Notturno londinese (da ‘Il Foglio’ del 14 agosto)

LONDRA – L’enorme successo di Londra come capitale internazionale ha fatto varie vittime, tra cui una inaspettata: la vita notturna. Passate dal selvaggio all’educato, le serate londinesi sono ormai fatte soprattutto di ristorantini perbene, dove si mangia leggero, dei soliti molti molti drink in un bar carino e un po’ in posa e di un rientro a casa etilico e cenerentolesco, in tempo per l’ultima metro di mezzanotte e mezzo o un po’ più tardi con gli impeccabili bus notturni, affidabili e sicuri anche per chi è semicosciente. In tutto il paese è così ed così da un po’ di tempo: non che non si esca, tutt’altro, ma si esce diversamente. Magari anche questa sarà solo una moda passeggera, fatto sta che c’è chi se ne preoccupa un po’: a Parigi la vita notturna è protetta come fosse il Louvre, Berlino rimane imbattibile, Amsterdam resta competitiva e Londra, che ha un’offerta culturale enorme e che attrae gente da tutto il mondo, rischia di perdere quella spontaneità che un tempo la rese swinging, punk, cool.

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Qualche giorno fa l’associazione dei gestori di nightclub ha fatto sapere che negli ultimi 10 anni quasi la metà dei locali ha chiuso i battenti. Dei 3.144 del 2005 ne sono rimasti 1.733, sempre più in affanno per via di un sistema di licenze rigidissimo che tiene in massima considerazione le esigenze dei vicini di casa. Solo nell’ultimo anno se ne sono andati due posti amatissimi e storici come il Plastic People e Madame Jojo’s, mentre il Fabric è costantemente sotto minaccia dopo aver avuto quattro morti per droga in tre anni ed è riuscito a rimanere aperto solo accettando – giustamente – una serie di misure drasticissime, dai cani alle perquisizioni all’ingresso. A Hackney e Dalston, ex zone grigie dove continuano a succedere molte cose la sera, ormai le case costano così tanto che nessuno vuole rischiare di perdere soldi lasciando campo libero ai locali, che sono tanti e la maggioranza dei quali chiude comunque prestissimo per gli standard continentali. D’altra parte in molti hanno scelto di abitarci per la reputazione di quartiere vivace e non solo per l’imbarazzo della scelta di colazioni biologiche, e infatti si organizzano feste di protesta contro le ordinanze troppo severe.

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Ma il problema non è solo politico. L’amara verità, osservano DJ e gestori, è che anche la gente è cambiata e che il biglietto d’ingresso, in tempi di tasse universitarie alte e con una generazione cresciuta negli anni dell’austerity, è uno scoglio difficile da superare. La concorrenza arriva dai pub, che restano magari aperti un po’ più tardi rispetto al classico rintocco delle 11 per l’ultimo giro di ordini, e soprattutto dai giganteschi festival che si svolgono d’estate in tutto il paese, da Glastonbury al Latitude al Bestival, e che stanno attirando sempre più DJ. L’ingresso costa molto, ma per tre giorni ci si lascia andare senza pensare a niente e il meglio della musica viene servito su un piatto d’argento, tra campeggi, bevute epiche e giovani English Roses che imitano Georgia Jagger vestite da hippies. Sono grandi banchetti di musica dal vivo e di eventi culturali, da cui si esce talmente sazi che per un po’ i giovani britannici, ma anche quelli meno giovani, possono continuare a fare una delle loro cose preferite, ossia guardare qualche serie TV su Netflix mangiando pizza da asporto.

Ma la vitalità delle città, di questa delocalizzazione del divertimento, ne risente un po’. Ci ha riflettuto tanto anche Peter Aspden, il capo della cultura del Financial Times, in un bel pezzo sulla scena musicale londinese, non quella dei grandi nomi ma quella più sperimentale dei gruppi emergenti che alla sua generazione hanno regalato serate con Elvis Costello o con i Jam. “A volte lo sguardo nostalgico è anche uno sguardo giusto”, osserva Aspden prima di addentrarsi nella contemporaneità di una serie di concertini hipster asettici o di serate nostalgiche con punk settantenni sul palco. Ma il problema non è il fatto che la sua generazione fosse irripetibile, bensì “il fatto incontrovertibile che il numero di posti per ascoltare musica live a Londra è in calo”. Il prezzo delle case sarà pure importantissimo, ma sul valore della vitalità non c’è niente da aggiungere, dovrebbe spiegarsi da sé.

Duemila anni di tortura e incanto. Il V&A spiega l’ossessione per le scarpe (da ‘Il Messaggero’ del 12 giugno)

LONDRA – Pochi oggetti nel corso della storia hanno voltato le spalle alla funzionalità con la convinzione delle scarpe. Con un colpo di tacco, verrebbe da dire. Elevare, ornare, distinguere, incantare sono stati, nel corso dei secoli, gli scopi principali intorno ai quali le calzature si sono evolute e sono arrivate al giorno d’oggi in cui la scomodità un tempo riservata ai nobili e ai ricchi è finalmente alla portata di tutti. Per la gioia di chi costringe i propri piedi in splendidi oggetti di tortura, consapevole che il loro potere di trasformare chi li indossa è addirittura superiore a quello dei vestiti.

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Nel selezionare i 250 paia di scarpe per la mostra ‘Shoes: Pleasure and Pain’ (Scarpe, piacere e dolore) al Victoria&Albert Museum di Londra, aperta dal 13 giugno al 31 gennaio 2016, i curatori si sono concentrati sui modelli più estremi e sorprendenti. Perché la storia della calzatura si è sviluppata intorno a due poli: le scarpe per muoversi e quelle per non muoversi. Le prime erano destinate a tutti, dalle classi contadine che dovevano proteggersi dal freddo e dalla terra ai militari, in cui l’elemento della distinzione era comunque importante. Le seconde, antenate dei tacchi a spillo, sono nate per segnare nel modo più chiaro possibile la distanza tra chi le indossava e la massa degli umani afflitti dai bisogni pratici.

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“Oggetti scultorei, belli, sono anche indicatori potenti di genere, status, identità, gusto e perfino preferenze sessuali”, spiega la curatrice Helen Persson: “La nostra scelta di scarpe ci permette di proiettare l’immagine di chi vogliamo essere”. E infatti la mostra si svolge intorno a tre grandi temi, il primo dei quali, la trasformazione, non può che prendere le mosse dalla storia di Cenerentola e della scarpetta che la sottrae al suo ingiusto destino d’indigenza e sconforto. Una trama, questa, di cui si trovano tracce già nell’Egitto del I secolo e i cui elementi ricorrono in Asia, in Europa e addirittura tra gli indigeni d’America, ma che ha raggiunto la sua forma più nota nel 1697 con Charles Perrault, al quale di deve un elemento fondamentale: il vetro, che non si piega e non si allarga, e non permette margine d’errore su chi sia la legittima proprietaria della scarpetta.

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Quello che Cenerentola ha fatto per i creatori di décolletés favolose come Christian Louboutin o Manolo Blahnik, ‘Il Gatto con gli stivali’ lo ha fatto per le calzature sportive: creare la narrativa di una scarpa che conferisce poteri magici e forza sovrumana. Ma la morale non è sempre positiva e le regole sono diverse per uomini e donne: in ‘Scarpette rosse’, film del 1948, la ballerina Vicky Page viene posseduta da una forza che si sprigiona dalle sue calzature di raso e che la porta alla perdizione, come nella favola crudelissima di Hans Christian Andersen. Anche perché storicamente le scarpe delle donne sono fatte più per contenerla, la forza, come nel caso dei gita giapponesi o delle minuscole calzature di seta cinesi, che per accrescerla.

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Il potere è rappresentato da ciò che si calza – le scarpette argentate di Elisabetta II al Queen’s Speech di fine maggio in Parlamento erano appena meno grandiose dei suoi diamanti – e ciò che si calza condiziona la maniera in cui una persona si muove, il rumore che fa quando cammina, la sua capacità stessa di camminare, spesso ostacolata dalle pesanti decorazioni come certi plateau settecenteschi per evitare il fango o i 20 centimetri di punta all’insù delle ghatela indiane da uomo dorate. Le suole e i tacchi rossi, ad esempio, sono un elemento di distinzione che non è nato con Louboutin visto che già il Re Sole li sfoggiava per rendere ogni sua apparizione il più teatrale possibile, così come vi faceva ricorso l’antesignano degli shoe designers, il francese André Perugia, di cui si è ingiustamente persa un po’ la memoria, autore della prima scarpa alta senza tacco.

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In Louboutin il rosso pone però l’accento non sul potere, bensì sull’ultimo e fondamentale messaggio delle calzature: la seduzione. Oggetto feticista per eccellenza insieme al piede che contiene (e della cui anatomia si fa un baffo), la scarpa femminile tende a rimpicciolire il piede, ma anche a conferirgli aggressività e statura. Aggiungendo o sottraendo elementi tratti da ogni sottocultura a disposizione e in particolare del mondo sfacciato delle case chiuse, spingendo ogni volta il limite un po’ più in là, stringendo le piante e alzando quei tacchi dove nessuno può arrivare.

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Vittoria, la sovrana scrittrice, scrisse un racconto a 11 anni. E 122 volumi di diario nel resto della sua vita. (da ‘Il Messaggero’ del 10 aprile)

LONDRA – ‘Le avventure di Alice Laselles’ è una storia vittoriana in senso stretto. Non solo parla di una dodicenne costretta a vivere in collegio da una matrigna cattiva, di un’orfanella francese con un occhio solo e di un cagnetto viziato di nome Frisk che mangia solo tartine imburrate, ma è frutto dell’immaginazione fervida di Alexandrina Victoria, una bambina di quasi 11 anni – 10 e tre quarti, per l’esattezza – diventata poco tempo dopo la sovrana più longeva della storia britannica: 63 anni e 7 mesi (con i suoi 63 anni e due mesi di regno appena compiuti, Elisabetta II è una concorrente temibile). E ricordata per aver segnato un’epoca, quella vittoriana, che ha lasciato tracce indelebili nell’identità britannica soprattutto per il sentimentalismo castigato, per il grande amore per il mondo dell’infanzia e per l’estetica delicata e floreale che si sono andati sviluppando in quegli anni. Tutti elementi che si ritrovano nel breve racconto che verrà pubblicato per la prima volta l’8 giugno prossimo dal Royal Collection Trust e che la futura regina Vittoria, scrittrice appassionata e prolifica per tutta la vita, aveva inizialmente intitolato ‘The School’, ‘La Scuola’.
Princess Victoria
La protagonista è Alice, una ragazzina che ha perso la mamma e a cui il padre, appena risposato con una donna giovane e perfida, annuncia che la manderà a vivere nel collegio gestito da Mrs Duncombe, allontanandola così dai suoi affetti e dall’adorato cane Frisk, che mangia “pane e latte e colazione e toast con il burro per cena” e dal quale si separa in lacrime. “‘Oh no, non mandarmi via caro Papi’, esclamò Alice Laselles, gettando le braccia al collo del suo papà. ‘Non mandarmi via, lasciami rimanere con te’”, reagisce disperata la dodicenne, che passa poi a raccontare la sua vita in collegio, dove incontra una ‘povera piccola orfana francese’ rimasta cieca di un occhio per via del vaiolo, Ernestine Duval, l’orgogliosa figlia di un ricco banchiere di Londra, Barbara, una bambina scontrosa e capace di violentissimi scatti d’ira da quando il padre è partito per l’India, Diana, e la bellissima e vanitosissima Charlotte, che passa il suo tempo allo specchio a rimirarsi il visino perfetto e a sistemarsi i boccoli. Le avventure della ragazzina raggiungono una vetta quando Alice viene accusata a torto di aver fatto entrare un gatto nel collegio senza permesso dopo che qualcuno aveva cercato di incastrarla mettendo al gattino un nastro rosso con sopra scritto il suo nome. Alla fine tutto si risolve per il meglio e la bambina finisce col vivere felice nell’istituto insieme alle sue abitanti e alla buona Mrs Duncombe.
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Il libro, nato come esercizio di composizione in inglese, è splendidamente illustrato con delle bambole di carta ritagliate dalla stessa principessina Vittoria insieme alla sua governante, la baronessa Louise Lehzen, affiancate a disegni contemporanei. Nella dedica originale si legge: “Alla mia cara Mamma, questo mio primo tentativo di composizione è affettuosamente e diligentemente firmato dalla sua amorevole figlia Vittoria”. La futura sovrana, per sua stessa ammissione, era stata una ragazzina “piuttosto malinconica” soprattutto per via della morte del padre, il Duca di Kent, e per il matrimonio della sorella Fedora, con il quale le era venuta a mancare una delle poche compagne di gioco di un’età vicina alla sua. Tanto che nella prefazione del libretto, rimasto per quasi due secoli seminascosto negli archivi del Castello di Windsor, si legge: “Laddove molti bambini si inventano amici invisibili al resto del mondo, Vittoria ha creato una scuola intera”.
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Se dell’immaginazione della regina si sapeva poco, la sua inclinazione per la scrittura, ai limiti della grafomania, è invece cosa nota. Poco più di un anno dopo aver scritto la storia di Alice, Vittoria, appena tredicenne, iniziò il suo monumentale diario, che riempì ogni sera fino a dieci giorni prima di morire, arrivando ad accumulare 122 volumi, ridotti poi a 111 dalla figlia Beatrice che espunse le parti più imbarazzanti. Il resto fu in parte pubblicato e, per i parametri dell’epoca, diventò un vero bestseller.

Londra celebra Alexander McQueen, sarto e iconoclasta (da ‘Il Messaggero’ del 13 marzo)

C’era la tradizione e c’era la sovversione, nel genio di Alexander McQueen. I tagli sartoriali più precisi e gli squarci più violenti e irriverenti convivevano nella sua mente e nei suoi lavori esposti in ‘Savage Beauty’, la grande e attesissima mostra che aprirà domani al Victoria&Albert Museum di Londra, la città dove ‘Lee’, come lo chiamavano gli amici, è nato nel 1969 e dove è morto suicida nel 2010. L’omaggio che la città ha finalmente reso ad uno di quei suoi figli geniali e tragici di cui la cultura britannica è sempre fiera – McQueen era figlio di un tassista, come Amy Winehouse – occupa 10 grandi stanze, durerà fino al 2 agosto ed è un riuscito tentativo di offrire un allestimento all’altezza degli oggetti in mostra: più di 240 vestiti e indumenti che vanno dalle prime straordinarie espressioni di creatività della collezione con cui si è diplomato alla Central Saint Martins’ nel 1992 allo stile personalissimo con cui aveva rivisitato ogni periodo storico, ogni spunto estetico, ogni elemento della natura fino all’ultima collezione incompiuta.

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La nota più costante dell’universo di McQueen è una sensibilità gotica in cui la cupezza si fa sublime e viene declinata in maniera più alta, più tragica. Basti pensare al suo celebre vestito di piume nere e all’utilizzo nuovissimo che lo stilista ha fatto dell’immaginario animale, rendendolo non più solo un elemento decorativo ma lasciando che le sue modelle si reincarnassero in uccelli, bestie primitive, rettili. Una delle sue prime collezioni, del 1995, era intitolata ‘The Birds’, gli uccelli, e si andava ad inserire in un lavoro sul corpo umano iniziato già prima, quando grazie all’esperienza accumulata lavorando da Gieves&Hawkes a Savile Row, uno dei tempi dell’ortodossia sartoriale inglese, aveva imparato a fare vestiti perfetti e a tagliarli nei modi più inaspettati. Pantaloni con la vita così bassa da coprire a malapena i fianchi, per dirne una. Nelle prime sale sono protagoniste le giacche, che superano la tradizione militare di cui sono figlie diventando terreno di sperimentazione grazie a vite strettissime, file di bottoni usate per segnare le forme, colli altissimi e solenni. Una struttura fondante e riconoscibile, quella del corpetto avvitato e marziale, sulla quale Alexander McQueen lavorerà per tutta la sua breve vita, declinandola in moltissimi modi e facendone l’unità di base su cui aggiungere corni e teste di coccodrillo, piume e maglie di metallo, cozze e conchiglie e tutto quello che la sua mente geniale immaginava nel formare il suo ‘romanticismo primitivo’.

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“C’era una teatralità irresistibile, una narrazione continua” nel suo lavoro, secondo Claire Wilcox, la curatrice di ‘Savage Beauty’, una mostra che ha permesso al V&A di compensare quella che era una grave mancanza, un ritardo imbarazzante, dopo che il Metropolitan Museum di New York era stato il primo a dedicare un’esposizione allo stilista nel 2011. ‘Lee’ era un grande estimatore del museo del costume londinese, dove era di casa. “Le collezioni del V&A non mancano mai di intrigarmi e di ispirarmi, la nazione è privilegiata ad avere accesso ad una tale risorsa… E’ il tipo di posto in cui vorrei rimanere chiuso di notte”, diceva lo stilista. Il quale puntava a fare vestiti che si potessero tramandare di generazione in generazione, nella migliore tradizione aristocratica inglese, e nei quali il tema dell’identità culturale è rimasta sempre presente, come dimostra la sala ‘nazionalismo romantico’, in cui il rosso del tartan scozzese è coraggiosamente abbinato ad un candido bianco e, in un percorso di idee che procede impercettibile e implacabile, diventa veneziano e si trasforma in una cappa che Casanova stesso avrebbe amato forse più delle sue donne.

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Al centro della mostra c’è una grande sala intitolata ‘Cabinet of Curiosities’, una camera delle meraviglie in cui numerosi piani di grandi scaffali neri sono esposte alcuni capi in cui il confine con l’opera d’arte si fa labilissimo. Vestiti la cui impossibilità di essere indossati non li rende meno ‘vestiti’ ma ne porta all’estremo la qualità di capi, protezioni, gusci, contrariamente a quanto talvolta portato in passerella da stilisti dalla creatività più spicciola. Dalla cintura con la spina dorsale alle rigide cotte di maglia strutturate come le giacche di cui sopra, fino ai cappelli matti e sublimi fatti con Philip Treacy, nella stanza delle curiosità ci sono i vestiti ideali di un mondo sognante e selvaggio. Adatti ad una donna eterna come l’ologramma di Kate Moss danzante che appare al visitatore poco dopo, prima di svanire tra i suoi mille veli.

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La strategia rischiosa dei media britannici: prendere in giro gli elettori di Farage per contrastare UKIP (da ‘Il Foglio’ del 26 febbraio)

L’Ukip non è mai stato così impresentabile, l’Ukip non è mai stato così forte. A poco più di due mesi dalle elezioni, la scena politica britannica è più frammentata che mai e quello che cinque anni fa era un abbozzo di tripartitismo ora sta diventando qualcosa di molto più complesso. Philip Stephens scrive sul Financial Times che l’establishment inglese, così come lo conosciamo, è finito, e che la “colla della Britishness” che teneva unito il paese si è persa, lasciando soltanto un “vuoto di legittimità”, in cui vincono gli “anti: gli anti elite, gli anti Europa, gli anti immigrati e gli anti capitalismo”. Nel verdeggiante panorama campestre e spaccato disegnato dall’Economist nella sua copertina di questa settimana, le due zolle di terra più grandi sono occupate dal Labour e dai Tory, ma se l’attuale premier Tory David Cameron sembra soprattutto soddisfatto di vedere il suo vice liberaldemocratico, Nick Clegg, cadere giù nel burrone, il troppo laburista Ed Miliband rischia di fare la stessa fine per mano di una inflessibile Nicola Sturgeon dello Scottish National Party. In tutta questa violenza, le due figure più ottimiste sono quella della leader dei Verdi Natalie Bennett che avanza serena in bicicletta, e del sardonico Nigel Farage con la sua tazza di té in mano.

Perché se l’Ukip non ha colpito il paese al cuore, ne sta sicuramente rosicchiando i bordi. Oltre alle due costituencies già conquistate, Rochester e Clacton, i sondaggi danno il partito in avanzata in altre tre circoscrizioni, Castle Point e South Basildon&East Thurrock, entrambe in Essex, e Boston&Skegness, in Lincolnshire. Tutte città costiere, con l’eccezione di Rochester che è fluviale, tutti luoghi che faticano a trovare una loro strada verso il futuro, come tanti loro abitanti di una certa età che con il mondo contemporaneo non sanno fare pace e che non si adeguano al linguaggio progressista dei media. I quali già da tempo vanno a caccia dell’ultima gaffe, della parola irripetibile, della battuta stantia e razzista, della scivolatura antisemita. “E’ molto facile tendere tranelli a questi elettori e portarli a infrangere l’ultimo tabù di questo paese: il razzismo”, spiega al Foglio David Goodhart, direttore del think tank Demos e autore di “The British Dream”, un libro sull’immigrazione in cui sostiene che sia ingiusto accusare di razzismo chi è preoccupato dei cambiamenti che l’accoglientissima Gran Bretagna sta attraversando.

“Ogni forma di preoccupazione di natura demografica è diventata razzismo, e questo svuota la parola stessa”, prosegue Goodhart, inviso ai liberali da quando nel 2004 pubblicò sul Prospect Magazine da lui fondato un articolo intitolato “Too diverse?” in cui iniziava ad enunciare le sue teorie. “Ci saranno anche dei razzisti dentro Ukip, ma ci sono soprattutto persone preoccupate, e il partito è diventato il grande campo di battaglia in cui stiamo lottando contro il tabù di cui sopra, il razzismo”, col risultato, spiega, che “i media liberali stanno facendo involontariamente da sergente reclutatore per conto dell’Ukip”.

Il risultato, a qualche mese dalla conquista dei primi due seggi a Westminter – l’augusto palazzo, peraltro, ha seri cedimenti strutturali e ha scelto questa campagna elettorale imprevedibile per manifestarli – è che gli Ukippers hanno guadagnato in sicurezza e a ogni nuovo errore sembrano fare più cerchio intorno ai propri membri, sembrano sentirsi meno in dovere di scusarsi. Al momento l’elettore Ukip sta avendo più successo e più visibilità di Nigel Farage stesso, che in attesa della stagione a lui propizia dei dibattiti televisivi non tocca quasi palla mentre cerca di avventurarsi con passo incerto al di fuori del suo binomio tematico classico immigrazione-Europa, Europa-immigrazione.

La Bbc ha trasmesso “Meet the Ukippers”, cinquanta minuti di documentario in cui si racconta il partito nel Thanet, penisola del Kent baciata da un sole impareggiabile per gli standard britannici ma il cui appeal turistico è stato spolpato dall’arrivo di Ryanair e dalla concorrenza del più tenace beltempo spagnolo. Intervistando anziani sostenitori nelle strade decadenti e multietniche di Ramsgate e Cliftonville, la Beeb ha tracciato un ritratto vivace ma certo non lusinghiero di militanti di mezza età – una consigliera dell’Ukip di nome Rozanne Duncan, prontamente espulsa dal partito – che parlano del fatto che hanno “un vero problema ad accettare le persone con tratti negroidi” e della legittimità di descrizioni come quella secondo cui gli ebrei hanno il naso adunco e le loro mogli portano la parrucca.

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Channel4, canale pubblico ma finanziato con la pubblicità e quindi non vincolato al leggendario equilibrio della Bbc, è andato un po’ oltre, con una docu-fiction dal sapore distopico in cui un improbabile presentatore anziano annuncia i risultati delle elezioni 2015: con un twist che si vuole quasi fantascientifico, il partito di Nigel Farage è in grado di formare un governo.

“Ukip, I primi 100 giorni” è raccontato dal punto di vista di un’ambiziosa deputata di origine asiatica, volto di punta del partito per fugare ogni accusa di razzismo. Alla seconda settimana, il Regno Unito esce dall’Unione europea, poi la deputata piange per la chiusura di aziende e la perdita di posti di lavoro, e infine iniziano gli episodi di razzismo, di espulsioni di immigrati. Il tutto filmato con interviste, finti notiziari e un lieto fine in cui lei se ne va dall’Ukip finalmente rinsavita. E la gente ha protestato. Molto. Il media watchdog Ofcom ha ricevuto 6.500 segnalazioni e ha aperto un’inchiesta per vedere se tutto quell’uso di immagini di archivio di sostenitori dell’Ukip che applaudono montate insieme a finti discorsi di leader del partito siano o no “misleading”, ingannevoli. E se la storia della finta deputata indiana sia anch’essa tendenziosa. Fatto sta che già a febbraio Channel 4ha superato per numero di proteste tutti i programmi del 2014, dando un grande assist a Farage, che ha twittato serafico: “Sembra che 100DaysOfUkip stia sortendo l’effetto opposto. Una visione distorta e di parte dell’Unico partito che crede nella Gran Bretagna”.

Il Telegraph, che sta facendo una campagna anti Ukip che neanche il Socialist Workers’ Party, cita da giorni un sondaggio commissionato da Lord Ashcroft secondo cui l’Ukip è ai minimi, appena all’11 per cento dei consensi, dopo che la gente ha capito grazie ai recenti programmi tv quanto siano razzisti e retrogradi. YouGov chiede a chi passa sul suo sito di rispondere alla domanda: cosa ne sarà dell’Ukip tra 10 anni. La maggioranza sostiene che sparirà. Possibile. Ma l’Ukipper ormai è nato e non sarà facile demolirlo.

Beau Sauvage o Bon Sauvage? Alla ricerca di bellezza e purezza tra le popolazioni tribali (da Il Messaggero del 4 ottobre)

Fotografare le popolazioni tribali per quello che sono: bellissime. Cercando di catturare con l’obiettivo la loro purezza morale, la loro eleganza guerriera e la loro autenticità, messe a repentaglio dall’avanzare del progresso. E’ questa l’inspirazione che ha dato vita al progetto ‘Before They Pass Away’, letteralmente ‘prima che vengano a mancare’, portato avanti dal fotografo britannico Jimmy Nelson, il quale dopo aver visitato 35 tribù di tutto il mondo è giunto alla conclusione che la purezza dell’umanità esiste e si trova sulle montagne, nei ghiacciai, nella giungla, lungo i fiumi e nelle valli. Fotografando queste persone nello stile patinato che di solito viene riservato alle modelle e agli attori, con i suoi ritratti epici Nelson ha tentato di mettere il suo soggetto su un piedistallo e di prendere le distanze dall’approccio paternalistico che ha caratterizzato fino ad ora i progetti fotografici sulle popolazioni tribali. “Il mio sogno è sempre stato di preservare le tribù del mondo attraverso la fotografia”, spiega il fotografo, aggiungendo che non si può evitare che il cambiamento avvenga, ma si può “creare un documento visivo che ricordi a noi e alle generazioni dopo di noi la bellezza e la purezza della vita onesta”.

© Before They Pass Away by Jimmy Nelson, Maasai, Tanzania, published by teNeues, www.teneues.com. Photo © Jimmy Nelson Pictures BV, www.beforethey.com, www.facebook.com/jimmy.nelson.btpa
© Before They Pass Away by Jimmy Nelson, Maasai, Tanzania, published by teNeues, http://www.teneues.com. Photo © Jimmy Nelson Pictures BV, http://www.beforethey.com, http://www.facebook.com/jimmy.nelson.btpa

Un punto di vista che però ha fatto infuriare le associazioni che si occupano della protezione delle popolazioni tribali. Secondo Survival International la scomparsa di queste tribù viene presentata dal libro come un fatto ineluttabile e non, come a loro avviso è, il risultato voluto di politiche aggressive da parte dei governi e delle grandi aziende. Inoltre sono state ravvisate alcune inesattezze nel modo in cui i soggetti sono stati rappresentati: ad esempio alcune ragazze dell’Ecuador sono state fotografate con addosso solo una foglia di fico, mentre di solito le donne della loro tribù, le Waorani, indossano degli abiti e, nelle generazioni precedenti, si nascondevano le pudenda con del filo. Qualcuno ha poi protestato per aver trovato la propria tribù d’origine erroneamente descritta come “i più temibili cacciatori di teste di Papua”, mentre i Maori se la sono presa per essersi visti bollare come “in via di sparizione”.

© Sophie Pinchetti/Survival
© Sophie Pinchetti/Survival

Un indiano amazzonico, Nixiwaka Yawanawá, è andato personalmente a protestare davanti alla galleria londinese Atlas, dove le foto saranno esposte fino al 16 novembre, dicendo “in quanto persona tribale” si sente “offeso” dal lavoro del fotografo, definito “oltraggioso”. Yawanawà ha dichiarato che gli autori del libro, che costa 128 euro nell’edizione normale e 6.500 in quella da collezione, “stanno facendo soldi dicendo che i popoli tribali stanno ‘venendo a mancare’”. Accuse pesanti, alle quali Nelson ha risposto ribadendo l’entusiasmo con cui il progetto è stato accolto in ogni angolo del pianeta e come questa energia stia “creando un enorme slancio per la condivisione futura di conoscenza e idee”. L’ostracismo di Survival International è incomprensibile secondo il fotografo, visto che le 402 foto hanno come “principale obiettivo quello di mantenere la tradizione tribale in vita affinché noi possiamo imparare da essa”.

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Ripercorrendo il progetto, nato nel 2009, Nelson osserva che “solo quando uno viene spogliato dalla ricchezza, dalla classe sociale, dal colore e dalle disparità culturali, la vera comunicazione umanistica può iniziare a scorrere”. Inizialmente, racconta, le popolazioni erano riluttanti a farsi fotografare e per questo, insieme alla sua squadra, ha sempre passato giornate intere sul luogo prima di iniziare a scattare, dormendo con le tribù e sfidando condizioni estreme come quelle trovate in Mongolia, dove le sue dita stavano per congelarsi a -20 gradi. “Le tribù sono tutte molto simili nel modo in cui vivono in equilibrio con l’ambiente”, spiega Nelson, aggiungendo che “hanno raggiunto quella perfetta armonia con la natura a cui tutti in Occidente aspiriamo”. Un aspetto, questo, che ha cercato di catturare nelle sue foto, che però raffigurano soprattutto il lato fiero e guerriero delle popolazioni tribali. “Voglio che queste tribù capiscano che nel loro stile di vita c’è molta più purezza e bellezza che nel nostro, poiché non conoscono corruzione né avidità”, spiega. Le prime tribù sono state scelte sulla base della “bellezza estetica, della localizzazione geografica e della diversità della natura in cui vivono” e ora il progetto, su queste linee, andrà avanti.

Il disegno di moda, quando oltre al vestito si vendeva tutto un mondo (da ‘Il Messaggero’ del 12 settembre)

Pochi tratti di matita per rendere l’anima di un vestito, il mondo immaginario in cui è nato, l’atmosfera e il profumo che avvolgono chi lo indossa, nonché il tipo di eleganza che una figura irradia. Forse nulla come l’illustrazione è riuscita e riuscirebbe ancora a raccontare lo spirito della moda e le sue evoluzioni nel tempo, eppure si tratta di una forma d’arte trascurata, lentamente caduta in disuso e spesso guardata un po’ dall’alto in basso. Ma che non smette di piacere e di appassionare il pubblico, come hanno capito sia David Downton, un artista che la sta recuperando appieno, sia la Gallery 8 di Londra, che in questi giorni ospita una mostra di disegni di moda organizzata da Gray M.C.A., mercanti d’arte specialisti nel settore.

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“Se ne parla poco, ma appena vengono esposti questi disegni si vendono come il pane, la gente li ama e li colleziona”, spiega Ashley Gray scorrendo i 40 esemplari in mostra, provenienti da collezioni private di Los Angeles, di Parigi e di New York e risalenti ad un periodo compreso tra gli anni ’40 e gli anni ’70. Del dopoguerra traspare l’entusiasmo e la voglia di voltare pagina rispetto all’austerità e alle ristrettezze, e infatti sono questi gli anni d’oro dell’illustrazione di moda, anni in cui le donne ambivano a raggiungere uno stile ultrasofisticato e sempre perfettamente in tono con la circostanza, che si trattasse di una crociera o di un giro in decappottabile. Le grandi pubblicazioni come Vogue, Harpers & Queens (poi diventato Harper’s Bazaar) e Jardin des modes chiedevano alle star dell’epoca, ossia René Bouché, René Gruau e Carl ‘Eric’ Erickson, delle copertine da sogno e delle illustrazioni delle loro sfilate, mentre le case di moda come Nina Ricci e quelle di bellezza come L’Oréal si facevano fare da loro le pubblicità e riuscivano, con poche linee, a comunicare lo spirito della Maison.

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“Anche se il loro stile era familiare ai lettori e i loro nomi pubblicati in tutto il mondo insieme ai loro disegni, non sono mai stati riconosciuti come veri artisti”, spiega Connie Gray, raccontando di “un mondo quasi segreto in cui solo quelli che lavoravano nel settore si conoscevano e si ammiravano tra di loro”. Curiosamente, agli illustratori non era consentito prendere appunti durante le sfilate di Parigi e di solito correvano a disegnare in qualche caffè, lavorando di memoria per restituire non un vestito in particolare, ma l’essenza di una collezione. In questo i disegni sono molto diversi e non vanno confusi con i bozzetti degli stilisti, più tecnici, precisi e rivolti principalmente ai sarti. Le illustrazioni di moda si rivolgevano all’immaginario di un pubblico vasto, raccontavano una storia e, grazie a questa, facevano vendere migliaia di vestiti.

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L’impulso più forte al disegno di moda del dopoguerra è stato dato da Christian Dior e dal suo New Look del 1947, e la collaborazione con René Gruau, forse il più famoso illustratore del suo tempo, lasciò una traccia indelebile nella storia della Maison: è sua l’immagine originale di Miss Dior, “il più grande profumo della nostra epoca”, che non ha fattezze femminili bensì quelle di un sottile cigno bianco, con una collana di perle e un fiocco nero. Dopo due decenni di grazia per gli illustratori, iniziò a subentrare l’uso della fotografia, che permetteva un maggiore realismo nella comunicazione della moda, dando rilievo ai tessuti, ai dettagli, e consentendo anche una riproduzione più rapida e agevole.

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Con la cultura giovanile, la necessità di raccontare evoluzioni sociali e culturali rapidissime e la democratizzazione della moda, un certo tipo di stile e di illustrazione che lo interpretava sono invecchiati di colpo. C’è però qualcuno che è riuscito, sempre tramite la matita, ad raccontare questa rivoluzione. Barbara Hulanicki, prima di diventare ‘Biba’ partendo dalle vendite per posta di vestitini a trapezio e arrivando a costruire un impero, era un’illustratrice di moda: i suoi disegni di ragazzine sbarazzine con i capelli a caschetto catturano un’epoca più di mille foto e basta dargli un’occhiata per capire perché le giovani londinesi si accalcassero davanti ai negozi della stilista per accaparrarsi uno di quei vestitini che, per essere indossati, avevano bisogno di un reggiseno che appiattisse le curve, anch’esso raccontato in un’illustrazione piena di ironia. A riprova che se la fotografia vende un vestito, un disegno vende tutto un mondo.

Noialtri vittoriani: mirto, fiori d’arancio e la nascita della sposa in bianco (da ‘Il Messaggero’ del 1 maggio)

Quando, nel 1840, la regina Vittoria decise di sposarsi in bianco, fece una cosa un po’ inconsueta. Prima di lei le spose si vestivano infatti del colore che preferivano, spesso con motivi floreali, e il bianco, considerato molto elegante per la sera, veniva a volte scelto proprio affinché l’abito nuziale potesse essere riutilizzato, magari dopo aver scucito le maniche lunghe necessarie per la cerimonia in chiesa, che si svolgeva sempre di mattina. La mise nuziale delle donne inglesi del ‘700 e del primo ‘800 era definita più che altro da una coroncina di fiori – di mirto o d’arancio o di rosa, simboli di amore, virtù e fertilità – usata per tenere fermo il velo oltre che, ovviamente, dalla bellezza dell’abito, il quale, riciclabile o meno, doveva avere qualcosa di speciale, indicare il rango di chi lo indossava, essere accompagnato da delicate scarpette di raso e magari avere ricami d’oro e d’argento.

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Il Victoria&Albert Museum di Londra, instancabile nel ripercorrere le evoluzioni del gusto e del costume, ha dedicato agli abiti da sposa una mostra che aprirà il 3 maggio e durerà fino al 15 marzo del 2015, esponendo 80 capi creati e indossati dal 1775 al 2014. Dalla tenuta campagnola ma elegantissima della figlia di un agiato contadino del 1780 al vestito impalpabile e un po’ hippie disegnato da John Galliano per Kate Moss per il suo matrimonio con Jamie Hince nel 2011, la mostra racconta di spose famose o meno famose e del modo in cui hanno voluto interpretare il loro ruolo di un giorno. Come una tale Laetitia Powell, che nel 1761 si fece fare una bambola che la raffigura nel giorno del suo matrimonio, oppure come quelle spose che durante la seconda guerra mondiale fecero come Rossella O’Hara e si cucirono vestiti splendidi con il tessuto delle tende, oppure con la seta dei paracadute.

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Con un occhio alle riviste di moda, che già nel 1810 indicavano il bianco come colore adatto al matrimonio, e la manifattura nazionale che, sempre su esempio della regina Vittoria, diventò la fonte preferita di materiali e tessuti delle spose inglesi, dal merletto per le nobili al tulle semplice per le altre. La casa reale, d’altronde, ha sempre ispirato la moda in fatto di abiti da sposa, soprattutto con la diffusione della fotografia: la regina madre nel 1923 con il suo velo vecchio stile, un po’ calato sulla fronte, la principessa Margaret e la sua mise bianchissima e opulenta, carica di veli e di diamanti, Lady Diana fresca e radiosa nonostante il vestitone color perla con grandi fiocchi e, ovviamente, Kate Middleton, che Sarah Burton per Alexander McQueen ha reso ancora più perfetta con le maniche di merletto e il lungo strascico. Passando per Elisabetta, più regina che sposa in un pallido color crema con ricami preziosi e con il difficile compito di dare un segno di speranza ad un paese che, nel 1947, faticava a rimettersi in piedi dopo la guerra.

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Già negli anni ’50 Vogue registrava l’arrivo del “vestito corto da sposa”, formale ed elegante, e il colore, dopo circa un secolo dominato dal bianco, tornò ad essere un segno di stravaganza e di indipendenza: Dita Von Teese, ad esempio, indossò un ampio abito viola di Vivianne Westwood con scarpe in tono di Louboutin per il suo matrimonio. Il marito, d’altra parte, era Marilyn Manson.

Galliano per Kate Moss
Galliano per Kate Moss

‘The Glamour of Italian Fashion’ e la nostalgia per il paese del taglia e cuci (da ‘Il Messaggero’ del 4 aprile)

Non ci sono solo un centinaio di vestiti splendidi, alcuni accessori traboccanti di inventiva, dei gioielli abbaglianti e una bella storia di creatività e di imprenditoria in mostra da domani al Victoria&Albert di Londra. Quello che il museo inglese è riuscito a raccontare in soli quattro grandi saloni – e ci si chiede perché sia stato il primo e l’unico a farlo fino ad ora – è il non-so-che caratteristico, e unico, della moda italiana. Un tratto particolare fatto di quella qualità sartoriale esibita che rende i vestiti meno eterei, per dire, di quelli francesi, ma così perfetti nelle forme e nelle proporzioni da riempire lo spazio come opere d’arte, facendosi portatori di un’eleganza solare, formale e ottimista. Non a caso la mostra, aperta fino al 27 luglio, si intitola “The Glamour of Italian Fashion 1945-2013” come a ribadire che protagonista, qui, è l’essenza, il glamour.
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Tutto iniziò in una Firenze ancora invasa dalle macerie del 1945, quando l‘impresario Giovanni Battista Giorgini, forte dei contatti americani costruiti negli prima della guerra, organizzò le famose sfilate della Sala Bianca di Palazzo Pitti, portando tutti i principali atelier del paese davanti ad un pubblico internazionale e facoltoso.

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La sartoria italiana usciva rafforzata dagli anni del fascismo, che usò la moda per creare un sentimento nazionale, incoraggiando l’allontanamento dalle influenze francesi e, come sempre, l’italianizzazione dei nomi. E nel 1951 era pronta a scintillare, questa moda, come dimostrano le creazioni straordinarie di nomi come Emilio Schuberth, maestro della sfumatura, come Alberto Fabiani e sua moglie, nota solo come Simonetta, e come Vita Noberasco, le cui creazioni, a pochi mesi dall’evento fiorentino, già erano sugli scaffali dei grandi magazzini americani. Giorgini, astutamente, fece spazio anche agli accessori e all’abbigliamento informale, come le tenute da mare di Emilio Pucci, ricercatissime dagli americani e ancora perfette, attuali.

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Ma in un paese come l’Italia, in cui nel 1950 l’80% dei vestiti era ancora fatto a mano, anche le sarte avevano abilità straordinarie. Ne è testimone la collezione di vestiti della ricca americana Margaret Abegg realizzati dall’oscura Maria Grimaldi di Torino e talmente belli da destare ammirazione “non solo a New York ma anche a Parigi”, come scrisse la Abegg nella nota in cui donava la sua collezione al V&A. Delle leggendarie Sorelle Fontana ci sono due abiti neri, uno con dei ricami dorati a foglia e l’altro, semplice e impeccabile, appartenuto ad Ava Gardner, diva hollywoodiana che insieme alle colleghe Liz Taylor e Audrey Hepburn fece moltissimo per lanciare la moda italiana in tutto il mondo. Nella famosa scena del ballo di Guerra e Pace di King Vidor, la Hepburn riesce a rendere la leggerezza e la grazia di Natasha Rostova grazie alle sue qualità personali, ma anche grazie all’impalpabile vestito stile impero che le disegnò Gattinoni. Un altro ballo, questa volta vero, segnò la consacrazione: al Black and White Ball organizzato nel 1966 da Truman Capote e definito ‘la festa dell’anno per molti anni a venire’, Lee Radziwill, la sorella altrettanto chic di Jacqueline Kennedy, indossò una lunga tunica di Mila Schön.

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La curatrice della mostra, Sonnet Stanfill, ha messo in rilievo come “l’esuberanza di quel periodo senza precedenti” sia stata un’opera corale, nata dalla rete di eccellenze e competenze su tutto il territorio nazionale. A fare da direttore d’orchestra, un personaggio nuovo: lo ‘stilista’, figura di mediatore tra industria, acquirenti, stampa, pubblico, creatore non di moda ma di stile come il vulcanico Walter Albini, morto giovane, a cui il V&A ha voluto rendere un omaggio postumo. Il premier Matteo Renzi, visitando la mostra durante la sua visita a Londra, “ha detto che si sentiva come se fosse a Firenze” grazie allo straordinario lavoro d’archivio compiuto, ha riferito la Stanfill. “D’altra parte non avendo noi un museo della moda italiana, l’unico modo di conoscerne la storia è andare di archivio in archivio, molti dei quali sono privati”, ha commentato Maria Cristina Giusti, consigliere della Fondazione Fontana e nipote delle Sorelle.

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