di denim elasticizzato, di neon e di fluorescenze, così lontano dalla realtà virtuale e disincarnata di oggi, fatto da un pubblico ottimista, curioso e forse irripetibile.

Stile da scrittore. Come si veste chi fa il lavoro più solitario del mondo. (da Il Messaggero del 2 agosto)

LONDRA – Le francesi che si vestono da uomo, da George Sand a Colette – anche se quest’ultima non dimenticava mai di incorniciare i grandi occhi irrequieti in un tratto di matita nera sfumata – oppure le americane che si vestono da francesi, come Joan Didion, fragile come un uccellino e finita a 81 anni a fare da modella per Céline, con grandi occhiali neri a nasconderne lo sguardo da gazzella. Passando attraverso i completi bianchi di Tom Wolfe o le tenute regali di Maya Angelou, i turbanti variopinti di Zadie Smith e le bandane di David Forster Wallace, quella tracciata dalla giornalista di moda Terry Newman nel suo ‘Gli autori leggendari e i vestiti che indossavano’, pubblicato da Harper Collins, è una avvincente disamina del legame tra stile e scrittura così come è stato interpretato da cinquanta protagonisti della letteratura di tutti i tempi, con foto d’archivio, aneddoti sul loro approccio personale all’abbigliamento ma anche estratti delle loro descrizioni più rappresentative del concetto di stile.

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Perché se la scrittura è il lavoro solitario per eccellenza, è principalmente per se stesso che lo scrittore si veste e, proprio per questo, la sua è una scelta rivelatrice sia della propria idea di sé che dell’idea di umanità che cerca di trasmettere. Mentre Marcel Proust, con le sue eterne cravatte papillon, rifletteva sulla caducità della moda e dei gusti, per Maya Angelou la vera eleganza è il contrario della dissimulazione. «Sarai sempre alla moda se sarai fedele a te stesso, e solo se sarai fedele a te stesso», diceva. Jacqueline Susann, scrittrice di immenso successo con la sua ‘Valle delle bambole’, sosteneva che «ognuno ha un’identità. Una per se stesso e una da mostrare». Nel dubbio, lei scriveva avvolta in tessuti sgargianti di Pucci e con un perfetto casco di capelli cotonati, facendo coincidere almeno all’apparenza le sue due nature.

«Uno non si rende mai conto di quanto della propria origine sia cucita negli orli dei vestiti che indossa» secondo Wolfe, autore del Falò delle vanità e scrittore attentissimo alle sfumature sociali. C’è chi, come lui o l’altro celebre biancovestito Mark Twain, ha scelto una divisa, sempre la stessa, che lo ha reso riconoscibile come un brand, o chi come Edith Sitwell, eccentricissima scrittrice inglese, ha voluto stupire con mises sempre nuove, spesso fatte appositamente da una sarta usando tessuti da tappezziere. Karl Ove Knausgaard, scrittore norvegese di culto, è legato alla sua criniera argentata e ai suoi completi scuri che parlano di lui e del suo universo cupo, mentre una coppia di talento come Zelda e Francis Scott Fitzgerald ha sempre fatto di tutto per riflettere, attraverso un’immagine accuratamente gestita, quell’ideale scintillante di ricchezza e vita brillante raccontata nei libri di lui. La Newman riferisce che quando lei arrivò a New York lui era preoccupato del suo aspetto provinciale tanto da chiedere ad un’amica di portarla a fare compere da Jean Patou per iniziare a costruire la leggenda immortale della ragazza sofisticata.

La tesi della Newman è che ci sia una relazione strettissima tra stile e scrittura e che lo stile narrativo dei grandi della letteratura sia stato spesso usato dai creativi per tradurre in moda quell’idea di mondo, come dimostra proprio il recente ritorno dello stile ‘flapper’ ispirato a Zelda Fitzgerald. In alcuni casi il legame è evidente, come mostra bene Joan Didion, che aveva lavorato per dieci anni a Vogue, che è sempre stato bellissima e il cui approccio all’abbigliamento e allo stile ha sempre avuto qualcosa di talmente rarefatto e impeccabile che non stupirebbe che molti stilisti si fossero lasciati ispirare dalle sue foto ben prima che Céline decidesse di celebrarla come musa. Mentre uno scrittore crea un mondo nuovo, deve anche delineare il suo ruolo all’interno del mondo in cui vive e lo stile è uno degli strumenti principali a sua disposizione. Con caratteristica eloquenza, Virginia Woolf parlava di «consapevolezza dei vestiti», mentre Oscar Wilde sosteneva che non si potesse mai essere né troppo ben vestiti né troppo educati, anche se poi era iscritto alla Società per l’Abbigliamento razionale, un’istituzione che si occupava di liberare le donne dai vestiti costrittivi. E poi come dice Mark Twain «non c’è potere senza vestiti, ed è il potere che domina la razza umana».

Cavolo rosso dimentica la strada. La BBC mette il #cleaneating sotto scacco e smaschera i guru del mangiar pulito (da ‘Il Foglio’ del 31 gennaio)

LONDRA – Il ‘kale’ è un cavoletto riccio che per dargli un po’ di sapore ce ne vuole, ma da quando tale Emma Mills, née Woodward, nota come Deliciously Ella, ha deciso che è “il re della nutrizione” e permette di “splendere da dentro”, le vendite sono aumentate del 45% all’anno. Mentre quelle dei libri di Ella Mills e dei suoi prodotti, tra cui le magliette con sopra scritto ‘Peace, Love & Kale’, sono proprio alle stelle: la radiosa figlia dell’erede della catena di supermercati Sainsbury’s ha appena aperto alcuni locali a Londra, ha un milione di followers su Instagram, e tra un succo di sedano e bacche di goji e un bownie alla patata dolce ha mandato in pensione Gwyneth Paltrow, troppo vecchia scuola e poco gioiosa con quei suoi menù fatti di niente.

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Nel mondo di Ella, dove basta massaggiare il kale, manco fosse una succulenta bistecca di Kobe, per renderlo tenero e sfizioso, delle gaudenti Sorelle Hemsleys – che non ti insegnano solo a mangiare, ma anche a masticare – e di questi nuovi guru dell’alimentazione non c’è spazio per i divieti o per i viaggi dimagranti alla Rosanna Lambertucci, ma solo per una filosofia apparentemente assertiva in cui si abbracciano dei cibi a cui si attribuisce il potere magico immediato di renderti la vita bella come un account di Ella e, ovviamente, più lunga e felice. Il tutto sotto l’hashtag, o l’etichetta, di #cleaneating, #mangiarepulito, la cui aura quasi mistica si è improvvisamente polverizzata dopo che la BBC ha affidato a uno scienziato vero, Giles Yeo, capo del dipartimento di genomica a Cambridge, il compito di andare a verificare quanto promesso da queste giovani donne dal volto luminoso e da alcuni senescenti pseudoesperti americani a cui alcune si ispirano.

In una puntata di ‘Horizon’, il simpatico Dr Yeo, senza traccia di spocchia, è volato negli States per farsi due chiacchiere con alcuni guru, tra cui Colin Campbell, autore di The China Study e l’inquietante Robert O. Young, promotore della dieta alcalina, il quale sostiene che i germi, così come i tumori, non esistono in quanto tali ma sono prodotti di un organismo intossicato dall’acido. “Tutte le malattie e i disturbi possono essere evitati gestendo il delicato pH dei fluidi del corpo”, ha spiegato Young, intervistato nel suo lussuoso ranch appena prima che andasse a rinfrescarsi le idee per tre anni in un carcere californiano. Davanti ad un Dr Yeo esterrefatto, il naturopata ha spiegato come da anni ospiti malati di cancro a cui somministra le sue cure e la sua dieta: i suoi 81 pazienti, però, sono morti tutti. Tra questi c’era la ventisettenne Naima Houder-Mohammed, capitano dell’esercito britannico colpita da un tumore al seno e mancata a 27 anni dopo aver speso 77mila dollari per andare da Young nella speranza di salvarsi a colpi di trasfusioni di bicarbonato. “Il dolore è acido e l’acido è dolore”, aveva sentenziato Young dopo che lei si era lamentata della sofferenza.

Tale Natasha Corrett, autrice di un libro il cui titolo si potrebbe tradurre come ‘Una purificazione onestamente sana’, è una seguace di Young ma in questi giorni, tra le homepage di questi siti accattivanti e levigati, è una gara a chi prende per primo le distanze dal #cleaneating e dalle sue promesse taumaturgiche. Anche Deliciously Ella, come tutte le sante, ha un miracolo all’attivo: si è curata da sola da una rara malattia che l’aveva resa gonfia e stanca – riusciva ad entrare solo nei vestiti del corpulento padre, narra la leggenda – eliminando i latticini, la carne, gli zuccheri raffinati e ovviamente l’inviso glutine. Nel suo tentativo di far risuonare la voce della scienza, Yeo intervista il dr Alessio Fasano, direttore del dipartimento di ricerca sulla celiachia a Boston, che non sa più come ripeterlo che il glutine fa male solo a chi è celiaco e non a tutti gli altri.

E pazienza che i carboidrati dovrebbero coprire la metà dell’apporto calorico di ognuno: basta comprare uno ‘spiralizzatore’ che taglia le zucchine a forma di spaghetti e non bisogna neppure rinunciare alla gioia di arrotolare qualcosa intorno alla forchetta. Ora Ella è sottile come un giunco, le sue ricette a occhio non contengono più di 200 calorie e i piaceri della gola sono tutti racchiusi nell’evanescente pizzicore di una marinatura leggera. Nonostante dichiari di “non contare le calorie”perché “mangiare non è una questione di limitazione e sensi di colpa”, il suo approccio è costantemente accusato di fornire solidissimi alibi all’anoressia e ai disturbi alimentari. Ma quando si tratta di fatturare, Deliciously Ella non si fa scrupoli: le pallette energetiche che vende nei suoi locali hanno più calorie e soprattutto più grassi di un più ruspante Mars, visto che contengono datteri, cocco, noci, per dire.

L‘ortoressia’, ossia l’ossessione di mangiare seguendo delle regole, è un terreno fertile per chi vuole fare soldi sfruttando le mode e va al di là della questione del vegetarianesimo o del veganesimo. Per le Hemsley Sisters, ad esempio, la panacea non è il kale ma una ricetta antica, fatta con due ossa di carne proveniente da una macelleria buona laciate cuocere per qualche ora nell’acqua: signore e signori, ecco a voi il brodo.

Nastri, spalline e colletti. A vent’anni dalla morte, lo stile di Diana in mostra a Londra (da ‘Il Messaggero’ del 10 febbraio)

LONDRA – Prima di volteggiare insieme a John Travolta tra i marmi della Casa Bianca nel suo sontuoso abito blu notte schiarito da un collier con sette file di perle – era il 1985 e lei arrossiva in continuazione – Lady Diana non aveva sempre fatto scelte di moda condivisibili. Curiosi cappellini, un uso generoso delle maniche a sbuffo e dei pois, colletti da educanda con tanto di nastrino e una tendenza ad abbinare le scarpe al cappotto che, qualche anno dopo, avrebbero strappato qualche sorriso, soprattutto pensando a quello che la ex moglie di Carlo d’Inghilterra era diventata: una donna moderna e sicura di sé, vestita Versace, dall’eleganza adulta. Ma ripercorrendo alcuni pezzi del suo guardaroba, in mostra a Kensigton Palace dal 24 febbraio e per tutto il 2017, è il lato ingenuo e sognante della ‘principessa del popolo’ che colpisce e resta più impresso.

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Non ci sono solo gli anni ’80 dietro certe scelte, certi luccichii, certe stampe più adatte a Minnie che a una principessa, ma una freschezza e una spontaneità che, nel bene e nel male, rimarranno la cifra della fragile Diana, il segreto del suo straordinario impatto sull’immaginario collettivo e dell’affetto che, a distanza di 20 anni dalla morte, continua a circondarla. Oltre al fatto che molte delle sue scelte di allora, che sembrarono molto datate quando il minimalismo anni ’90 impose tutt’a un tratto linee e tagli puliti e semplici, sono tornate di moda e che molti pezzi appaiono divertenti e allegri.

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La mostra ‘Diana: Her Fashion Story’ sarà accompagnata da un allestimento temporaneo di fiori bianchi nei giardini di Kensington, dove ha vissuto per 15 anni, e ripercorrerà le evoluzioni del suo abbigliamento attraverso alcune delle sue tenute più note. Da quando, nel 1981, venne annunciato il suo fidanzamento con Carlo, gli occhi del mondo non le si tolsero più di dosso. In quell’occasione aveva un tailleur blu chiaro con una camicetta bianca che avrebbe invecchiato chiunque, ma non lei, che aveva 19 anni, era timidissima e aveva un volto malinconico e fresco, ben lontano dal piglio performante di Kate Middleton. Per ragioni di stato, fino a quando rimase accanto a Carlo si rivolse principalmente a stilisti britannici per i suoi vestiti: David e Elizabeth Emanuel, Bruce Oldfield, Catherine Walker e Zandra Rhodes. In mostra ci sono gli scintillanti vestiti da sera degli anni ’80 e i completi “da lavoro” degli anni ’90, la camicia rosa chiaro di Emanuel indossata per i ritratti di fidanzamento nel 1981 e il ‘vestito Travolta’, disegnato da Victor Edelstein, quello sfoggiato al ricevimento dato dai Reagan. Ci sarà anche un completo di tartan verde, ricordo di una visita a Venezia negli anni ’80 e rara reliquia del guardaroba da giorno della principessa.

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“La nostra mostra racconta la storia di una donna giovane che ha dovuto imparare rapidamente le regole dell’abbigliamento regale e diplomatico e che è riuscita così a mettere la moda britannica sotto i riflettori”, spiega Eleri Lynn, la curatrice. “Vediamo come la sua fiducia cresce nel corso degli anni, assumendo sempre di più il controllo di come viene rappresentata e comunicando in maniera intelligente attraverso i suoi vestiti”. Quando Carlo rivelò al mondo la sua storia con Camilla Parker-Bowles, Diana decise di andare comunque ad una cerimonia alla Serpentine Gallery e, invece di un abito Valentino, scelse di indossare il ‘revenge dress’, il ‘vestito della vendetta’, un tubino nero drappeggiato e scollato, con uno spacco e un piccolo strascico, che a rivederlo è una versione più aggressiva e consapevole di quello indossato alla Casa Bianca. I gioielli erano gli stessi.

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Da graziosa ‘Sloane ranger’, ossia tipica ragazza altolocata di Sloane Square, la piazza centrale di Chelsea, a grande comunicatrice di se stessa, donna più fotografata di tutti i tempi, celebrity ante litteram e icona non solo di stile, l’evoluzione della ex principessa del Galles non può lasciare indifferente chi si interessa di costume. Era molto attiva nel volontariato, ma questo spiega solo in parte la vera e propria psicosi collettiva legata a lei. Era meno ingessata dei suoi parenti, ma Sarah Ferguson era ancora meno ingessata eppure non è molto amata. Diana sapeva comunicare, sapeva vestirsi, sapeva come porsi. Il suo guardaroba sembra di ieri, eppure è già un pezzo da museo.

Cristóbal Balenciaga, il direttore d’orchestra dell’Alta Moda, in mostra al V&A a primavera (da ‘Il Messaggero’ del 3 febbraio)

LONDRA – Se l’alta moda è un’orchestra, Cristóbal Balenciaga ne è stato a lungo il direttore. “Noi altri stilisti siamo i musicisti e seguiamo le indicazioni che dà”, diceva un gigante come Christian Dior parlando del creatore spagnolo, mentre per Coco Chanel lui era l’unico “couturier nel vero senso della parola, gli altri sono solo disegnatori di moda”. Non c’è solo un vestito o una tendenza a definire ‘lo stilista degli stilisti’, ma un approccio avanguardistico alla sartoria che ha avuto un’influenza incalcolabile, tanto che “non c’è donna che nel suo armadio non abbia almeno qualcosa di ispirato al suo lavoro”. A dirlo è Cassie Davies-Strodder, la curatrice della mostra che il Victoria & Albert Museum sta preparando sul lavoro di Balenciaga e che aprirà il 27 maggio prossimo a Londra.

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1974 Evening dress Balenciaga @V&A Collection

Con più di cento vestiti e una ventina di cappelli straordinari, la mostra ‘Balenciaga: Shaping Fashion’ si concentrerà sull’ultima parte della lunga carriera del creatore, tra gli anni ’50 e ’60, probabilmente la più feconda, quella in cui lanciò forme fino ad allora inedite ma ora classiche come il sacchetto, la tunica, il babydoll e il tubino. Un lavoro di ridisegnamento e di astrazione del corpo femminile che secondo la Davies-Strodder si può ricondurre al modernismo e che prende spunto dalla Spagna, certamente, con le gonne più corte davanti come quelle del flamenco o certe mantelle che riprendono quelle dei toreri, ma dove l’ispirazione viene sempre superata e mai seguita pedissequamente. In Balenciaga, ad esempio, c’è una maniera speciale di lavorare sullo spazio tra il corpo e il tessuto del vestito, quello che i giapponesi chiamano ‘Ma’ indicando la pausa tra le parole nell’haiku, e quello spazio viene raccontato da chi indossava quei vestiti come qualcosa di dinamico, “con la parte anteriore delle gonne lunghe che correvano un po’ più veloci del mio passo”, secondo il ricordo di Pauline de Rothschild.

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Maestro di taglio e di cucito, oltre che grande creatore, Cristobal Balenciaga usava dei piccoli trucchi, come pesi e stecche, che la mostra del V&A ha deciso di rivelare grazie ad immagini degli abiti passati ai raggi X, esposte accanto ai vestiti, molti dei quali provenienti dalla collezione Balenciaga del V&A aperta negli anni ’70 dal leggendario fotografo Cecil Beaton, mentre con l’aiuto del London College of Fashion sarà possibile vedere la costruzione degli abiti, sempre creati a partire da un unico pezzo di tessuto, con una straordinaria padronanza dei propri mezzi.

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Nato nel 1895, figlio di una sarta, Balenciaga non aveva ancora vent’anni quando iniziò a fare vestiti alla nobildonna del suo villaggio nei Paesi Baschi. Il suo primo negozio, a San Sebastian, ebbe talmente tanto successo che ne aprì altri a Madrid e a Barcellona e arrivò a lavorare per la famiglia reale prima di chiudere tutto e trasferirsi a Parigi durante la guerra civile, nel 1937. “Tra le sue fonti d’ispirazione c’è sicuramente Madeleine Vionnet”, spiega la Davies-Strodder, che cita tra i suoi seguaci Hubert de Givenchy, suo allievo, così come André Courrèges, Emmanuel Ungaro, Paco Rabanne, Oscar de la Renta, ascrivendo a Balenciaga la nascita della silhouette minimalista, che ha influenzato tutti gli anni ’50 e che oggi si ritrova nel lavoro di stilisti più giovani come Phoebe Philo per Céline.

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Durante le sue sfilate qualcuno sveniva, Diana Vreeland cercava di mantenere un contegno, alcune faceva paragoni con le udienze dal papa. Le sue modelle erano donne non giovani, non particolarmente belle né magre, soprannominate ‘i mostri’, e lui le imponeva anche alle riviste, con l’idea che i suoi vestiti dovessero stare bene alle persone normali, ancorché molto ricche. Le sue commesse erano matrone severe e da lui andavano donne come Mina von Bismark, una delle più ricche del mondo, si faceva fare anche i pantaloncini da giardinaggio. Nella sua vita ha rilasciato una sola intervista, nel 1971, spiegando che la sua riservatezza non era dovuta a manie di grandezza ma “all’assoluta impossibilità di spiegare il suo mestiere a qualcuno”.

Non c’è dubbio che negli anni Balenciaga abbia preso più polvere di Chanel o di Dior o Givenchy, sebbene facesse ieri quello che gli altri faranno domani, come scrisse Vogue. Forse perché nel 1968, incapace di abbracciare la produzione di massa e di creare abiti per donne che non conosceva, ha chiuso il suo negozio, lasciando orfane le sue clienti, alcune delle quali si chiusero in casa per giorni dalla disperazione. Ma quando nel 1972 i giornali titolarono ‘il re è morto’, nessuno ebbe alcun dubbio: si parlava di Balenciaga.

I soliti ribelli. Al V&A di Londra in mostra la rivoluzione 1966-1970, tra pantaloni a zampa, frammenti di luna e nascita dell’individualismo. (da ‘Il Foglio’ del 17 settembre)

LONDRA – Attraversi sei saloni del Victoria&Albert di Londra tutti dedicati a spiegarti quanto è stata libera, rivoluzionaria e anticonformista la gioventù del 1966-70 e ti ritrovi direttamente laddove quella stessa generazione, appena è diventata maggiorenne, ha sperato che finissi: nel negozio del museo, circondata da riproduzioni costosette di quello che si indossava, leggeva, ascoltava, teneva in casa mentre tra una rivoluzione e l’altra si andava definendo la vera eredità indelebile di quegli anni, ossia il culto dell’invidualità. E un certo senso degli affari che non manca né ai baby-boomers né a chi li ha seguiti nella terra in cui tutto è nato, quella California che oggi ospita le aziende più dinamiche e innovative del mondo nonché molto rivoluzionarie nell’approccio con il fisco.

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Che la Summer of Love del 1967 abbia avuto tante conseguenze, tra cui quella, inconfessabile, del neoliberismo, figlio illegittimo dei figli dei fiori, lo ha riconosciuto anche la gran sacerdotessa della sinistra britannica Polly Toynbee sul Guardian, in un articolo dal titolo interrogativo – “abbiamo fatto la rivoluzione o solo aperto le porte al neoliberismo?” – e dal contenuto perentorio. “Da tutta questa rivoluzione contro ‘il sistema’ è venuto un individualismo centrato sul “me’ evoluto poi in neoliberismo”, scrive la Toynbee nel suo pezzo vezzosamente corredato da ben due foto di lei ventenne pettinata come Marianne Faithfull. “I primi ideali hippy della Silicon Valley si sono presto trasformati in ciascuno per sé”, prosegue amara l’editorialista, ricordando come molte delle vere conquiste dei tardi anni ’60 nel Regno Unito siano da attribuire più al laburista Harold Wilson, che proprio hippy non era, che ai concerti, pur meritevoli di sospiri nostalgici, all’Isola di Wight.

‘You say you want a revolution?’, ‘Dici che vuoi una rivoluzione?’ prende il titolo da un verso della canzone dei Beatles e come tutte le iniziative del V&A di Londra è una mostra piacevole e innovativa – l’audioguida compresa nelle 16 sterline di biglietto consente di ascoltare musica abbinata agli oggetti esposti, per calarsi meglio nell’atmosfera di chi la rivoluzione la faceva e non stava a guardarla – e che dedica grande spazio al ‘core business’ del museo, ossia la storia del costume.  Ma tra un vestito di scena luccicante di Mick Jagger e un tailleurino con minigonna di Mary Quant ci si chiede quanto di quello che è esposto sia uscito dalla circolazione per un numero di anni sufficiente da essere riproposto in una mostra, e questo vale anche per i dischi di Bob Dylan, per le foto di David Bailey o per gli slogan contro la guerra in Vietnam, per i testi di Kerouac e di Burroughs, o per l’estetica psichedelica di Carnaby Street.

Di quella cultura non si è perso niente, se non il momento in cui non era ancora mainstream, un attimo fuggente che la mostra cerca di catturare senza riuscirci. E’ un passato rivisitato ad uso del consumatore di oggi, che sia visitatore del V&A oppure lettore di The Girls, fortunato romanzo dell’esordiente ventisettenne Emma Cline su una ragazza che si unisce ad un gruppo molto simile al culto di Charles Manson, scritto con lo stile lucido, evocativo ed efficace di un filtro Instagram e esibito sugli scaffali del negozio del V&A insieme ai modelli Levi’s vintage.

Paradossalmente la parte più interessante della mostra è quella sulla rivoluzione consumista guidata dalla crescita economica e dalla diffusione della carta di credito, con una serie di splendide campagne pubblicitarie alla Mad Men dietro le quali si sente il respiro di un mondo che cresceva e si beava del suo progresso economico, spingendosi fin sulla Luna, di cui un frammento è esposto in una piramide di cristallo accanto alla tuta di uno degli astronauti dell’Apollo 8. Poi si torna alle avanguardie e ai micidiali film di Yoko Ono e si finisce sdraiati su grandi cuscinoni a guardare vecchi filmati di Woodstock, con le sue 400mila persone radunate per celebrare un mondo migliore.

Che quegli anni abbiano creato il modello estetico di ogni rivoluzione – togli Vietnam metti Iraq, tieni l’ecologismo e aggiungi un po’ di cibo biologico, taglia un po’ i capelli e punta tutto sulla barba – è fuori di dubbio. Che questo sia diventato una scatola vuota che ha sostituito un vero ragionamento politico su come cambiare il mondo, o risolverne un problema o due, è anche questo vero. Ma mentre quella generazione continua a celebrarsi e a raccontare che com’e’ stata giovane lei, nessuno mai, i suoi inibiti nipotini hipster ne raccolgono i feticci e fanno diligentemente girare l’economia.

Yves Saint Laurent nella campagna inglese, due mondi a confronto (da ‘Il Messaggero’ del 17 luglio)

LONDRA – Un museo che sembra un castello francese nel mezzo della campagna inglese, una piccola roccaforte del gusto d’oltralpe grande abbastanza per raccontare il mondo dello stilista Yves Saint Laurent: la destinazione ideale per portare per la prima volta nel Regno Unito il genio francesissimo di Yves Saint Laurent con la mostra ‘Style is Eternal’, che rimarrà aperta fino a fine ottobre. Il Bowes Museum si trova nella pittoresca cittadina di Barnard Castle, County Durham, nel nord dell’Inghilterra, luogo tanto lontano da Londra quanto splendido da visitare per assaporare quella campagna inglese rappresentativa dello spirito del paese forse più della sua megalopoli. L’edificio, con i suoi giardini principeschi, è una stravaganza costruita a metà ‘800 e secondo quanto spiegato alla BBC da Pierre Bergé, il partner di una vita dello stilista, “è un luogo che riflette la passione di Saint Laurent e mia per i luoghi evocativi, senza tempo”.

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Da tempo il Bowes ospita mostre di moda, da una sulle scarpe di Vivienne Westwood a una, più recente, su ‘Uccelli del Paradiso: piume e penne nella moda’, e contiene anche un’interessante collezione permanente di moda e tessile. Distribuita su tre grandi sale, la mostra su YSL mette in luce i momenti cardine della percorso creativo dello stilista e l’influenza significativa che ha avuto sulla moda e sul modo in cui continuiamo a vedere l’abbigliamento femminile. “La moda svanisce, lo stile è eterno”, disse una volta lo stilista, nato in Algeria nel 1936. Nel dare corpo a questo concetto, la mostra presenta 50 capi tra cui alcuni pezzi dalla leggendaria collezione russa, i vestiti ispirati al pittore Piet Mondrian del 1965 e gli smoking. Dopo tre anni passati da Christian Dior come direttore artistico alla morte dello stilista, che lo aveva nominato suo assistente quando aveva solo 17 anni e dopo l’allontanamento da parte dei proprietari della maison in seguito ad una collezione disastrosa, nel 1960 Saint Laurent decise di fondare la sua casa di moda insieme al suo compagno Bergè.

Premier smoking Yves Saint Laurent
Premier smoking Yves Saint Laurent

La prima sfilata è del 1962 e per 40 anni la divisione di ruoli tra i due è perfetta, funziona a meraviglia: Bergé si occupa della gestione dell’azienda, Saint Laurent solo della parte creativa. Nel 1976 finisce la relazione sentimentale, continua quella professionale. Nei primi 12 anni di collezioni lo stilista definisce il suo mondo e compone gli elementi essenziali del guardaroba della donna moderna: la giacca da marinaio e l’impermeabile nel 1962, il primo smoking nel 1966, la giacca da safari e il primo completo-pantalone nel 1967, la tuta nel 1968. Una vastissima selezione di questi capi leggendari, oltre a bozzetti, modelli di carta e accessori di solito conservati alla Fondazione Pierre Bergé-Yves Saint Laurent nella sede di Rue Marceau a Parigi, sono presenti alla mostra. Ci sarà anche un pezzo raro come un vestito di seta rosa del 1958, esposto solo una volta. La collezione intera di Parigi comprende 5000 capi, 2000 paia di scarpe, più di 10.000 gioielli e centinaia di cappelli.

‘Suzy’ Doll with four outfits from her wardrobe, Yves Saint Laurent
‘Suzy’ Doll with four outfits from her wardrobe, Yves Saint Laurent

Uno dei tratti caratteristici di YSL è il suo ricorso al codice d’abbigliamento maschile, declinato però in maniera ultrafemminile, in modo da conferire alle donne che indossano le sue creazioni un senso di potere che non scade mai nella mortificazione del corpo. “Se Chanel ha dato alle donne la loro libertà, è stato Saint Laurent a dare loro potere”, secondo le parole di Bergé. Sebbene i suoi vestiti fossero destinati soprattutto alle donne facoltose della borghesia francese e internazionale, lo stilista aveva l’ambizione di vestire tutte e di portare la sua creatività al di là dei limiti imposti dalla haute couture. Anche in questo fu pioniere: nel 1966 aprì il primo negozio di prêt-à-porter ad avere il nome di uno stilista, SAINT LAURENT rive gauche, portando la moda a fare un ulteriore passo avanti verso come la conosciamo noi.

‘Pantalons' collection board Spring-Summer 19
‘Pantalons’ collection board Spring-Summer 19

Fu anche uno dei primi ad introdurre un po’ di diversità sulle passerelle, usando modelle di colore, per riflettere quell’immaginario etnico che lo ha sempre contraddistinto. Appassionato di arte e lui stesso collezionista, Saint Laurent ha spesso reso omaggio a pittori, scultori e scrittori nelle sue collezioni. Dopo Mondrian ha celebrato Diaghilev e Picasso nel 1979, mentre negli anni ’80 è stata la volta di Matisse, Cocteau, Braque e Van Gogh, ma la sua fonte d’ispirazione principale, come spiegato anche da Bergé, è sempre stata la Francia, con le sue evoluzioni, i suoi cambiamenti, i suoi momenti storici, il suo spirito. “Saint Laurent è un simbolo della Francia tanto quanto il casco del poliziotto è un simbolo della Gran Bretagna”.

Amleto, Benedict Cumberbatch e quel monologo messo proprio all’inizio (da ‘Il Messaggero’ del 21 agosto)

LONDRA – C’è del marcio nel teatro, dice qualcuno, se basta un critico velenoso o qualche commento dal pubblico su un’anteprima per far cambiare idea ad un regista. E a fargli fare marcia indietro rispetto all’idea di aprire il suo ‘Amleto’ direttamente con il monologo più famoso, l’Essere o non essere, idea non particolarmente rivoluzionaria che però ha fatto discutere. Fatto sta che Benedict Cumberbatch, vestendo i panni tormentati del principe di Danimarca, nella versione definitiva dello spettacolo che andrà in scena al Barbican di Londra dal 25 agosto in poi, si chiederà “se sia più nobile nella mente soffrire i colpi di fionda e i dardi dell’oltraggiosa fortuna o prendere le armi contro un mare di affanni” nel terzo atto, come voluto da William Shakespeare. Una produzione, quella dell’Amleto con la superstar britannica, che sta facendo parlare di sé da mesi ormai e che comunque vada è già un successo. I biglietti si sono venduti alla velocità della luce, più rapidamente che per qualunque altro spettacolo della storia del paese, e tutte le notti ci sono persone, soprattutto ragazzine, accampate davanti all’imponente costruzione brutalista, il Barbican, e pronte a tutto per accaparrarsi i 30 biglietti venduti ogni mattina a 10 sterline per il giorno stesso.

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Lo spettacolo ha avuto qualche settimana di ‘preview’, ossia di repliche in anteprima, con biglietti a prezzi comunque elevati, che hanno riempito le prime pagine dei giornali del mondo perché hanno offerto a Cumberbatch l’occasione per fare un altro monologo importante, sebbene più informale, per il teatro contemporaneo: smettetela di registrare e far foto agli attori in scena e godetevi lo spettacolo con gli occhi, non con gli smartphone. Un appello al pubblico di cui si è parlato per settimane e che però ha portato più di qualcuno a chiedersi se quella in scena in quei giorni fosse un’anteprima – sui biglietti non era specificato – o lo spettacolo vero e proprio. Qualunque cosa fosse Kate Maltby, sul Times, ha stroncato lo spettacolo, definendolo un “Amleto per bambini cresciuti a Moulin Rouge” e rivendicando il suo diritto a basare la sua recensione sulla versione provvisoria, vista la pubblicità e l’attenzione data alla versione diretta da Lyndsey Turner. La decisone di aprire con l’Essere-o-non-essere, per Maltby, è “indifendibile” da un punto di vista drammaturgico visto che il principe è a lutto, ma non ancora furioso, e il fantasma del padre non gli è ancora apparso per raccontargli la verità sulla sua morte. Come se si aprisse la Turandot direttamente con ‘Nessun dorma’ per andare incontro ai fan che sanno le parole a memoria…

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Che sia una versione a misura di seguace di Cumberbatch è suggerito anche da un commentatore del Financial Times, che in un articolo ironico – non una recensione – intitolato ‘Shylock contro Sherlock’ sottolinea come il ‘Celebrity Shakespeare’ possa non essere la soluzione per resuscitare l’interesse delle giovani generazioni verso il Bardo. Lo stesso Benedict, parlando ai suoi fan di quanto sia difficile dare il meglio mentre la sala è invasa dalle lucine rosse dei cellulari, aveva commentato la decisione di avere il monologo all’inizio della tragedia con un secco: “Non è il punto più semplice in cui iniziare una piece, fine”. La produzione non ha voluto commentare ufficialmente, anche se alcuni addetti ai lavori hanno fatto presente che una preview è fatta proprio per essere cambiata in corso d’opera. Per tutto il tempo in cui Amleto sarà in scena, fino al 31 ottobre, sembra che il sipario si aprirà sul principe di Danimarca che ascolta Nature Boy di Nat King Cole sul suo giradischi. Prima che il suo mondo vada in frantumi.