Il giornalista italiano, Darcy, sua moglie e la Brexit: il grande sogno di rinazionalizzazione di Colin Firth (da Il Foglio del 13 marzo)

LONDRA – In questi giorni certi britannici sognatori stanno flirtando con un’idea: la rinazionalizzazione di Colin Firth, un uomo che nell’immaginario collettivo del paese continua ad entrare e ad uscire dallo stagno di Pemberley con addosso una camicia bianca bagnata (continua a leggere qui)

Nostalgia, italofobia e ballata dell’expat

Giugno è il mese più crudele per chi vive all’estero. Tutto l’entusiasmo per un anno produttivo e ricco, ma anche l’eventuale sollievo per la fine di un inverno impegnativo di solito vanno a schiantarsi contro le nuvole di un’incerta primavera belga, di un’umida estate inglese, di un plumbeo cielo tedesco. Nel giro di poco tempo, l’articolato trascorso esistenziale e professionale dei mesi precedenti si riduce ad un “voglio una fetta di cocomero, voglio tre mesi di caldo, voglio correre con i sandaletti sulla spiaggia, mi manca l’Italia”. E ci si sente un po’ riportati alla casella di partenza dell’integrazione, allo smarrimento dello sbarco all’aeroporto estero, alla goffaggine del primo caffé ordinato in un bar (Pagare prima? Dopo? Prendo il cornetto mentre mi fanno il caffè, dove sta il vassoio? Ma perché non c’è il bancone?).

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Giugno di solito è il momento più duro perché è quello in cui è più facile cadere in un cliché, e il cliché dell’italiano all’estero a cui manca il sole è uno dei più tristi dell’ultimo decennio (anche dell’ultimo secolo, ma le ragioni sono così diverse che è inutile fare paragoni). Ed è brutto fare tanta fatica per poi ritrovarsi ad essere un cliché. Tanto più che da quando i media hanno deciso di prestare attenzione al fenomeno, la ricchezza del panorama di coloro che per un motivo o per l’altro vivono all’estero è stata spinta a forza nello stampino della lamentela nei confronti della madrepatria oppure, peggio ancora, del lirismo dell’esiliato, con titoli tipo “All’estero da 25 anni, ma la vecchiaia la sogno in Italia”. Negli anni d’oro del berlusconismo, lo stereotipo si era arricchito di un romantico côté da rifugiato politico e l’intellettuale italiano era diventato un pezzo immancabile della batteria dei dissidenti. Invece di cogliere l’occasione per cercare di capire quali fossero e siano ancora oggi le potenzialità del fenomeno, la stampa è andata soprattutto a ritagliare la figurina bidimensionale di chi non è partito perché curioso, ma è partito perché triste, facendo dell’estero tutto una sorta di grande salon des refusés alla riscossa.

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Quando sono andata a Bruxelles, più di otto anni fa, tutto mi sentivo tranne che un cervello in fuga (su quanto sia brutta questa definizione è stato detto già tutto). Me ne sono andata perché mi sembrava ovvio andare a provare nuove strade e vedere posti diversi. Più che essere insofferente verso i difetti dell’Italia, riservavo la mia stanchezza a certe dinamiche un po’ stantie da ufficio e, non intravedendo grandi prospettive a breve, un bel giorno sono partita, andando a raggiungere un manipolo (relativamente sparuto ai tempi) di italiani. Associavo alla parola ‘expat’ le famigliole fiche con i bambini biondi negli aeroporti, non pensavo che l’Italia fosse un posto invivibile e non scorgevo nessun sintomo di una particolare tendenza storica nella mia scelta molto personale di andare a prendere un po’ di pioggia al Nord. Sei anni di crisi della zona euro e la situazione non potrebbe essere più diversa. Camminando per Londra ci si rende conto di essere davanti ad un esodo biblico di italiani di ogni provenienza ed educazione che vengono qui per fare anche lavori umilissimi ed è difficile, tornando in Italia, non essere avvicinati da qualcuno che chiede: “Ma è vero che all’estero ci sono molte più opportunità?”

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Le opportunità ci sono, come dimostrano i connazionali che lavorano nella City o che popolano le università. Poi, certo, tanta gente finisce a lavorare da Costa, da Starbucks o nei ristoranti, e chiamarlo passo avanti può sembrare difficile. Però intanto si impara l’inglese, si vede come funziona un’organizzazione efficiente, si vive in un posto diverso e vivace, si hanno colleghi di tutte le nazionalità e magari si scopre pure di avere un po’ di spirito imprenditoriale. Condizioni dure, ma non asfissianti come quelle da cui si fugge, e che ad ogni modo consentono di diventare più realisti, di emanciparsi dalla famiglia e dallo stallo esistenziale, di mettersi alla prova in un posto diverso, organizzato e prevedibile, e di prendere le misure di cosa si può riuscire a fare nella vita. Mica poco.

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L’ironia su chi va a Londra e finisce magari a fare il cameriere è una delle cose più squallide e meschine di questi anni. Nei bar e nei ristoranti ho incontrato ingegneri aeronautici ed economisti, appena arrivati. Magari sono ancora lì a servire pizze, ma se non hanno trovato un lavoro migliore forse possono farsi quell’esame di coscienza che in Italia si rimanda all’infinito, perché ci sono sempre troppe ragioni obiettive che nulla hanno a che vedere le proprie qualità per le quali si rischia di non fare carriera. Londra te lo dice subito se non sei un ingegnere aeronautico bravo, se un certo settore sta morendo, e non ti inganna per anni trascinandoti nelle sabbie mobili dell’incertezza. E’ dura e brutale, ma mai disperata: se non riesci da una parte, vai a cercare altrove. 

Berengo Gardin, il ritorno a Londra del fotografo “rigorosamente a pellicola” (da ‘Il Messaggero’ del 7 aprile)

Se c’è una cosa che non riesce proprio a capire, Gianni Berengo Gardin, è perché la gente passi il proprio tempo ad “autofotografarsi” o a fare scatti a “cose che non interessano nessuno”. Il grande fotografo italiano, il cui lavoro verrà celebrato dall’11 aprile al 23 maggio in una mostra a Londra alla galleria Prahlad Bubbar, ripercorre con il Messaggero la sua carriera e la sua idea di foto perfetta, che nasce da un lavoro intellettuale prima ancora che da un istinto: documentarsi, pensare prima di scattare e non, come spesso accade, procedere al contrario. Di questo lavoro è la pellicola ad essere complice ideale, mentre del digitale Berengo Gardi riconosce a fatica i vantaggi: “Dà un un risultato freddo, metallico, piatto. E si scatta a mitraglia”. L’unica eccezione la concede ai fotografi di guerra, come la tedesca Anja Niedringhaus uccisa a Kabul, a cui manifesta la sua ammirazione. “Ci vuole un gran coraggio per fare le foto di guerra. Io sono un fifone terribile, ho una sola vita e ci tengo”, spiega ironico e sincero. La mostra londinese, intitolata “The sense of a moment”, il senso di un attimo, raccoglie circa una ventina di scatti dell’India risalenti al 1977, quando Berengo Gardin andò più volte nel subcontinente per preparare il suo libro, L’India dei Villaggi. Accanto a queste, nello spazio londinese verranno esposte anche una decina di sue foto “classiche” dell’Italia.

 

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Che impressione le lasciò l’India di quegli anni? Perché si concentrò sui villaggi?

Naturalmente andai anche nelle grandi città – Calcutta, Bombay – ma quando avevo 25 anni lessi un libro su Gandhi in cui diceva che gli occidentali cercano l’India nelle grandi città, ma che l’India vera è in realtà quella dei villaggi. Quello che trovai lì fu una grande civiltà contadina, molto simile alle nostre. Le civiltà contadine, in fondo, si somigliano tutte. Certo lì c’erano pochi trattori e molta manodopera, ma gli indiani erano molto simili ai contadini italiani. Tranne ovviamente che per le regole dovute alla loro religione.

Sono quasi quarant’anni che lei non espone nel Regno Unito, è felice di questo ritorno?

Feci una mostra a Londra negli anni ’60 all’istituto di architettura, su Venezia, voluta da Bruno Zevi. Con Massimo Vignelli, che poi è diventato uno dei maggiori grafici a New York, avevamo preparato il menabò per un libro su Venezia, che era stato rifiutato da 8 editori. A Londra passò un editore svizzero, Clairefontaine, lo vide e in 20 giorni fece il libro, Venise des saisons. Per l’epoca era un record, visto che di solito ci volevano mesi e mesi.

Ma qual è il suo rapporto con il Regno Unito. La interessa come soggetto fotografico?

Dell’Inghilterra ho fotografato molto, ho fatto molti viaggi lì. Del paese sono un fanatico, mi piace il rapporto tra le persone, veramente democratico, mi piacciono i tessuti, mi piacciono le auto, ho avuto una Austin e una MG, mi piace fumare la pipa, mi piace tutto.

Mi scusi, ma come si fotografa il rapporto democratico tra le persone?

Al pub, il signorotto di campagna che beve con l’imbianchino o con il muratore. Non ce lo vedo in Italia l’industriale al bar con l’operaio. Forse allo stadio…

Del digitale lei pensa tutto il male possibile?

Io sono rigorosamente a pellicola. Le uniche due possibilità in più del digitale sono il fatto di poter mandare subito le foto a New York o a Nuova Delhi, ma a me non serve, posso aspettare un giorno o due. L’altra è quella di cambiare la velocità degli Iso se sei in un posto chiaro o scuro. Ma il digitale non mi interessa, il DNA della fotografia è nella pellicola.

E l’India? Cosa le ha lasciato? Per molti andare lí ha un impatto molto forte.

E’ stata sicuramente un’esperienza importante, ma ogni volta per me è un argomento diverso, è un’esperienza importante. Ho lavorato per il Touring Club italiano e per l’Istituto Geografico De Agostini per tanti anni, ho girato il paese.

Chi sta raccontando bene l’Italia in questo momento?

Ma ci sono Ferdinando Scianna, Ivo Saglietti, Francesco Cito… Certo, sono per lo più non giovanissimi.

Cosa c’è nei giovani fotografi che non la convince?

Ai giovani direi di non fare il mestiere del fotografo, ma di fare il fotografo. Sono tutti lì con il telefonino che si dicono fotografi, e quindi hanno una concorrenza enorme. Quasi tutti ad un certo punto si buttano sulla pubblicità o sulla moda per pagarsi il panino. Io direi di non dimenticare di interessarsi di più alla cultura fotografica.

Tra slefies e digitale, lei deve vedere in continuazione immagini che ritiene bruttissime…

Purtroppo è una rovina, ma le garantisco, ci sono tante storie interessanti ancora da raccontare.

 

 

 

 

‘The Glamour of Italian Fashion’ e la nostalgia per il paese del taglia e cuci (da ‘Il Messaggero’ del 4 aprile)

Non ci sono solo un centinaio di vestiti splendidi, alcuni accessori traboccanti di inventiva, dei gioielli abbaglianti e una bella storia di creatività e di imprenditoria in mostra da domani al Victoria&Albert di Londra. Quello che il museo inglese è riuscito a raccontare in soli quattro grandi saloni – e ci si chiede perché sia stato il primo e l’unico a farlo fino ad ora – è il non-so-che caratteristico, e unico, della moda italiana. Un tratto particolare fatto di quella qualità sartoriale esibita che rende i vestiti meno eterei, per dire, di quelli francesi, ma così perfetti nelle forme e nelle proporzioni da riempire lo spazio come opere d’arte, facendosi portatori di un’eleganza solare, formale e ottimista. Non a caso la mostra, aperta fino al 27 luglio, si intitola “The Glamour of Italian Fashion 1945-2013” come a ribadire che protagonista, qui, è l’essenza, il glamour.
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Tutto iniziò in una Firenze ancora invasa dalle macerie del 1945, quando l‘impresario Giovanni Battista Giorgini, forte dei contatti americani costruiti negli prima della guerra, organizzò le famose sfilate della Sala Bianca di Palazzo Pitti, portando tutti i principali atelier del paese davanti ad un pubblico internazionale e facoltoso.

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La sartoria italiana usciva rafforzata dagli anni del fascismo, che usò la moda per creare un sentimento nazionale, incoraggiando l’allontanamento dalle influenze francesi e, come sempre, l’italianizzazione dei nomi. E nel 1951 era pronta a scintillare, questa moda, come dimostrano le creazioni straordinarie di nomi come Emilio Schuberth, maestro della sfumatura, come Alberto Fabiani e sua moglie, nota solo come Simonetta, e come Vita Noberasco, le cui creazioni, a pochi mesi dall’evento fiorentino, già erano sugli scaffali dei grandi magazzini americani. Giorgini, astutamente, fece spazio anche agli accessori e all’abbigliamento informale, come le tenute da mare di Emilio Pucci, ricercatissime dagli americani e ancora perfette, attuali.

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Ma in un paese come l’Italia, in cui nel 1950 l’80% dei vestiti era ancora fatto a mano, anche le sarte avevano abilità straordinarie. Ne è testimone la collezione di vestiti della ricca americana Margaret Abegg realizzati dall’oscura Maria Grimaldi di Torino e talmente belli da destare ammirazione “non solo a New York ma anche a Parigi”, come scrisse la Abegg nella nota in cui donava la sua collezione al V&A. Delle leggendarie Sorelle Fontana ci sono due abiti neri, uno con dei ricami dorati a foglia e l’altro, semplice e impeccabile, appartenuto ad Ava Gardner, diva hollywoodiana che insieme alle colleghe Liz Taylor e Audrey Hepburn fece moltissimo per lanciare la moda italiana in tutto il mondo. Nella famosa scena del ballo di Guerra e Pace di King Vidor, la Hepburn riesce a rendere la leggerezza e la grazia di Natasha Rostova grazie alle sue qualità personali, ma anche grazie all’impalpabile vestito stile impero che le disegnò Gattinoni. Un altro ballo, questa volta vero, segnò la consacrazione: al Black and White Ball organizzato nel 1966 da Truman Capote e definito ‘la festa dell’anno per molti anni a venire’, Lee Radziwill, la sorella altrettanto chic di Jacqueline Kennedy, indossò una lunga tunica di Mila Schön.

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La curatrice della mostra, Sonnet Stanfill, ha messo in rilievo come “l’esuberanza di quel periodo senza precedenti” sia stata un’opera corale, nata dalla rete di eccellenze e competenze su tutto il territorio nazionale. A fare da direttore d’orchestra, un personaggio nuovo: lo ‘stilista’, figura di mediatore tra industria, acquirenti, stampa, pubblico, creatore non di moda ma di stile come il vulcanico Walter Albini, morto giovane, a cui il V&A ha voluto rendere un omaggio postumo. Il premier Matteo Renzi, visitando la mostra durante la sua visita a Londra, “ha detto che si sentiva come se fosse a Firenze” grazie allo straordinario lavoro d’archivio compiuto, ha riferito la Stanfill. “D’altra parte non avendo noi un museo della moda italiana, l’unico modo di conoscerne la storia è andare di archivio in archivio, molti dei quali sono privati”, ha commentato Maria Cristina Giusti, consigliere della Fondazione Fontana e nipote delle Sorelle.

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Quando il capro espiatorio e’ colpevole

Fosse solo per lui e per la sua senile determinazione a non farsi deporre anzitempo su una panchina dei giardinetti, mi verrebbe da ridere. Le ultime settimane, piu’ o meno, le abbiamo finalmente passate a parlare un po’ di politica e penso che le primarie del PD abbiano fatto intravedere un percorso relativamente sano e la possibilita’ di ridare, col tempo, all’Italia la forma di un paese normale. Per questo ero quasi certa che, psicologicamente, avessimo superato sia Berlusconi che lo stucchevole quanto inefficace antiberlusconismo iniziato con le significative campagne ‘Meno tasse per Titti’ e ‘Meno tasse per Totti’ nel 2001. Il dibattito pubblico aveva finalmente raggiunto un livello accettabile rispetto alla desolante piattume degli ultimi anni, e per la prima volta ero quasi quasi un po’ ottimista. Invece da quando Berlusconi e’ uscito dall’armadio la settimana scorsa, in un momento in cui personalmente ero ottenebrata dalla tristezza e poco propensa ad arrabbiarmi ulteriormente, si e’ tornati tutti a parlare solo di lui. Che lui potesse rifarsi avanti era tutto sommato nelle cose, conoscendo il personaggio. Ma che noi ci facessimo trovare ancora in uno stato di dipendenza psicologica acuta, questo e’ deprimente sul serio.

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D’altra parte, la spiegazione e’ semplice e non sta solo nella necessita’ di dare lavoro ai professionisti dell’antiberlusconismo, ma anche in coloro che hanno usato SB come alibi (convincente, per carita’, ma solo fino ad un certo punto) per le proprie colpe e mancanze. Nonostante gli evidenti limiti del personaggio, continuare a pensare che il misero stato dell’Italia sia da sempre solo colpa dell’onnipotenza malefica di Berlusconi e’ un vizio di ragionamento, una tesi perniciosa e sterile, che deve buona parte della sua validita’ al terribile effetto che l’ex premier ha avuto sulla testa della gente, oppositori compresi. L’idea che sia tutta colpa di Berlusconi l’ho sentita ripetere spesso non dalle possibili vittime di un sistema sballato, ossia i piu’ giovani, gli anelli deboli, gli eterni stagisti ecc ecc, bensi’ da tanti personaggi con un potere sufficiente da essere in condizione di fare, nel loro piccolo o nel loro grande, una consistente differenza.

Ma con un alibi cosi’ perfetto, perche’ darsi da fare per cercare di essere migliori? Purtroppo berlusconismo e antiberlusconismo sono stati una grande esperienza di deresponsabilizzazione collettiva e pensare che questa coreografia possa ricominciare mi fa stare male, malissimo. Spero tanto che la politica italiana riesca ad inventarsi un inizio che non dipenda unicamente dalla fine di SB e che abbia il coraggio di sbagliare da sola, emancipandosi dal suo colpevolissimo capro espiatorio. Ho come il sospetto che i risultati elettorali seguirebbero a ruota.

Pizia hut – Il tour europeo di Marco Travaglio

“Vai pure tu a sentire Travaglio?” A salire insieme a me le scale del grande edificio vittoriano di Soas ci sono tre ragazzine, allegre e con la faccia pulita, tutte eccitate da quanto le aspetta. Entriamo insieme in una grande aula con circa 150 ventenni a braccia conserte sui banchi e il vicedirettore del Fatto Quotidiano in cattedra, seduto mollemente sotto il titolo della sua conferenza: “Should I stay or should I go now?” Un tema che sta a cuore a tutti, da chi ormai è un cervello bello che fuggito a chi, invece, si è trasferito da poche settimane a Londra per studiare alla Soas, School of Oriental and African Studies, o in qualche altra università londinese. La sensazione è che tutti, me compresa, sarebbero felici se Travaglio usasse tutta la saccenteria di cui è capace per dare una risposta chiara e netta ad una domanda sulla quale in molti perdono il sonno: “Yes, tornate subito” o “No, che tornate a fare”. Un bel taglio, un po’ di chiarezza e non se ne parla più. Gli perdonerei  delle cose, se lo facesse. Ma non è questo che ha in mente Travaglio, anzi. Lui non ha proprio nulla in mente, ma si offre gentilmente di rispondere alle domande dei presenti. “Così almeno una persona sarà interessata alla risposta”, dice sornione. Seguono risate.

La prima ad interpellare l’oracolo è tale Emilia, una bionda che non le manda a dire. “Perché ha deciso di venire qui?”, chiede una volta e poi un’altra, non essendo soddisfatta della prima risposta. “Il livello di attenzione di chi è all’estero è più alto, perché non c’è l’assuefazione al peggio che c’è in Italia”, spiega Travaglio, ribadendo l’attenzione che il suo giornale ha per i lettori all’estero. Agli studenti di Soas dispensa anche un po’ di ottimismo, spiegando che “in Italia c’è un momento di alta imprevedibilità” e che il paese, tra un anno, “sarà sicuramente molto diverso da quello che è stato negli ultimi 20 anni”. Magari sarà addirittura un paese in cui tornare. Un punto, questo, su cui molti non sembrano convinti, tanto che la maggior parte delle domande serve a capire in cosa, esattamente, l’Italia migliorerà. “Chi meglio dei professori sa cosa serve per cambiare le cose in Italia? Se non l’hanno fatto in questi nove mesi è che c’erano altre priorità”, assicura, alludendo alle “strane creature” che governavano prima. Un classico, con cui strappa un po’ di risate.

Ad una ragazza italiana con un’incredibile borsa di studio del governo greco spiega che “i nostri leader hanno solo massacrato i diritti dei lavoratori, senza destinare risorse al futuro del paese”; ad uno studente che gli chiede come mai, a suo avviso, la sala sia piena di gente venuta a vederlo racconta che il Fatto aveva 30mila abbonamenti ancora prima di uscire e che molti erano di italiani all’estero, “per via delle caratteristiche del giornale”, perché “chi sta a Londra soffre di più per certi contrasti”. Il futuro però è diverso: Berlusconi e Fini hanno dimezzato i voti, il PD ne ha persi un terzo per strada, Grillo è tra il 15 e il 18% e Renzi è un’incognita, “che vuole mandare a casa la vecchia guardia del PD per fare esattamente la stessa cosa, ma con i suoi uomini”. Comunque vada, “avere 100 grillini in Parlamento sarà un cambiamento epocale, non ci sarà più bisogno della guardia di finanza per far saltare fuori gli inciuci”, osserva sfruttando il fatto che magari in pochi in sala hanno ben presente il casino che può fare uno sparuto manipolo di Radicali in un’aula parlamentare.

Un’ora e mezza al limite un po’ noiosa, e per questo molto meno irritante del previsto, quella passata con Travaglio. Al loro oracolo i ragazzi chiedono le cose più disparate, dal perché non ci sia una strategia più aggressiva per vendere i prodotti alimentari italiani all’estero al futuro che aspetta chi decide di studiare giornalismo. E la Pizia risponde, sicura e sorridente, senza dilungarsi troppo e senza tagliare la parola alle numerose domande-comizio. Tutti, in sala, hanno bisogno di certezze, di sentire che stanno facendo qualcosa per il loro paese, che non stanno voltando le spalle a nulla e, chissà perché, stare a sentire Travaglio dà loro questa sensazione. Alla fine una ragazza tira le fila e chiede: “Marco, ma ad una persona a cui tieni e vuoi bene, cosa diresti: should I stay or should I go?” La speranza di una risposta tranchant che faccia tornare a casa a cuor leggero torna ad accendersi, si sente. Ma il responso è paterno, sfumato e un po’ sibillino: “Gli direi di andare, senza chiudersi la porta alle spalle”. Mi sa che il problema è troppo complicato anche per l’oracolo.