Yves Saint Laurent nella campagna inglese, due mondi a confronto (da ‘Il Messaggero’ del 17 luglio)

LONDRA – Un museo che sembra un castello francese nel mezzo della campagna inglese, una piccola roccaforte del gusto d’oltralpe grande abbastanza per raccontare il mondo dello stilista Yves Saint Laurent: la destinazione ideale per portare per la prima volta nel Regno Unito il genio francesissimo di Yves Saint Laurent con la mostra ‘Style is Eternal’, che rimarrà aperta fino a fine ottobre. Il Bowes Museum si trova nella pittoresca cittadina di Barnard Castle, County Durham, nel nord dell’Inghilterra, luogo tanto lontano da Londra quanto splendido da visitare per assaporare quella campagna inglese rappresentativa dello spirito del paese forse più della sua megalopoli. L’edificio, con i suoi giardini principeschi, è una stravaganza costruita a metà ‘800 e secondo quanto spiegato alla BBC da Pierre Bergé, il partner di una vita dello stilista, “è un luogo che riflette la passione di Saint Laurent e mia per i luoghi evocativi, senza tempo”.

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Da tempo il Bowes ospita mostre di moda, da una sulle scarpe di Vivienne Westwood a una, più recente, su ‘Uccelli del Paradiso: piume e penne nella moda’, e contiene anche un’interessante collezione permanente di moda e tessile. Distribuita su tre grandi sale, la mostra su YSL mette in luce i momenti cardine della percorso creativo dello stilista e l’influenza significativa che ha avuto sulla moda e sul modo in cui continuiamo a vedere l’abbigliamento femminile. “La moda svanisce, lo stile è eterno”, disse una volta lo stilista, nato in Algeria nel 1936. Nel dare corpo a questo concetto, la mostra presenta 50 capi tra cui alcuni pezzi dalla leggendaria collezione russa, i vestiti ispirati al pittore Piet Mondrian del 1965 e gli smoking. Dopo tre anni passati da Christian Dior come direttore artistico alla morte dello stilista, che lo aveva nominato suo assistente quando aveva solo 17 anni e dopo l’allontanamento da parte dei proprietari della maison in seguito ad una collezione disastrosa, nel 1960 Saint Laurent decise di fondare la sua casa di moda insieme al suo compagno Bergè.

Premier smoking Yves Saint Laurent
Premier smoking Yves Saint Laurent

La prima sfilata è del 1962 e per 40 anni la divisione di ruoli tra i due è perfetta, funziona a meraviglia: Bergé si occupa della gestione dell’azienda, Saint Laurent solo della parte creativa. Nel 1976 finisce la relazione sentimentale, continua quella professionale. Nei primi 12 anni di collezioni lo stilista definisce il suo mondo e compone gli elementi essenziali del guardaroba della donna moderna: la giacca da marinaio e l’impermeabile nel 1962, il primo smoking nel 1966, la giacca da safari e il primo completo-pantalone nel 1967, la tuta nel 1968. Una vastissima selezione di questi capi leggendari, oltre a bozzetti, modelli di carta e accessori di solito conservati alla Fondazione Pierre Bergé-Yves Saint Laurent nella sede di Rue Marceau a Parigi, sono presenti alla mostra. Ci sarà anche un pezzo raro come un vestito di seta rosa del 1958, esposto solo una volta. La collezione intera di Parigi comprende 5000 capi, 2000 paia di scarpe, più di 10.000 gioielli e centinaia di cappelli.

‘Suzy’ Doll with four outfits from her wardrobe, Yves Saint Laurent
‘Suzy’ Doll with four outfits from her wardrobe, Yves Saint Laurent

Uno dei tratti caratteristici di YSL è il suo ricorso al codice d’abbigliamento maschile, declinato però in maniera ultrafemminile, in modo da conferire alle donne che indossano le sue creazioni un senso di potere che non scade mai nella mortificazione del corpo. “Se Chanel ha dato alle donne la loro libertà, è stato Saint Laurent a dare loro potere”, secondo le parole di Bergé. Sebbene i suoi vestiti fossero destinati soprattutto alle donne facoltose della borghesia francese e internazionale, lo stilista aveva l’ambizione di vestire tutte e di portare la sua creatività al di là dei limiti imposti dalla haute couture. Anche in questo fu pioniere: nel 1966 aprì il primo negozio di prêt-à-porter ad avere il nome di uno stilista, SAINT LAURENT rive gauche, portando la moda a fare un ulteriore passo avanti verso come la conosciamo noi.

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‘Pantalons’ collection board Spring-Summer 19

Fu anche uno dei primi ad introdurre un po’ di diversità sulle passerelle, usando modelle di colore, per riflettere quell’immaginario etnico che lo ha sempre contraddistinto. Appassionato di arte e lui stesso collezionista, Saint Laurent ha spesso reso omaggio a pittori, scultori e scrittori nelle sue collezioni. Dopo Mondrian ha celebrato Diaghilev e Picasso nel 1979, mentre negli anni ’80 è stata la volta di Matisse, Cocteau, Braque e Van Gogh, ma la sua fonte d’ispirazione principale, come spiegato anche da Bergé, è sempre stata la Francia, con le sue evoluzioni, i suoi cambiamenti, i suoi momenti storici, il suo spirito. “Saint Laurent è un simbolo della Francia tanto quanto il casco del poliziotto è un simbolo della Gran Bretagna”.

Amleto, Benedict Cumberbatch e quel monologo messo proprio all’inizio (da ‘Il Messaggero’ del 21 agosto)

LONDRA – C’è del marcio nel teatro, dice qualcuno, se basta un critico velenoso o qualche commento dal pubblico su un’anteprima per far cambiare idea ad un regista. E a fargli fare marcia indietro rispetto all’idea di aprire il suo ‘Amleto’ direttamente con il monologo più famoso, l’Essere o non essere, idea non particolarmente rivoluzionaria che però ha fatto discutere. Fatto sta che Benedict Cumberbatch, vestendo i panni tormentati del principe di Danimarca, nella versione definitiva dello spettacolo che andrà in scena al Barbican di Londra dal 25 agosto in poi, si chiederà “se sia più nobile nella mente soffrire i colpi di fionda e i dardi dell’oltraggiosa fortuna o prendere le armi contro un mare di affanni” nel terzo atto, come voluto da William Shakespeare. Una produzione, quella dell’Amleto con la superstar britannica, che sta facendo parlare di sé da mesi ormai e che comunque vada è già un successo. I biglietti si sono venduti alla velocità della luce, più rapidamente che per qualunque altro spettacolo della storia del paese, e tutte le notti ci sono persone, soprattutto ragazzine, accampate davanti all’imponente costruzione brutalista, il Barbican, e pronte a tutto per accaparrarsi i 30 biglietti venduti ogni mattina a 10 sterline per il giorno stesso.

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Lo spettacolo ha avuto qualche settimana di ‘preview’, ossia di repliche in anteprima, con biglietti a prezzi comunque elevati, che hanno riempito le prime pagine dei giornali del mondo perché hanno offerto a Cumberbatch l’occasione per fare un altro monologo importante, sebbene più informale, per il teatro contemporaneo: smettetela di registrare e far foto agli attori in scena e godetevi lo spettacolo con gli occhi, non con gli smartphone. Un appello al pubblico di cui si è parlato per settimane e che però ha portato più di qualcuno a chiedersi se quella in scena in quei giorni fosse un’anteprima – sui biglietti non era specificato – o lo spettacolo vero e proprio. Qualunque cosa fosse Kate Maltby, sul Times, ha stroncato lo spettacolo, definendolo un “Amleto per bambini cresciuti a Moulin Rouge” e rivendicando il suo diritto a basare la sua recensione sulla versione provvisoria, vista la pubblicità e l’attenzione data alla versione diretta da Lyndsey Turner. La decisone di aprire con l’Essere-o-non-essere, per Maltby, è “indifendibile” da un punto di vista drammaturgico visto che il principe è a lutto, ma non ancora furioso, e il fantasma del padre non gli è ancora apparso per raccontargli la verità sulla sua morte. Come se si aprisse la Turandot direttamente con ‘Nessun dorma’ per andare incontro ai fan che sanno le parole a memoria…

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Che sia una versione a misura di seguace di Cumberbatch è suggerito anche da un commentatore del Financial Times, che in un articolo ironico – non una recensione – intitolato ‘Shylock contro Sherlock’ sottolinea come il ‘Celebrity Shakespeare’ possa non essere la soluzione per resuscitare l’interesse delle giovani generazioni verso il Bardo. Lo stesso Benedict, parlando ai suoi fan di quanto sia difficile dare il meglio mentre la sala è invasa dalle lucine rosse dei cellulari, aveva commentato la decisione di avere il monologo all’inizio della tragedia con un secco: “Non è il punto più semplice in cui iniziare una piece, fine”. La produzione non ha voluto commentare ufficialmente, anche se alcuni addetti ai lavori hanno fatto presente che una preview è fatta proprio per essere cambiata in corso d’opera. Per tutto il tempo in cui Amleto sarà in scena, fino al 31 ottobre, sembra che il sipario si aprirà sul principe di Danimarca che ascolta Nature Boy di Nat King Cole sul suo giradischi. Prima che il suo mondo vada in frantumi.

Notturno londinese (da ‘Il Foglio’ del 14 agosto)

LONDRA – L’enorme successo di Londra come capitale internazionale ha fatto varie vittime, tra cui una inaspettata: la vita notturna. Passate dal selvaggio all’educato, le serate londinesi sono ormai fatte soprattutto di ristorantini perbene, dove si mangia leggero, dei soliti molti molti drink in un bar carino e un po’ in posa e di un rientro a casa etilico e cenerentolesco, in tempo per l’ultima metro di mezzanotte e mezzo o un po’ più tardi con gli impeccabili bus notturni, affidabili e sicuri anche per chi è semicosciente. In tutto il paese è così ed così da un po’ di tempo: non che non si esca, tutt’altro, ma si esce diversamente. Magari anche questa sarà solo una moda passeggera, fatto sta che c’è chi se ne preoccupa un po’: a Parigi la vita notturna è protetta come fosse il Louvre, Berlino rimane imbattibile, Amsterdam resta competitiva e Londra, che ha un’offerta culturale enorme e che attrae gente da tutto il mondo, rischia di perdere quella spontaneità che un tempo la rese swinging, punk, cool.

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Qualche giorno fa l’associazione dei gestori di nightclub ha fatto sapere che negli ultimi 10 anni quasi la metà dei locali ha chiuso i battenti. Dei 3.144 del 2005 ne sono rimasti 1.733, sempre più in affanno per via di un sistema di licenze rigidissimo che tiene in massima considerazione le esigenze dei vicini di casa. Solo nell’ultimo anno se ne sono andati due posti amatissimi e storici come il Plastic People e Madame Jojo’s, mentre il Fabric è costantemente sotto minaccia dopo aver avuto quattro morti per droga in tre anni ed è riuscito a rimanere aperto solo accettando – giustamente – una serie di misure drasticissime, dai cani alle perquisizioni all’ingresso. A Hackney e Dalston, ex zone grigie dove continuano a succedere molte cose la sera, ormai le case costano così tanto che nessuno vuole rischiare di perdere soldi lasciando campo libero ai locali, che sono tanti e la maggioranza dei quali chiude comunque prestissimo per gli standard continentali. D’altra parte in molti hanno scelto di abitarci per la reputazione di quartiere vivace e non solo per l’imbarazzo della scelta di colazioni biologiche, e infatti si organizzano feste di protesta contro le ordinanze troppo severe.

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Ma il problema non è solo politico. L’amara verità, osservano DJ e gestori, è che anche la gente è cambiata e che il biglietto d’ingresso, in tempi di tasse universitarie alte e con una generazione cresciuta negli anni dell’austerity, è uno scoglio difficile da superare. La concorrenza arriva dai pub, che restano magari aperti un po’ più tardi rispetto al classico rintocco delle 11 per l’ultimo giro di ordini, e soprattutto dai giganteschi festival che si svolgono d’estate in tutto il paese, da Glastonbury al Latitude al Bestival, e che stanno attirando sempre più DJ. L’ingresso costa molto, ma per tre giorni ci si lascia andare senza pensare a niente e il meglio della musica viene servito su un piatto d’argento, tra campeggi, bevute epiche e giovani English Roses che imitano Georgia Jagger vestite da hippies. Sono grandi banchetti di musica dal vivo e di eventi culturali, da cui si esce talmente sazi che per un po’ i giovani britannici, ma anche quelli meno giovani, possono continuare a fare una delle loro cose preferite, ossia guardare qualche serie TV su Netflix mangiando pizza da asporto.

Ma la vitalità delle città, di questa delocalizzazione del divertimento, ne risente un po’. Ci ha riflettuto tanto anche Peter Aspden, il capo della cultura del Financial Times, in un bel pezzo sulla scena musicale londinese, non quella dei grandi nomi ma quella più sperimentale dei gruppi emergenti che alla sua generazione hanno regalato serate con Elvis Costello o con i Jam. “A volte lo sguardo nostalgico è anche uno sguardo giusto”, osserva Aspden prima di addentrarsi nella contemporaneità di una serie di concertini hipster asettici o di serate nostalgiche con punk settantenni sul palco. Ma il problema non è il fatto che la sua generazione fosse irripetibile, bensì “il fatto incontrovertibile che il numero di posti per ascoltare musica live a Londra è in calo”. Il prezzo delle case sarà pure importantissimo, ma sul valore della vitalità non c’è niente da aggiungere, dovrebbe spiegarsi da sé.

Duemila anni di tortura e incanto. Il V&A spiega l’ossessione per le scarpe (da ‘Il Messaggero’ del 12 giugno)

LONDRA – Pochi oggetti nel corso della storia hanno voltato le spalle alla funzionalità con la convinzione delle scarpe. Con un colpo di tacco, verrebbe da dire. Elevare, ornare, distinguere, incantare sono stati, nel corso dei secoli, gli scopi principali intorno ai quali le calzature si sono evolute e sono arrivate al giorno d’oggi in cui la scomodità un tempo riservata ai nobili e ai ricchi è finalmente alla portata di tutti. Per la gioia di chi costringe i propri piedi in splendidi oggetti di tortura, consapevole che il loro potere di trasformare chi li indossa è addirittura superiore a quello dei vestiti.

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Nel selezionare i 250 paia di scarpe per la mostra ‘Shoes: Pleasure and Pain’ (Scarpe, piacere e dolore) al Victoria&Albert Museum di Londra, aperta dal 13 giugno al 31 gennaio 2016, i curatori si sono concentrati sui modelli più estremi e sorprendenti. Perché la storia della calzatura si è sviluppata intorno a due poli: le scarpe per muoversi e quelle per non muoversi. Le prime erano destinate a tutti, dalle classi contadine che dovevano proteggersi dal freddo e dalla terra ai militari, in cui l’elemento della distinzione era comunque importante. Le seconde, antenate dei tacchi a spillo, sono nate per segnare nel modo più chiaro possibile la distanza tra chi le indossava e la massa degli umani afflitti dai bisogni pratici.

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“Oggetti scultorei, belli, sono anche indicatori potenti di genere, status, identità, gusto e perfino preferenze sessuali”, spiega la curatrice Helen Persson: “La nostra scelta di scarpe ci permette di proiettare l’immagine di chi vogliamo essere”. E infatti la mostra si svolge intorno a tre grandi temi, il primo dei quali, la trasformazione, non può che prendere le mosse dalla storia di Cenerentola e della scarpetta che la sottrae al suo ingiusto destino d’indigenza e sconforto. Una trama, questa, di cui si trovano tracce già nell’Egitto del I secolo e i cui elementi ricorrono in Asia, in Europa e addirittura tra gli indigeni d’America, ma che ha raggiunto la sua forma più nota nel 1697 con Charles Perrault, al quale di deve un elemento fondamentale: il vetro, che non si piega e non si allarga, e non permette margine d’errore su chi sia la legittima proprietaria della scarpetta.

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Quello che Cenerentola ha fatto per i creatori di décolletés favolose come Christian Louboutin o Manolo Blahnik, ‘Il Gatto con gli stivali’ lo ha fatto per le calzature sportive: creare la narrativa di una scarpa che conferisce poteri magici e forza sovrumana. Ma la morale non è sempre positiva e le regole sono diverse per uomini e donne: in ‘Scarpette rosse’, film del 1948, la ballerina Vicky Page viene posseduta da una forza che si sprigiona dalle sue calzature di raso e che la porta alla perdizione, come nella favola crudelissima di Hans Christian Andersen. Anche perché storicamente le scarpe delle donne sono fatte più per contenerla, la forza, come nel caso dei gita giapponesi o delle minuscole calzature di seta cinesi, che per accrescerla.

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Il potere è rappresentato da ciò che si calza – le scarpette argentate di Elisabetta II al Queen’s Speech di fine maggio in Parlamento erano appena meno grandiose dei suoi diamanti – e ciò che si calza condiziona la maniera in cui una persona si muove, il rumore che fa quando cammina, la sua capacità stessa di camminare, spesso ostacolata dalle pesanti decorazioni come certi plateau settecenteschi per evitare il fango o i 20 centimetri di punta all’insù delle ghatela indiane da uomo dorate. Le suole e i tacchi rossi, ad esempio, sono un elemento di distinzione che non è nato con Louboutin visto che già il Re Sole li sfoggiava per rendere ogni sua apparizione il più teatrale possibile, così come vi faceva ricorso l’antesignano degli shoe designers, il francese André Perugia, di cui si è ingiustamente persa un po’ la memoria, autore della prima scarpa alta senza tacco.

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In Louboutin il rosso pone però l’accento non sul potere, bensì sull’ultimo e fondamentale messaggio delle calzature: la seduzione. Oggetto feticista per eccellenza insieme al piede che contiene (e della cui anatomia si fa un baffo), la scarpa femminile tende a rimpicciolire il piede, ma anche a conferirgli aggressività e statura. Aggiungendo o sottraendo elementi tratti da ogni sottocultura a disposizione e in particolare del mondo sfacciato delle case chiuse, spingendo ogni volta il limite un po’ più in là, stringendo le piante e alzando quei tacchi dove nessuno può arrivare.

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Vittoria, la sovrana scrittrice, scrisse un racconto a 11 anni. E 122 volumi di diario nel resto della sua vita. (da ‘Il Messaggero’ del 10 aprile)

LONDRA – ‘Le avventure di Alice Laselles’ è una storia vittoriana in senso stretto. Non solo parla di una dodicenne costretta a vivere in collegio da una matrigna cattiva, di un’orfanella francese con un occhio solo e di un cagnetto viziato di nome Frisk che mangia solo tartine imburrate, ma è frutto dell’immaginazione fervida di Alexandrina Victoria, una bambina di quasi 11 anni – 10 e tre quarti, per l’esattezza – diventata poco tempo dopo la sovrana più longeva della storia britannica: 63 anni e 7 mesi (con i suoi 63 anni e due mesi di regno appena compiuti, Elisabetta II è una concorrente temibile). E ricordata per aver segnato un’epoca, quella vittoriana, che ha lasciato tracce indelebili nell’identità britannica soprattutto per il sentimentalismo castigato, per il grande amore per il mondo dell’infanzia e per l’estetica delicata e floreale che si sono andati sviluppando in quegli anni. Tutti elementi che si ritrovano nel breve racconto che verrà pubblicato per la prima volta l’8 giugno prossimo dal Royal Collection Trust e che la futura regina Vittoria, scrittrice appassionata e prolifica per tutta la vita, aveva inizialmente intitolato ‘The School’, ‘La Scuola’.
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La protagonista è Alice, una ragazzina che ha perso la mamma e a cui il padre, appena risposato con una donna giovane e perfida, annuncia che la manderà a vivere nel collegio gestito da Mrs Duncombe, allontanandola così dai suoi affetti e dall’adorato cane Frisk, che mangia “pane e latte e colazione e toast con il burro per cena” e dal quale si separa in lacrime. “‘Oh no, non mandarmi via caro Papi’, esclamò Alice Laselles, gettando le braccia al collo del suo papà. ‘Non mandarmi via, lasciami rimanere con te’”, reagisce disperata la dodicenne, che passa poi a raccontare la sua vita in collegio, dove incontra una ‘povera piccola orfana francese’ rimasta cieca di un occhio per via del vaiolo, Ernestine Duval, l’orgogliosa figlia di un ricco banchiere di Londra, Barbara, una bambina scontrosa e capace di violentissimi scatti d’ira da quando il padre è partito per l’India, Diana, e la bellissima e vanitosissima Charlotte, che passa il suo tempo allo specchio a rimirarsi il visino perfetto e a sistemarsi i boccoli. Le avventure della ragazzina raggiungono una vetta quando Alice viene accusata a torto di aver fatto entrare un gatto nel collegio senza permesso dopo che qualcuno aveva cercato di incastrarla mettendo al gattino un nastro rosso con sopra scritto il suo nome. Alla fine tutto si risolve per il meglio e la bambina finisce col vivere felice nell’istituto insieme alle sue abitanti e alla buona Mrs Duncombe.
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Il libro, nato come esercizio di composizione in inglese, è splendidamente illustrato con delle bambole di carta ritagliate dalla stessa principessina Vittoria insieme alla sua governante, la baronessa Louise Lehzen, affiancate a disegni contemporanei. Nella dedica originale si legge: “Alla mia cara Mamma, questo mio primo tentativo di composizione è affettuosamente e diligentemente firmato dalla sua amorevole figlia Vittoria”. La futura sovrana, per sua stessa ammissione, era stata una ragazzina “piuttosto malinconica” soprattutto per via della morte del padre, il Duca di Kent, e per il matrimonio della sorella Fedora, con il quale le era venuta a mancare una delle poche compagne di gioco di un’età vicina alla sua. Tanto che nella prefazione del libretto, rimasto per quasi due secoli seminascosto negli archivi del Castello di Windsor, si legge: “Laddove molti bambini si inventano amici invisibili al resto del mondo, Vittoria ha creato una scuola intera”.
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Se dell’immaginazione della regina si sapeva poco, la sua inclinazione per la scrittura, ai limiti della grafomania, è invece cosa nota. Poco più di un anno dopo aver scritto la storia di Alice, Vittoria, appena tredicenne, iniziò il suo monumentale diario, che riempì ogni sera fino a dieci giorni prima di morire, arrivando ad accumulare 122 volumi, ridotti poi a 111 dalla figlia Beatrice che espunse le parti più imbarazzanti. Il resto fu in parte pubblicato e, per i parametri dell’epoca, diventò un vero bestseller.

Londra celebra Alexander McQueen, sarto e iconoclasta (da ‘Il Messaggero’ del 13 marzo)

C’era la tradizione e c’era la sovversione, nel genio di Alexander McQueen. I tagli sartoriali più precisi e gli squarci più violenti e irriverenti convivevano nella sua mente e nei suoi lavori esposti in ‘Savage Beauty’, la grande e attesissima mostra che aprirà domani al Victoria&Albert Museum di Londra, la città dove ‘Lee’, come lo chiamavano gli amici, è nato nel 1969 e dove è morto suicida nel 2010. L’omaggio che la città ha finalmente reso ad uno di quei suoi figli geniali e tragici di cui la cultura britannica è sempre fiera – McQueen era figlio di un tassista, come Amy Winehouse – occupa 10 grandi stanze, durerà fino al 2 agosto ed è un riuscito tentativo di offrire un allestimento all’altezza degli oggetti in mostra: più di 240 vestiti e indumenti che vanno dalle prime straordinarie espressioni di creatività della collezione con cui si è diplomato alla Central Saint Martins’ nel 1992 allo stile personalissimo con cui aveva rivisitato ogni periodo storico, ogni spunto estetico, ogni elemento della natura fino all’ultima collezione incompiuta.

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La nota più costante dell’universo di McQueen è una sensibilità gotica in cui la cupezza si fa sublime e viene declinata in maniera più alta, più tragica. Basti pensare al suo celebre vestito di piume nere e all’utilizzo nuovissimo che lo stilista ha fatto dell’immaginario animale, rendendolo non più solo un elemento decorativo ma lasciando che le sue modelle si reincarnassero in uccelli, bestie primitive, rettili. Una delle sue prime collezioni, del 1995, era intitolata ‘The Birds’, gli uccelli, e si andava ad inserire in un lavoro sul corpo umano iniziato già prima, quando grazie all’esperienza accumulata lavorando da Gieves&Hawkes a Savile Row, uno dei tempi dell’ortodossia sartoriale inglese, aveva imparato a fare vestiti perfetti e a tagliarli nei modi più inaspettati. Pantaloni con la vita così bassa da coprire a malapena i fianchi, per dirne una. Nelle prime sale sono protagoniste le giacche, che superano la tradizione militare di cui sono figlie diventando terreno di sperimentazione grazie a vite strettissime, file di bottoni usate per segnare le forme, colli altissimi e solenni. Una struttura fondante e riconoscibile, quella del corpetto avvitato e marziale, sulla quale Alexander McQueen lavorerà per tutta la sua breve vita, declinandola in moltissimi modi e facendone l’unità di base su cui aggiungere corni e teste di coccodrillo, piume e maglie di metallo, cozze e conchiglie e tutto quello che la sua mente geniale immaginava nel formare il suo ‘romanticismo primitivo’.

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“C’era una teatralità irresistibile, una narrazione continua” nel suo lavoro, secondo Claire Wilcox, la curatrice di ‘Savage Beauty’, una mostra che ha permesso al V&A di compensare quella che era una grave mancanza, un ritardo imbarazzante, dopo che il Metropolitan Museum di New York era stato il primo a dedicare un’esposizione allo stilista nel 2011. ‘Lee’ era un grande estimatore del museo del costume londinese, dove era di casa. “Le collezioni del V&A non mancano mai di intrigarmi e di ispirarmi, la nazione è privilegiata ad avere accesso ad una tale risorsa… E’ il tipo di posto in cui vorrei rimanere chiuso di notte”, diceva lo stilista. Il quale puntava a fare vestiti che si potessero tramandare di generazione in generazione, nella migliore tradizione aristocratica inglese, e nei quali il tema dell’identità culturale è rimasta sempre presente, come dimostra la sala ‘nazionalismo romantico’, in cui il rosso del tartan scozzese è coraggiosamente abbinato ad un candido bianco e, in un percorso di idee che procede impercettibile e implacabile, diventa veneziano e si trasforma in una cappa che Casanova stesso avrebbe amato forse più delle sue donne.

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Al centro della mostra c’è una grande sala intitolata ‘Cabinet of Curiosities’, una camera delle meraviglie in cui numerosi piani di grandi scaffali neri sono esposte alcuni capi in cui il confine con l’opera d’arte si fa labilissimo. Vestiti la cui impossibilità di essere indossati non li rende meno ‘vestiti’ ma ne porta all’estremo la qualità di capi, protezioni, gusci, contrariamente a quanto talvolta portato in passerella da stilisti dalla creatività più spicciola. Dalla cintura con la spina dorsale alle rigide cotte di maglia strutturate come le giacche di cui sopra, fino ai cappelli matti e sublimi fatti con Philip Treacy, nella stanza delle curiosità ci sono i vestiti ideali di un mondo sognante e selvaggio. Adatti ad una donna eterna come l’ologramma di Kate Moss danzante che appare al visitatore poco dopo, prima di svanire tra i suoi mille veli.

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La strategia rischiosa dei media britannici: prendere in giro gli elettori di Farage per contrastare UKIP (da ‘Il Foglio’ del 26 febbraio)

L’Ukip non è mai stato così impresentabile, l’Ukip non è mai stato così forte. A poco più di due mesi dalle elezioni, la scena politica britannica è più frammentata che mai e quello che cinque anni fa era un abbozzo di tripartitismo ora sta diventando qualcosa di molto più complesso. Philip Stephens scrive sul Financial Times che l’establishment inglese, così come lo conosciamo, è finito, e che la “colla della Britishness” che teneva unito il paese si è persa, lasciando soltanto un “vuoto di legittimità”, in cui vincono gli “anti: gli anti elite, gli anti Europa, gli anti immigrati e gli anti capitalismo”. Nel verdeggiante panorama campestre e spaccato disegnato dall’Economist nella sua copertina di questa settimana, le due zolle di terra più grandi sono occupate dal Labour e dai Tory, ma se l’attuale premier Tory David Cameron sembra soprattutto soddisfatto di vedere il suo vice liberaldemocratico, Nick Clegg, cadere giù nel burrone, il troppo laburista Ed Miliband rischia di fare la stessa fine per mano di una inflessibile Nicola Sturgeon dello Scottish National Party. In tutta questa violenza, le due figure più ottimiste sono quella della leader dei Verdi Natalie Bennett che avanza serena in bicicletta, e del sardonico Nigel Farage con la sua tazza di té in mano.

Perché se l’Ukip non ha colpito il paese al cuore, ne sta sicuramente rosicchiando i bordi. Oltre alle due costituencies già conquistate, Rochester e Clacton, i sondaggi danno il partito in avanzata in altre tre circoscrizioni, Castle Point e South Basildon&East Thurrock, entrambe in Essex, e Boston&Skegness, in Lincolnshire. Tutte città costiere, con l’eccezione di Rochester che è fluviale, tutti luoghi che faticano a trovare una loro strada verso il futuro, come tanti loro abitanti di una certa età che con il mondo contemporaneo non sanno fare pace e che non si adeguano al linguaggio progressista dei media. I quali già da tempo vanno a caccia dell’ultima gaffe, della parola irripetibile, della battuta stantia e razzista, della scivolatura antisemita. “E’ molto facile tendere tranelli a questi elettori e portarli a infrangere l’ultimo tabù di questo paese: il razzismo”, spiega al Foglio David Goodhart, direttore del think tank Demos e autore di “The British Dream”, un libro sull’immigrazione in cui sostiene che sia ingiusto accusare di razzismo chi è preoccupato dei cambiamenti che l’accoglientissima Gran Bretagna sta attraversando.

“Ogni forma di preoccupazione di natura demografica è diventata razzismo, e questo svuota la parola stessa”, prosegue Goodhart, inviso ai liberali da quando nel 2004 pubblicò sul Prospect Magazine da lui fondato un articolo intitolato “Too diverse?” in cui iniziava ad enunciare le sue teorie. “Ci saranno anche dei razzisti dentro Ukip, ma ci sono soprattutto persone preoccupate, e il partito è diventato il grande campo di battaglia in cui stiamo lottando contro il tabù di cui sopra, il razzismo”, col risultato, spiega, che “i media liberali stanno facendo involontariamente da sergente reclutatore per conto dell’Ukip”.

Il risultato, a qualche mese dalla conquista dei primi due seggi a Westminter – l’augusto palazzo, peraltro, ha seri cedimenti strutturali e ha scelto questa campagna elettorale imprevedibile per manifestarli – è che gli Ukippers hanno guadagnato in sicurezza e a ogni nuovo errore sembrano fare più cerchio intorno ai propri membri, sembrano sentirsi meno in dovere di scusarsi. Al momento l’elettore Ukip sta avendo più successo e più visibilità di Nigel Farage stesso, che in attesa della stagione a lui propizia dei dibattiti televisivi non tocca quasi palla mentre cerca di avventurarsi con passo incerto al di fuori del suo binomio tematico classico immigrazione-Europa, Europa-immigrazione.

La Bbc ha trasmesso “Meet the Ukippers”, cinquanta minuti di documentario in cui si racconta il partito nel Thanet, penisola del Kent baciata da un sole impareggiabile per gli standard britannici ma il cui appeal turistico è stato spolpato dall’arrivo di Ryanair e dalla concorrenza del più tenace beltempo spagnolo. Intervistando anziani sostenitori nelle strade decadenti e multietniche di Ramsgate e Cliftonville, la Beeb ha tracciato un ritratto vivace ma certo non lusinghiero di militanti di mezza età – una consigliera dell’Ukip di nome Rozanne Duncan, prontamente espulsa dal partito – che parlano del fatto che hanno “un vero problema ad accettare le persone con tratti negroidi” e della legittimità di descrizioni come quella secondo cui gli ebrei hanno il naso adunco e le loro mogli portano la parrucca.

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Channel4, canale pubblico ma finanziato con la pubblicità e quindi non vincolato al leggendario equilibrio della Bbc, è andato un po’ oltre, con una docu-fiction dal sapore distopico in cui un improbabile presentatore anziano annuncia i risultati delle elezioni 2015: con un twist che si vuole quasi fantascientifico, il partito di Nigel Farage è in grado di formare un governo.

“Ukip, I primi 100 giorni” è raccontato dal punto di vista di un’ambiziosa deputata di origine asiatica, volto di punta del partito per fugare ogni accusa di razzismo. Alla seconda settimana, il Regno Unito esce dall’Unione europea, poi la deputata piange per la chiusura di aziende e la perdita di posti di lavoro, e infine iniziano gli episodi di razzismo, di espulsioni di immigrati. Il tutto filmato con interviste, finti notiziari e un lieto fine in cui lei se ne va dall’Ukip finalmente rinsavita. E la gente ha protestato. Molto. Il media watchdog Ofcom ha ricevuto 6.500 segnalazioni e ha aperto un’inchiesta per vedere se tutto quell’uso di immagini di archivio di sostenitori dell’Ukip che applaudono montate insieme a finti discorsi di leader del partito siano o no “misleading”, ingannevoli. E se la storia della finta deputata indiana sia anch’essa tendenziosa. Fatto sta che già a febbraio Channel 4ha superato per numero di proteste tutti i programmi del 2014, dando un grande assist a Farage, che ha twittato serafico: “Sembra che 100DaysOfUkip stia sortendo l’effetto opposto. Una visione distorta e di parte dell’Unico partito che crede nella Gran Bretagna”.

Il Telegraph, che sta facendo una campagna anti Ukip che neanche il Socialist Workers’ Party, cita da giorni un sondaggio commissionato da Lord Ashcroft secondo cui l’Ukip è ai minimi, appena all’11 per cento dei consensi, dopo che la gente ha capito grazie ai recenti programmi tv quanto siano razzisti e retrogradi. YouGov chiede a chi passa sul suo sito di rispondere alla domanda: cosa ne sarà dell’Ukip tra 10 anni. La maggioranza sostiene che sparirà. Possibile. Ma l’Ukipper ormai è nato e non sarà facile demolirlo.