Lo spazio tra l’Europa umana e quella politica è dei giovani. Parla Yascha Mounk (da Il Foglio del 18 dicembre 2018)

Londra. “Tu ragazzo dell’Europa, tu non pianti mai bandiera”, cantava Gianna Nannini nel 1982 e sembra di vederlo ancora, questo suo amante con “il cuore fuoristrada” che viveva “in mezzo a una sfida per le vie di Colonia”. Vai avanti di trentasei anni e cambia città, Strasburgo, e la sfida ne vede due, di europei: la vittima piena di energie e ideali e il carnefice con la mente già spenta da radicalizzazione e crimine, tutti e due nati ben dopo l’album di Gianna. (continua qui)

La capoeira di euroscettici e europeisti, o del come litigare senza sfiorarsi mai (pensieri del 2012 ancora un po’ attuali)

Questo intervento è un riassunto e una traduzione del mio lavoro per il Reuters Institute for the Study of Journalism, ‘Does the Watchdog Bark‘. E’ del 2012 e ho preferito non aggiornarlo, perché continuo a credere che l’euroscetticismo non si combatta con l’eurodogmatismo.

Il progetto europeo, per lungo tempo, è stato il bene. E’ stato il bene quando ha fornito un ideale per “esorcizzare la storia”, come diceva Jean Monnet, è stato il bene quando ha portato prosperità e sviluppo ai suoi Stati membri ed è stato il bene in molti paesi malgovernati – non ultima l’Italia berlusconiana – i cui cittadini vedevano in Bruxelles un’autorità seria, affidabile, animata da ideali alti e gestita con una dose ragionevole di trasparenza. Non ci ha messo però molto ad erodersi, questo capitale, e negli due anni e mezzo la situazione è radicalmente cambiata. Le prime a voltare le spalle all’Europa sono state le ultime generazioni, quelle più poliglotte, viaggiatrici e meno nazionaliste. Poi è andato via l’uomo comune, lo stesso che per anni aveva accettato l’idea che l’Europa fosse il bene proprio perché il governo nazionale era il male, ma che con la crisi ha progressivamente identificato l’Europa solo con i rumori metallici delle austere forbici di Bruxelles. Infine qualche frangia delle elites, sia di destra che di sinistra, ha iniziato a vacillare in tutta Europa, magari ispirata dai discorsi abrasivi provenienti dal Regno Unito. Col risultato che questa crisi ha rinverdito uno dei dibattiti più sterili degli ultimi decenni, ossia quello tra europeismo e anti-europeismo, in cui i due termini sono, per i motivi che andremo a vedere, congelati e immobili. A scapito dell’euroriformismo responsabile e propositivo che servirebbe a tutti1.

Facciamo un passo indietro. In tempi di indignazione generalizzata verso la classe politica, quella europea rischia di essere ancora più penalizzata di quella nazionale, perché la sua reputazione è peggiorata dall’oggi all’indomani. La crisi greca ha dato ai cittadini la sensazione di un’Europa alla quale non è possibile obiettare nulla, un’Europa che va avanti senza fare ammenda degli errori commessi. Soprattutto quando un errore c’è stato, e grande: non verrà mai ricordato abbastanza quanto il tema della manipolazione dei dati sui conti pubblici greci fosse all’ordine del giorno già nel 2004, quando il Financial Times e tutta la stampa internazionale si chiedevano se la Grecia sarebbe uscita dall’euro e Eurostat decideva di non certificare i dati statistici provenienti da Atene, ritenendoli inaffidabili. Cosa è successo in quei cinque anni tra il 2004 e l’ottobre del 2009, quando il Pasok di George Papandreou vinse le elezioni e, poco dopo, fu costretto ad ammettere che lo stato dei conti pubblici greci era non solo desolante, ma potenzialmente esplosivo? Com’è stato possibile convivere con questo ‘elephant in the room’, l’elefante nella stanza, senza fare niente? Mario Monti, prima di diventare presidente del Consiglio, ha dato una spiegazione semplice, disarmante e forse vera al fenomeno, scrivendo un articolo dal titolo “L’Europa, troppo deferente e troppo educata” in cui illustrava come, durante le riunioni a Bruxelles, prevalesse spesso la tendenza a non alzare la voce con gli altri governi. Con le conseguenze che sappiamo.

Quale che sia l’origine di questa svista da parte delle istituzioni, è stato un male ignorarla, perché è venuto a mancare un passaggio fondamentale per creare un clima di fiducia a tra le autorità europee e i cittadini: un’assunzione di responsabilità. La mancata sorveglianza su un paese di 11 milioni di abitanti finito sul lastrico per colpa di una classe politica che una volta al mese va a Bruxelles a confrontarsi con i colleghi europei ha portato solo il loquace presidente lussemburghese dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker ad ammettere che Bruxelles poteva fare di più, senza però suscitare il dibattito che ci si sarebbe potuti aspettare. Questo silenzio ha proiettato Bruxelles nel mondo delle grandi istituzioni sovranazionali lontane da tutto, impermeabili alle critiche e, in molti casi, destinate all’estinzione. Con la sola differenza che, rispetto ad altri, l’Unione europea è andata chiedendo tagli e sacrifici agli europei, trasformandosi in un’Europa-matrigna che rischia di essere invisa agli elettori ancora più della ‘casta’ dei rispettivi stati membri.

Per questo l’atteggiamento dei media, che non sempre hanno messo le istituzioni con le spalle al muro, è stato fondamentale: non ha consentito di dare dell’Europa un’immagine familiare e viva, facendone un minerale burocratico e severo che pontifica in materia economica senza ammettere i propri errori. Ripercorrendo i primi mesi della crisi del debito così come sono stati raccontati dalla stampa europea, balzano agli occhi due tendenze. La prima è quella a dare tutta la colpa alla Grecia (e agli altri paesi indisciplinati) come se ogni stato membro dell’Unione europea, e della zona euro a maggior ragione, non fosse sottoposto da sempre ad una valutazione approfondita sui conti pubblici e lo stato dell’economia ogni tre mesi circa da parte della Commissione UE. La seconda è stata quella di fare della storia di Atene un’emergenza finanziaria, in cui la legittimità delle misure adottate non poteva essere messa in dubbio se queste erano poi efficaci nel sedare i mercati. Del dramma sociale, politico e culturale di cui non si vede ancora la fine inizialmente si sono accorti in pochi, per non parlare dei danni alla costruzione della Ue, che si sarà pure rafforzata, ma in modo accidentale e in sordina, sotto la dettatura del ricatto dei mercati, senza sostegno popolare. Che alla fine di questo processo possa esserci un’Europa migliore, più forte e più consapevole non è escluso, ma sicuramente questo progresso è avvenuto a colpi di governi caduti, di imposizioni esterne, di voti negati.

Da anni Juergen Habermas punta l’indice sull’urgenza di creare una ‘sfera pubblica’ europea che serva alla “legittimazione democratica dell’azione dello Stato, scegliendo gli oggetti politicamente rilevanti sui quali decidere, elaborarli su un piano problematico e, attraverso opinioni più o meno informate e fondate, legarle ad opinioni pubbliche in competizione tra di loro”. Nel corso della crisi, questi oggetti rilevanti al centro della discussione sono esistiti, ovviamente, ma sono stati e sono talmente tecnici da poter difficilmente coinvolgere i cittadini, che hanno imparato cos’è lo spread, ma non hanno sempre capito a cosa serva l’Europa, che si è trasformata da casa di vetro a marsina stretta degli elettori, non più disposti a sentirsi dare pagelle da Bruxelles senza nulla in cambio. Ondate di anti-europeismo c’erano già state, con i referendum del 2005 in Olanda e Francia, ma quei ‘no’ avevano ancora un sapore costruttivo, c’era un dibattito sulla UE, la gente leggeva il progetto di costituzione e lo discuteva, diceva la sua. Oggi non è così: l’Europa piace o non piace, senza vie di mezzo. E alcuni politici stanno già cavalcando i sentimenti negativi. Come ribadisce Hans Magnus Enzensberger in ‘Brussels, the gentle monster’, ossia ‘Il mostro gentile’, “è una dolorosa ma inoppugnabile evidenza che non esiste una sfera pubblica europea di dibattito degna di questo nome” e che il battage comunicativo europeo è tanto più insistente e massiccio quanto “la legittimità è fragile”. Senza uno sforzo per dialogare seriamente con l’opinione pubblica, il progetto europeo non sarà mai veramente legittimo, e democrazia e tecnocrazia continueranno a scontrarsi fragorosamente tra di loro in modo regolare e inesorabile.

Il paradosso è che invece esiste, ed è fortissima, una ‘sfera pubblica anti-europea’. Un continentale che si trovasse a leggere per la prima volta un libro fondamentalmente euroscettico, come ad esempio Democrazia in Europa dell’americano Larry Siedentop, avrebbe davanti a sé due reazioni possibili: potrebbe arrabbiarsi davanti alle critiche alle fragili fondamenta costituzionali dell’Unione, certo, ma potrebbe anche trovare la sua nuova lettura molto liberatoria. In prospettiva, questo può spiegare le reazioni estatiche registrate sempre più spesso delle abituali serie di insulti che l’eurodeputato nazionalista britannico Nigel Farage riserva alle istituzioni europee dal suo scranno di Strasburgo. Un bel giorno qualuno in Italia iniziò a far circolare alcune immagini su YouTube in cui lo sfrontato Farage definiva il presidente del Consiglio Ue Herman Van Rompuy uno “straccio bagnato”, chiedendogli “Ma lei chi è?” e in molti, sui social networks, lo condivisero e agggiusero il loro ‘like’. Inutile spiegare che è consuetudine per Farage fare discorsi xenofobi e offensivi: il suo parlar chiaro sull’Europa aveva conquistato molte persone, facendone una sorta di euro-Grillo. E se un po’ di parrhesia di bassa lega ha generato tanto entusiasmo, forse bisogna capire come si sia arrivati a percepire un dogma così pesante su qualcosa che, come l’Europa, doveva evocare solo stabilità, progresso, opportunità. Le ragioni, si scopre, sono diversissime da paese a paese e si sono andate rafforzando con un bel po’ di complicità da parte, ancora una volta, dei media.

Prendiamo l’esempio dell’Italia, paese dalla fortissima tradizione europeista che ha sempre voluto l’Europa proprio perché era diversa da sé, al contrario della Francia che l’ha sempre immaginata più come una propria estensione. In generale nessun politico, prima di Bossi, si era mai avventurato a parlarne male, proprio perché l’Europa ha sempre rimandato dell’Italia l’immagine migliore di sé, tanto che raramente la stampa ha cercato o sentito il bisogno di argomentare o difendere Bruxelles. Frequente, quasi infinita, è stata la serie di editoriali e commenti in cui negli ultimi anni è stata chiesta ‘più Europa’, spesso adducendo ragioni espresse in modo oscuro e contorto. Da sempre l’Europa ha ricevuto come critica principale quella di essere un progetto elitista e stupisce come non sia stato mai fatto un tentativo, se non da qualche coraggioso singolo, di creare un supporto popolare, che c’era solo quando si creavano imbarazzanti teatrini tra Bruxelles e il governo Berlusconi. La vistosa sintonia tra Mario Monti e l’UE è rassicurante in tempi di emergenza, ma ha anche contribuito ad accrescere la diffidenza verso l’attuale presidente del Consiglio, associato ad un’idea di austerità insensibile ai problemi reali di un paese. In mancanza di una spiegazione sul perché, sul modo e in nome di cosa questa Europa si dovrà espandere, rafforzare, è talvolta difficile non dare almeno un po’ di ragione a qualche brutto giornale britannico quando scrive che l’Europa è fatta per le élites e rifugge come la peste dal voto popolare.

Se gli ottimisti eurofili hanno visto la crisi come l’opportunità per accelerare l’integrazione europea, hanno però dovuto fare i conti con una realtà cambiata: la Commissione europea, vero governo europeo secondo i puristi, è progressivamente scomparsa dai radar per fare spazio, sulla stampa e nelle chiacchiere da bar, all’asse germano-francese, che ha tenuto banco fino a quando ad accompagnare le decisioni della tedesca Angela Merkel è stato l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy (che ha infatti pagato con la mancata rielezione anche l’eccessivo coordinamento con Berlino) e prima dell’arrivo di Monti in Italia. Comunque un’Europa integovernativa dominata dai paesi più grandi e con poco o nessuno spazio per quelli piccoli ha finito col sollevare gravi problemi di convivenza. Nel giro di pochi mesi il confronto tra Stati membri si è inasprito e ha fatto venire fuori antichi rancori storici, razzismo, toni da stadio, proposte inconcepibili per il rispetto della sovranità nazionale. Gli europei hanno preso a darsi colpe a vicenda, senza guardare al funzionamento di quello che hanno veramente in comune: Bruxelles.

Un’emergenza che dura da tre anni non può più essere definita tale, e se vuole crescere in termini di forza e di prestigio, l’Unione europea ha bisogno di entrare in una fase più matura e di accettare di correre dei rischi per contrastare questa folata di disamore che ha portato in ogni paese i movimenti anti-euro a spuntare come funghi e ad essere presi molto sul serio dai cittadini. E per farlo ha bisogno di un sistema di media che agiscano più che mai da ‘cane da guardia’ e che non abbiano paura di avanzare critiche anche forti e di proporre riforme vere. Nella formazione di una ‘sfera pubblica europea’ Bruxelles deve cercare di essere più trasparente e a rispondere alle critiche in maniera eloquente, e la stampa deve più che mai sforzarsi di spiegare in termini comprensibili delle decisioni molto complesse, frutto di compromessi che, per definizione, non sono sentiti come propri da nessun paese. E soprattutto occorre che il dibatitto tra euroscettici ed europeisti diventi un confronto vero, e non una sorta di capoeira in cui si combatte a colpi di grandi proclami senza mai neppure sfiorarsi.

Per il ruvido Farage Grillo e’ troppo anarchico (da ‘Il Foglio’ del 15 marzo)

Se ripensa a piazza San Pietro, alla “cerimonia intera, al senso di mistero che emanava” anche in tv, tocca essere indulgente pure a lui, Nigel Farage, leader dell’Ukip, l’Indipendence Party britannico, che cattolico proprio non è: Santa Romana Chiesa “è ancora capace di azzeccare qualche colpo”, dice al Foglio. Uomo delle tradizioni, l’eurodeputato inglese, di ritorno dal voto di Strasburgo sul bilancio, dismette i toni elegiaci su Francesco per assumere quelli seriosi del nazionalista: “Sono un po’ preoccupato per un papa argentino che ha una posizione molto dura sulle Falklands, ma è l’unica cosa che mi turba, davvero”.

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Farage è di ottimo umore, ride forte nel telefono mentre guida tra le colline del Kent, si compiace del risultato ottenuto alle elezioni suppletive di Eastleigh e si compiace soprattutto del fatto di non essere più, in quanto antieuropeista, un fenomeno di nicchia. “Ah, ormai se ne vedono dappertutto, in Francia come in Finlandia e in Italia, ma era ovvio, come si può costruire qualcosa laddove il consenso dei cittadini non viene mai richiesto?”, spiega, col tono consumato di un attore che recita il suo ‘essere-o-non-essere’. E prosegue: “Non c’è niente da salvare, in particolare nell’Eurozona, dove 5 paesi su 17 hanno dovuto chiedere un salvataggio. L’intero sistema è una costruzione sballata, che ci sta portando ad una distruzione economica che non si ferma al Regno Unito. No, non c’è proprio niente da salvare”.

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La struttura traballava dall’inizio, ma il colpo di grazia l’ha dato il Trattato di Lisbona, sul cui percorso di approvazione Farage concentra tutto il suo biasimo. “Io non voglio il Regno Unito fuori dall’Europa, voglio l’Ue fuori dall’Europa”, l’Ue burocratica, l’Ue di Herman Van Rompuy, quello con “il carisma di uno straccio umido”, secondo la feroce definizione che gli costò una querela da parte del presidente del Consiglio europeo e fama istantanea tra gli euroscettici latenti e no. Il tema è piaciuto tanto ai grillini, che lo hanno eretto a paladino del parlar chiaro in materia d’Europa. Però, a sentirsi accostato a Beppe Grillo, Nigel Farage non si scalda tanto, anzi. “Un fenomeno affascinante, ma un po’ anarchico per i miei gusti”, osserva, facendo trasparire la distanza tra il suo euroscetticismo borghese e il grillismo. “Diciamo pure che noi siamo frustrati, ma non così arrabbiati come loro. Tutti i nuovi movimenti nascono come movimenti di protesta, ma poi devono diventare altro. Spero che Grillo sviluppi qualcosa di solido, un programma politico, e soprattutto faccia in modo che ci sia un referendum sull’Ue. Ecco, ci vorrebbe un referendum”.

Però sia chiaro, una consultazione fatta bene, entro l’anno, non come quella annunciata da David Cameron, premier dal passo incerto la cui debolezza sta facendo guadagnare punti a Farage, quarantanovenne indistruttibile sopravvissuto a un incidente automobilistico, a un tumore ai testicoli, a un incidente aereo e un regime tabagistico temerario. Insomma, anche se non ha ancora nessun seggio ai Comuni, il leader dell’Ukip punta alle roccaforti milionarie e Tory di Chelsea e Kensington, bacini di scontento e delusione a suo avviso. “Difendiamo le nostre idee, non restiamo aggrappati allo status quo”, spiega fiero, tenendo a puntualizzare, nel caso qualcuno volesse scomodare la parola ‘ultradestra’: “Noi stiamo rubando voti anche a sinistra”. Vede che è come Grillo, allora? “Non proprio, in realtà”.

Farage è un uomo delle istituzioni e vede altrove il suo modello. “La Finlandia, ecco, lì hanno un incredibile partito euroscettico adatto a governare”, mentre con Grillo “siamo a stadi diversi dell’evoluzione politica”, anche se il suo punto di vista è “comprensibile, completamente”. Soprattutto quando dice che l’Italia è di fatto già fuori dalla zona euro. “Ah, mica solo lei, tutti i paesi: non lasciano uscire il primo solo per evitare l’effetto domino, partendo dalla Grecia”. Niente speculazione, l’Eurozona è stato un fallimento tutto politico secondo Farage: “I politici hanno infranto le buone vecchie regole stabilite qui in Europa, come dimostra il fatto che in Australia e Canada certi eccessi non ci sono stati. Però attenzione, con la retorica anti finanza e anti industria l’Ue sprofonderà nella povertà”, non mettendosi in condizione di resistere alla competizione. Vorrebbe vedere le banche smontate e rimontate, Farage, e invece che decrescere vorrebbe retrocedere al mondo di ieri, prima dell’Europa, prima che tutta questa gente avesse un “lavoro a vita” a Bruxelles, così ben pagato da desiderare “lo status quo”, facendolo sentire “molto solo” nelle sue critiche, almeno inizialmente. “Un po’ come Galileo”, giusto per guardare a Roma.

Londra-Bruxelles, o del perché non basta essere un treno per unire due città

Bruxelles è la città perfetta. Ha le dimensioni ideali, mantiene un suo mistero pur essendo levigata e cosmopolita, costa poco e permette di vivere in appartamenti splendidi, di viaggiare per l’Europa come fosse il giardino di casa e di lavorare tanto e uscire ogni sera senza rischiare l’esaurimento fisico e nervoso. Chi pensa che sia solo un pascolo per euroburocrati annoiati fa un grande errore, perché Bruxelles è la capitale di molte cose oltre alla UE, e non parlo solo della Nato e di qualche multinazionale. La sua scena artistica ha una spontaneità che altri posti, Parigi compresa, hanno perso da tempo, la moda belga è tra le più ricercate del mondo, come dimostrano le botte da orbi che si sono date le clienti di H&M per accaparrarsi la collezione di Martin Margiela, e l’antiquariato, per chi ha la pazienza di andarsi a spulciare le polverose Wunderkammern piene di oggetti strani e meravigliosi nella città vecchia, garantisce grandi soddisfazioni. Questo per rispondere a tutti quelli che dal 2006 al 2011 mi hanno spesso chiesto: ma abiti davvero in quella palla di città?

Per completezza di cronaca vanno naturalmente menzionati anche il tempo infame, il dibattito politico sconfortante, le strade un po’ sporche le cui notevoli bellezze sono inframmezzate da una serie di mostri architettonici e il rapporto non sempre semplicissimo con la popolazione locale, naturalmente tendente al burbero. Tuttavia, nella lista dei difetti, ho sempre pensato che l’unico veramente intollerabile fosse l’imponente bruttezza del quartiere europeo e la totale mancanza di volontà (o di capacità) di dare all’ambizioso progetto comunitario una rappresentazione architettonica più serena e vivibile. Dalla metro sciatta con l’odore di gauffre rancida all’inospitale rotatoria circondata da palazzi dallo stile confuso e dall’eterno cantiere accanto al Consiglio aperto da almeno 7 anni (somiglia tanto a certe immagini di Beirut), l’Europa, vista da Rond-point Schuman, dimostra scarsa autostima e rischia di impressionare in maniera negativa le scolaresche che ne visitano il quartier generale. Non so chi dovrebbe rendersene conto per cambiare le cose, ma spero sempre che un giorno qualcuno apra la finestra e decida di fare qualcosa. Basterebbero due alberi e una bella ramazzata, veramente.

Il motivo per cui sto scrivendo di Bruxelles è che ieri ci sono tornata per qualche giorno da turista e, lontana dalle ragioni e passioni che mi hanno portata a starci molto a lungo e poi ad andare via in poco tempo, ho cercato di analizzarla per quello che è, forte di 14 mesi di distanza e dell’esperienza di una città universalmente considerata molto cool, ossia Londra. Su quest’ultimo punto c’è poco da dire, anche se non è necessariamente uno svantaggio per l’eurocapitale: Bruxelles è la città più tollerante d’Europa, una tela bianca sulla quale scrivere quello che si vuole. Non influenza chi ci abita con mode, comportamenti, abitudini. Ciò detto non lancia una tendenza globale dai tempi in cui venne fritta la prima patatina della storia. Ma a pensarci bene è una caratteristica commovente della città quella di non indurti a indossare strani cappelli o ad andare a dormire alle 11 o a fare, in generale, come tutti gli altri. Perché a Bruxelles ciascuno fa a modo suo, fieramente o timidamente, senza che questo sconvolga nessuno. C’è un però: per godersi tutto questo potenziale ci vogliono grandi progetti e una grande energia, o si rischiano noia e ripetizione.

Londra è una città che ti entra dalla finestra ogni mattina e ti viene a cercare, che chiede tanto e dà tanto, ma dove tutto ha un prezzo e dove il lato incontaminato, anche esteticamente, è pressoché inesistente. Questo può essere molto bello o molto brutto, a seconda del punto di vista. A Bruxelles però bisogna ricordarsi di rovistare in ogni angolo per trovare quello che si cerca, perché quando si smette di essere attivi la città si scolorisce presto. Alla fine ho fatto la mia scelta, e me ne sto felice a Londra dopo aver chiuso un lungo, bellissimo capitolo. Ma un posto così divertente come Bruxelles dove essere giovani adulti liberi, coltivare sé stessi e le proprie passioni e condividere il tutto con orde di persone animate dalla stessa curiosità, io non l’ho mai visto.